L’uomo dopo il senso
Francesco Lorusso, L’ultimo uomo, Transeuropa, collana “Nuova poetica”, 2025

Francesco Lorusso costruisce in L’ultimo uomo una sequenza poetica numerata, priva di titoli interni, che chiede di essere letta non come raccolta di liriche autonome, ma come attraversamento unitario di un paesaggio mentale, urbano e storico. Lorusso, poeta e musicista barese, ha già pubblicato diverse raccolte, tra cui L’Ufficio del Personale, Il secchio e lo specchio, Maceria e Due punto uno, affiancando alla scrittura poetica anche esperienze di ricerca condivisa e interdisciplinare. Questa raccolta, composta tra il 2010 e il 2012 e già finalista al Premio Montano, porta dentro di sé una tensione evidente: dire ciò che resta dell’uomo quando il linguaggio, la memoria e i codici della vita collettiva sembrano aver perduto la loro forza ordinatrice. La quarta di copertina parla di “poema civile e metafisico”. La definizione è utile, ma va verificata nei testi, perché il rischio di formule simili è quello di assolvere in anticipo ciò che la poesia deve invece dimostrare. In Lorusso la dimensione civile non nasce dalla denuncia esplicita, né da una postura polemica. Si forma piuttosto per infiltrazione lessicale: “merce”, “consegne”, “consumo”, “offerte”, “magazzino”, “sconti”, “dati”, “file” entrano nel corpo del verso e ne modificano il respiro. Il mondo contemporaneo non viene descritto dall’esterno; viene lasciato parlare attraverso le sue stesse parole, fino a mostrare la povertà simbolica che esse producono. Uno dei luoghi più persuasivi della raccolta è il testo 9, dove i “riscontri” sono“ messi nelle speciali offerte” e i visi dei passanti appaiono “indotti ai fondi lisi di magazzino”. Qui la critica alla società dei consumi non è appoggiata al contenuto, ma alla torsione del linguaggio. Il volto umano, sede tradizionale del riconoscimento, viene ricondotto al fondo di magazzino, alla rimanenza, al residuo commerciale. Il gioco fonico tra “riscontri”, “scotti” e “sconti” trattiene qualcosa della retorica pubblicitaria, ma la svuota dall’interno: dietro la promessa dell’offerta resta il costo di un’esistenza ridotta a scarto. È questa, forse, la parte più convincente del libro: l’intuizione che l’ultimo uomo non sia soltanto una figura filosofica o apocalittica, ma un soggetto amministrato da codici che hanno sostituito l’esperienza. Non vive più dentro un mondo, ma dentro procedure, passaggi, consegne, connessioni, catalogazioni.
Anche quando si muove, non sembra davvero procedere. È trasportato. È registrato. È contato. La sua libertà residua somiglia spesso a una forma più sottile di dipendenza. Da qui deriva anche il rapporto costante tra materia e cancellazione.

foto di Paolo Zanardi
Nel testo 2 il “filo oscuro”, la “lettera scolpita”, il “fosso”, la “pietra” e le “suole” compongono una piccola archeologia dell’assenza. Il segno rimane, ma non garantisce più il nome; la pietra conserva una macchia, non una memoria piena. La presenza umana sopravvive come impronta diminuita, come traccia non più capace di fondare un’identità. Anche nella sezione finale, Le spore sperse, l’immagine della dispersione si precisa attraverso veicoli, schermi, passaggi elettrici, “dati marciti” e “povere chiavi di parole”. La parola non è celebrata come salvezza automatica: è anch’essa contaminata, impoverita, esposta alla stessa corrosione che vorrebbe nominare. Il libro, tuttavia, non è privo di zone meno risolte. Lorusso è più forte quando l’astrazione si deposita in oggetti riconoscibili, quando il pensiero si sporca con il lessico materiale del presente. Lo è meno quando il verso tende a produrre oscurità per accumulo, affidandosi a nessi non sempre necessari. Alcune formule— la voce dell’assenza, la fine, il senso dissolto, il tempo che si frantuma —appartengono a un repertorio alto ma già molto frequentato dalla poesia contemporanea. In quei casi il rischio non è l’oscurità in sé, che può essere feconda, ma una certa prevedibilità dell’enigma. La presenza di Nietzsche, richiamata dall’esergo all’ultimo uomo in Così parlò Zarathustra, impone poi una misura severa. Il titolo porta con sé un peso enorme: la piccolezza dell’uomo terminale, la riduzione dell’orizzonte, l’adattamento al minimo, la sopravvivenza senza grandezza. Lorusso non sempre affronta frontalmente questa eredità; preferisce disseminarla in un paesaggio di scorie, merci, stanze, insegne, passanti, dati, residui. È una scelta coerente: l’ultimo uomo non appare come personaggio, ma come condizione diffusa. Non ha volto perché coincide con il mondo che lo ha prodotto. In questo senso, L’ultimo uomo è un libro più interessante quando non pretende di pronunciare l’ultima parola sulla fine, ma quando ne registra gli effetti minimi: un’insegna che “balbetta la sua presenza”, una finestra che “valuta il silenzio”, una vita che si consegna alla “salvezza / di file sottili e zampilli di dati”. Qui la raccolta trova la propria voce migliore: non nel gesto oracolare, ma nella percezione di una realtà in cui persino la salvezza ha assunto la forma fragile dell’archiviazione.

Resta dunque un libro esigente, diseguale in alcuni passaggi, ma attraversato da una necessità autentica. La sua forza non sta nel proclamare la dissoluzione del senso, bensì nel mostrare come il senso continui a funzionare anche dopo essersi svuotato: nei magazzini, nei dati, nelle offerte, nei nomi confusi, nelle tracce che restano quando l’uomo è già diventato quasi soltanto il suo residuo.
Francesco D’Angiò



















21/09/2026 alle 13:17
Un sentito ringraziamento a VERSANTE RIPIDO per lo spazio che continua a concedermi e al poeta Francesco D’Angiò per la sua bella recensione.
Un saluto alla redazione e ai lettori di questo Blog.
Francesco Lorusso