A tentoni nel buio di Paolo Polvani/   È come se tutto di colpo apparisse illuminato nell’ascolto (note di lettura a Voragini d’azzurro, di Adriana Tasin, Interno Libri Edizioni, 2025)

 

   Leggendo il famoso saggio “Il pensiero meridiano”, di Franco Cassano, uno degli aspetti che colpisce subito è il ruolo centrale del mare. Scrive l’autore: “L’ipotesi che sta alla base delle nostre riflessioni è che esista un’omologia strutturale tra la configurazione geografica della Grecia (ed in particolare il rapporto tra terra e mare) e la sua cultura”.

Più avanti Cassano afferma che gli abitanti che hanno dentro di sé il mare sono agitati dall’inquietudine di chi sa che non esiste solo un orizzonte, un paese e un accento.  Sarebbe dunque questa inquietudine alla base della nascita della filosofia. Il desiderio di andare a vedere cosa si cela dietro l’orizzonte, chi ci abita, che lingua parla, dunque l’inquietudine come riflesso del perpetuo agitarsi delle onde.

In Voragini d’azzurro ci troviamo geograficamente molto distanti da “quel mare che si muove anche di notte e non sta fermo mai” (Paolo Conte), ci troviamo dove “le montagne a guardarle dal centro città / paiono celesti”, ma qui, in questo libro, il gioco si fa subito scoperto: “Che cosa c’è al di là?” è il titolo del capitolo che inaugura la raccolta, e tutta l’architettura dell’opera ruota intorno a questa domanda, creando una fortissima tensione che si snoda lungo tutto il percorso dei versi.

L’estensione del mare si sviluppa in senso longitudinale, segue la linea utopica dell’orizzonte, vincolato a un’idea di gravità, di adesione, di contatto, andar per mare presuppone un rapporto fisico, un’immersione, il fragore del moto ondoso.

Nella raccolta di Adriana Tasin invece “è nella verticalità che svaniamo”, possiamo sentire “il suono della ripidezza custodito tra i monti”, possiamo sperimentare come “l’aquila preda il coraggio”, misurare, alla base della parete,

“le linee immaginarie verticali

con la testa nelle vertigini fai presa nell’aria

mani vuote               quasi ali

                                 quasi sali”.

foto di Vittorio Sella

 

In montagna la sfida è alla gravità, l’ambizione è all’ascesa, e svela un’aspirazione che partendo dalla dimensione fisica la trascende. Ma per librarsi, per rivelarsi per ciò che davvero vuole esprimere, alla prima stazione troviamo la bellezza del paesaggio, qui “sei nella meraviglia / e ti scusi per tutto quel sole che ancora porti / e si compie da solo”, qui sei nella vastità della luce, qui la gravità è il confine, “assorto e raccolto, appoggiato alla parete in aderenza”, qui puoi sentire cose che nessuno sente, qui puoi vedere “quei paesi in lontananza che paiono pugni di luce nell’erba”.  

Sfidare il mare è un’esperienza collettiva, con risvolti pratici, se finalizzati ai commerci, agli scambi, il rapporto con la ripidità della montagna invece appare individuale, e si porta appresso il marchio di un’ossessione, che avvicina l’impresa più alla caccia alla balena bianca che allo stupore della Passeggiata di Walser: “quando raggiungi la sommità ti prende quello stordimento”, quella vertigine consapevole dei rischi, di quella paura che appare come un mostro da sconfiggere “che tu chiami a voce alta   paura”. Tutto questo diventa misura dell’ardimento, della sfida,

“tra pareti bianche e spoglie il suono del corpo sale

le mani si dirigono nel vuoto si aprono all’inutile riparo”

La bellezza di questi versi, e dell’intera raccolta, prende una direzione che a tratti si biforca, un sottofondo epico, “colpa mia, colpa mia, sono incrodato”, e un aperto sconfinamento nelle strade dell’ascesi, della comunione col tutto: “sei paesaggio e ti confondi nell’immenso / nel dettaglio”.

Tutto questo emerge durante la lettura del libro, ma ecco che il paesaggio disvela la vera domanda intorno alla quale si avvolgono i versi, la verità finale contenuta nel titolo del capitolo iniziale: Che cosa c’è al di là?” e attiva un gorgo di domande esistenziali.

Certo, qui siamo vicini alla vetta, e una volta su, insieme a quel leggero stordimento, si aprono le valli, quei pugni di luce che sono i piccoli paesi nella lontananza, “così scroscia il destino” e all’alba dire addio.   

Ecco, se “Così viviamo per dire sempre addio”, come afferma Rilke, la metafora della parete ripida si illumina per intero nel verso “quale altezza distendendosi addomestica all’addio”, e ci fa entrare nella assoluta bellezza dell’ascensione, nella forza di quelle suggestioni, nello sforzo che supera ogni limite, nella volontà di scoprire che cosa si cela al di là, e di come possiamo prepararci, di come possiamo addomesticare quella montagna, quella vetta che incombe e preme prima dell’addio.

 

foto di Vittorio Sella

 

le montagne a guardarle dal centro città

paiono celesti, e blu le più vicine, mai

diresti che sono di un altro colore e, quando

svaniscono al tramonto, restano a separare:

le radure | le case | i treni | i mari |

le pianure | le autostrade | l’ade |

 

 

°     °     °     °     °

 

 

è nella verticalità che svaniamo

togliendo, incrociamo le dita

nello spacco giallo delle crepe sostiamo

finché l’affondo arriva [improvviso]

 

è così che l’aquila preda il coraggio

 

                           meravigliamoci ora del troppo stupore

 

 

°     °     °     °     °

 

 

e sei miracolato, vivo, appeso a una corda che dondola

vertigine in fondo al tramonto angeli di fiamma e di ghiaccio

  • scavano con le ali il cielo

 

l’eco, alla domanda                             c’è nessuno?

ha risposto dall’ultima parete              nessuno

 

e che ora è? hai chiesto                         è l’eternità!

ah, l’eternità – ha scritto Osip –            batte sulle ore di pietra

batte sul ferro delle campane in vetta

batte sul ferro del campanile nel fondo valle

come il sordo, cauto tonfo del presagio

 

passata la notte sei ancora vivo, qualcuno deve andare a dire a

tua madre che la morte è passata come un gracchio alpino, ha

tirato un cerchio nero nell’aria, ha sorvolato

 

 

°     °     °     °     °

 

 

non è nitido il confine sulle cime né chiaro

dove da lì tu possa

                      arrivare senza                  il dolore

 

di vedere dall’alto

i tuoi gesti cadere

dietro l’ultimo profilo a coltello

 

       sentirne appena il respiro calare

 

 

°      °      °      °      °

 

 

sai che ho amato il tuo slancio?

 

il lasciare la presa

lo strappo di neve

il salto impareggiabile della vita

 

 

°     °     °      °      °

 

 

come ti trovi in questo luogo d’esilio dove solo gli animali

selvatici ti sono famiglia? nella fatica cerchi orizzonti

irregolari che somiglino un poco ai profili

                                                          dei monti e dei morti

 

       – ma qui è mare [dici] eternità soltanto –

 

indicami allora amore quale mare

quale altezza distendendosi addomestica all’addio

 

 

 

Adriana Tasin è nata a Tione di Trento, nel 1959. Si è laureata in Scienze Naturali, all’Università di Bologna, e fino al 2021 ha insegnato discipline scientifiche in Val Rendena, dove tuttora vive, a Madonna di Campiglio, nel cuore del Parco Adamello Brenta, ai piedi delle dolomiti. Ha pubblicato le raccolte Il gesto è compiuto (puntoacapo Editrice, 2020) e Fatti reali immaginari (Arcipelago itaca Edizioni, 2022). Suoi testi, editi e inediti, sono apparsi in blog letterari, giornali, riviste e numerose pubblicazioni antologiche, alcuni sono stati tradotti in spagnolo, da Antonio Nazzaro, per il Centro Culturale Tina Modotti e per le Scuole di Poesia di Cuba (in occasione della trentesima edizione del Festival Internazionale della Poesia dell’Avana).