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VERSI DI LUCE E D’OMBRA: LA POESIA DI CLAUDIA MAGLIANO
 
da Il cuore delle prugne (Lebeg, Roma, 2024)
 
Introduzione e traduzione di Lucia Cupertino

 

 
 
Nella prefazione di Marisa Silva Schultze a Il cuore delle prugne, libro della poetessa uruguaiana Claudia Magliano, pubblicato grazie al programma IDA in edizione bilingue nella collana Specchi di Lebeg, leggiamo: “Il primo verso […] è come la porta di una casa: Ci togliemmo a poco a poco la luce dagli occhi. Una porta d’accesso a una certa
oscurità in cui si è perso qualcosa. Ed io, come lettrice, immagino una luce che abbaglia, acceca e non fa scorgere tutto ciò che vedremo quando inizieremo a leggere. Il punto è che, per vedere certe cose, ci vuole un pizzico d’ombra, una pausa dalla luce, una tregua da tanta piatta trasparenza. Aprire gli occhi è un’operazione che richiede tempo.
Vedere ne richiede ancora di più . Mi sembra che questo libro sia stato scritto con gli occhi aperti.”
 
Ciò che caratterizza la scrittura di questa raccolta poetica è l’atmosfera sospesa tra luce e ombra: più che paesaggio sullo sfondo diventa corpo dell’opera. Viaggiamo tra i due poli, benché essi stessi in certi punti inesorabilmente prendano a fondersi, con la sensazione di avere un piede nell’inferno e l’altro in paradiso. La poesia di Claudia Magliano è caratterizzata da un andamento narrativo che costruisce una liricità costellata di aneddoti che però
hanno qualcosa di mistico, una liricità dialogica in cui è sempre presente un noi. Tutto è visto attraverso il filtro del ricordo e anche il presente sembra più che altro la prosecuzione di qualcosa che è stato già dettato dal passato. Una premonizione? Una prigionia? Un miraggio? C’è una via di fuga? Spetta ai lettori attraversare questi versi e cercare
risposte.
 
 
 
 
 
 
Ci togliemmo a poco a poco la luce dagli occhi.
Tutto ciò che avevamo visto
non era altro che la forma della neve.
Non lasciammo mai la nostra impronta sul sentiero di montagna
non potemmo mai toccare il freddo,
sentirlo sui palmi delle mani
come altre cose invece si sentono
qualcosa di ancora più delicato
qualcosa di più mite rispetto al freddo statico
attraverso cui scivolano gli inverni uno dopo l’altro
come i piccoli uccelli di Dante
che cadono alle sue spalle di fronte al richiamo
implacabilmente cadono
pesano più del loro stesso corpo,
qualcosa li spinge verso lo Stige
dove Caronte aspetta
sul punto di salpare.
 
Ci togliemmo la luce dagli occhi
come fosse un mantello e allora potemmo vedere la neve
potemmo toccare quel paesaggio bianco
dai secoli dei secoli
disegnato per noi che eravamo vissute solo
di favole e non conoscevamo altro che il tetto
dove andavano le bambine
a masticare il cuore delle prugne.
 
Nos fuimos quitando la luz de los ojos.
Todo lo que habíamos visto
no era nada más que la forma de la nieve.
Nunca dejamos nuestra huella camino a la montaña
nunca pudimos tocar el frío,
sentirlo en las palmas de las manos
como otras cosas sí se sienten
algo más delicado todavía
algo más suave que ese frío estático
por donde se deslizan los inviernos unos tras otros
como los pequeños pájaros de Dante
que van cayendo tras de sí ante el llamado
implacablemente caen
pesan más que su propio cuerpo
algo los empuja hacia la Estigia
donde Caronte espera
a punto de zarpar.
 
Nos quitamos la luz de los ojos
como si fuera un manto entonces pudimos ver la nieve
pudimos tocar ese paisaje blanco
por los siglos de los siglos
dibujado para nosotras que solo habíamos vivido
de los cuentos y no conocíamos más que el tejado
por donde iban las niñas
masticando el corazón de las ciruelas.
 
 
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La prima cosa che vidi non furono
gli occhi di mia madre.
Non vidi mio padre scendere dal treno
di cui tante volte mi aveva parlato.
Il treno verso il sud passava per varie stazioni.
Mio padre viaggiava con un mazzo di fiori.
Era estate e in estate le cose
sono meno pericolose, dicono.
C’è qualcosa che fa un po’ meno male.
Aprire gli occhi è un’operazione che richiede tempo.
Vedere ne richiede ancora di più.
La prima cosa che vidi, credo, fu la sabbia.
La delicata sabbia che ricopre i deserti.
Poi le dune del litorale,
le increspate colline che il vento assesta.
I fragili laghi a ferire la terra.
 
Tutto ciò che vidi fu un paesaggio
negli occhi di mia madre.
 
 
Lo primero que vi no fueron
los ojos de mi madre.
No vi a mi padre bajando del tren
que tantas veces me había contado.
El tren recorría varias estaciones hacia el sur
Mi padre viajaba con un ramo de flores.
Era verano y en verano las cosas
son menos peligrosas, dicen.
Hay algo que duele un poco menos.
Abrir los ojos es un trabajo que lleva tiempo.
Ver, lleva más tiempo todavía.
Lo primero que vi, creo, fue la arena.
La delicada arena que cubre los desiertos.
Después las dunas del litoral,
encrestadas colinas que acomoda el viento.
Los frágiles lagos hiriendo la tierra.
 
Todo lo que vi fue un paisaje
adentro de los ojos de mi madre.
 
 
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Un cuore nel tuo petto
ma ho visto non era il tuo.
Il battito di tubi come vene
che aggrovigliavano la pelle e le arterie.
Ho contato ogni secondo e ogni millesimo di secondo
all’orologio che era sul tuo letto che non era il tuo
ma comunque saresti rimasta lì
fino a chissà quando.
Ho visto
gli aghi sottili attraverso cui passava
la pazienza, quella pazienza che avevi
nell’ascoltarmi quando io irrequieta mi muovevo
accanto a te parlandoti di animali.
Ho visto
che non riuscivi più a ridere
eppure ti sforzavi di muovere gli occhi
le sopracciglia si spezzavano sulla fronte
mentre un altro cuore batteva dentro di te.
Ho visto
tutta la tua vita disegnata nelle mie mani.
L’alta neve di una montagna venire giù,
ho visto, e non era una valanga o una slavina
era che stavamo finendo il libro
quella storia in cui le bambine camminavano
sui tetti divorando prugne calde
come quel cuore che batte nel tuo petto
e non è tuo, te lo giuro, ho visto il tuo cuore
andare in pezzi tra le note musicali
e so che questo è un cuore estraneo
come giunto da un’altra terra
quasi fosse il cuore di un cavallo
che ti è finito dentro
e cavalca e galoppa e ti porta al confine
di questa stanza anch’essa estranea
dove siamo accorsi a compiere l’ultima cerimonia
quel gesto delle tue sopracciglia che si spezzano
la forza che ci metti nel ridere
pur non credendo ormai più alle favole
e sapendo svelare qualsiasi metafora.
 
 
Un corazón adentro de tu pecho
y no era tuyo vi.
El latido de los tubos como venas
enredándote la piel y las arterias.
Conté cada segundo y cada milésima de segundo
en el reloj que estaba sobre tu cama que no era tuya
pero igual ibas a quedarte allí
hasta quién sabe cuándo.
Vi
las finas agujas por donde pasaba
la paciencia esa paciencia que tenías
para escucharme cuando yo inquieta
me movía a tu lado hablándote de animales.
Vi
que ya no podías reírte
pero igual hacías fuerza para mover los ojos
tus cejas se estaban quebrando sobre la frente
mientras otro corazón te latía adentro.
Vi
toda tu vida dibujada en mis manos.
La alta nieve de una montaña que se venía abajo,
vi, y no era un alud ni una avalancha
era que estábamos terminando el libro
ese cuento en donde las niñas andaban
por las azoteas devorando ciruelas calientes
como ese corazón que late adentro de tu pecho
y no es tuyo, te lo juro, yo vi tu corazón
desarmándose entre notas musicales
y sé que este es un corazón ajeno
como venido de otras tierras
como si fuera el corazón de un caballo
que se te metió adentro
y cabalga y galopa y te lleva hacia el confín
de esta habitación también ajena
a la que hemos venido a hacer la última ceremonia
ese gesto de tus cejas que se quiebran
la fuerza que hacés para reírte
aunque ya no creas en los cuentos
y sepas descubrir cualquier metáfora.
 
 
 
 
 
CLAUDIA MAGLIANO, Montevideo (Uruguay, 1974). Poetessa e docente di letteratura. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Nada (2005), Res (2010), El corazón de las ciruelas (2017), Aquí habita la calma y lo trágico es el olvido (2019), ottenendo diversi riconoscimenti nazionali tra cui il premio annuale del Ministerio de Educación y Cultura.
Il cuore delle prugne (Lebeg, Roma, 2024) è la sua prima pubblicazione in traduzione italiana, grazie al programma IDA.
 
 
 
 
 
 
 
 
LUCIA CUPERTINO
(1986, Polignano a Mare, Italia).
Scrittrice, traduttrice e antropologa culturale. Ha vissuto per più di dieci anni in diversi paesi dell’America latina. Scrive in italiano e in spagnolo. In poesia ha pubblicato: Mar di Tasman (2014, collana Isola, 2014) e l’antologia bilingue Non ha tetto la mia casa / No tiene techo mi casa (Casa de poesía, San José, 2016). Di prossima uscita la raccolta Dall’altra parte di una cicatrice. Nel 2023 ha dato alle stampe il libro di racconti I rituali dell’addio
(L’Erudita, Roma) con nota introduttiva di A. Bravi. Parte delle sue opere sono state tradotte in inglese, cinese, bengalese, polacco e albanese. Cofondatrice della rivista online La macchina sognante . Traduttrice di letteratura e in particolare poesia latinoamericana e voci indigene di Abya Yala con varie pubblicazioni all’attivo.