Mariachiara Grillo, Nati da Hermes e Afrodite, Nona Edizioni, Locorotondo-Milano, 2026.
Note di Carlo Di Legge

Il libro reca l’esergo: agli amori inutili. Dunque è dedicato all’amore e nel caso va inteso come amore contro l’utilità in amore e va preso alla lettera, in amore non si dovrebbe far caso a un tornaconto materiale di qualche tipo. Di utilitarismo e quindi di confusione è imbevuto l’ego (e l’Es?), quando p. e. sentiamo dire che l’altro sarebbe frivolo solo perché non sembra pensare al cosiddetto progetto di vita, o che l’altro non è un una/un vero uomo (o donna) perché non offre quel che ci aspettiamo (cosa? magari una famiglia e un bel contratto di qualche tipo). Matrimonio-contratto, denaro, prestigio e immagine, sono l’utile in amore, secondo la legge della domanda e dell’offerta; se no siamo nell’inutile.
Si comprende che vi sia, nelle relazioni che si stringono, anche il timore di venire usati da un altro, come se fossimo utensili, dunque timore d’essere per così dire reificati a fini di consumo. È sempre stata d’uso la relazione con qualche scopo cosiddetto materiale, con l’intenzione che si esaurisca perfino in un solo contatto fisico o altro; ve bene. Come può darsi una proiezione, ovvero vedere nell’altro una immagine di ciò che noi stessi siamo e pensiamo.
Ma il libro si dichiara per gli amori inutili, secondo un pensiero controcorrente, o anche un modo di pensare elevato ma reso borderline rispetto alla corrente attuale.
Quindi prende corpo un’accezione spirituale d’amore. Ma romantica? Fino ad un certo punto, ce ne sono elementi. Prende corpo, piuttosto, alla lettera, lo spirito: secondo questo sentire, lo spirito non è altro dal corpo e quindi da quel che chiamiamo materia, sicché si potrebbe dire che questo modo d’intendere è tanto un materialismo che uno spiritualismo. Infatti è nella terra che bisogna “Seppellirci viva una stella” (17) e la divinità, pare, s’incontra – ma con qualche trauma grosso – «da sotto le pietre» (15). Il dialogo col divino è a tu per tu, il senso religioso-spirituale è di questo tipo, lo si direbbe una religiosità dell’immanenza con un forte avvertire la natura.
Questo aspetto lega l’esergo del libro al titolo del precedente, che era sfiorarsi è eterna metamorfosi: se dell’essere a contatto con l’altro vero si privilegia l’utile, è quello spirituale, quindi anche quella conseguenza che è il cambiamento. Essere a contatto con l’altro, lo sfiorarsi, può implicare una trasformazione. La trasformazione è il mutamento del sé. Il Sé, cioè la personalità psichica, e la sua trasformazione, sono concetti che provengono dal pensiero di Carl Gustav Jung, che a sua volta ha letto i concetti lasciati dalla tradizione alchemica e da quelle religiose e filosofiche, specialmente esoteriche, come simboli della trasformazione della psiche. Infatti il libro è suddiviso in modo da suggerire un cammino attraverso le stazioni del simbolico alchemico: nigredo-albedo-citrinitas-rubedo, si spera verso la consapevolezza, ma io direi: da dove si è partiti fin dove si è pervenuti, in un cammino dove nulla è garantito se non (forse) il cammino stesso, ed è già questo un privilegio. La maniera di vivere questa strutturazione del libro è ovviamente tutta sua, dell’autrice, e può giovare addentrarvisi un po’.
I testi sono brevi, nessuno oltrepassa la pagina, qualcuno, più d’uno, è di cinque linee. Tra un testo e l’altro viene sempre interposta una pagina bianca, come un invito a riflettere e pesare l’appena letto, forse a respirare o a prendere appunti; tra le sezioni, come d’uso, pagine bianche o quasi. Le linee o versi sono così brevi che non hanno bisogno di arrivare a esaurire la larghezza della pagina, vengono fino a metà, a volte consistono di una sola parola. Quale trasmissione di senso corrisponderà a tale “maniera” di spezzare la lingua, di tirarla, cercando l’asciuttezza? Quale volontà di non nascondere, d’essere chiara secondo che il nome stesso dice, fors’anche di provocare? Lasciando in sospeso il discorso insidioso dell’autenticità e della sincerità (possono non essere la stessa cosa), va osservata la coerenza, non solo in riferimento a quel che viene detto – il che già farebbe il libro ma non basta, in poesia – ma anche a come vien detto: dalla musicalità (dico per analogia: melodia come accordo, coerenza dei testi ognuno al suo interno e tra di loro) al ritmo presente nei toni usati in parola e linea a volte, con qualche accorgimento, al tipo di parola. Certe cose vanno dette in una modalità appropriata a dire quelle cose, che di volta in volta va trovato.
S’incontra una parola semplice, a volte appare disarmante (ma in guardia, lettore! Cosa vorrà dire

foto di Henri Cartier Bresson
trovare, alla fine di un testo, che «… il tuo viso… è proprio un giglio» – cosa vorrà dire quel «proprio», che enfatizza l’essere «un giglio»? (51) Parola che tende all’uso quotidiano, credo per la tensione a dire mettendosi in relazione con l’altro; e con la stessa semplicità, d’improvviso compare che «sono una persona orribile» (37), ma anche:
A sedici anni,
sulla stessa mano
con cui facevi le seghe
al fidanzatino
avevi i segni di Russel.
Non lo avresti mai detto
– o forse sì –
che il giorno
in cui saresti uscita dall’amenorrea
avrebbe coinciso
con l’innamorarti
di una donna (31).
Un’esperienza si può cercare di comunicarla e, in poesia, questo crea qualche buona domanda a chi legge – che può restare tale, come forse il venire di sé stessi in parola ne procura altre a chi scrive. La parola usata è carica di eventi, non ne può prescindere, porta una voce, in detto e non detto. Il poeta è infine la sua poesia. Si scrive per mostrare (non è mai così facile farlo). Si mostra una parte di sé per chiamare altri alla condivisione, senonché scrivere e dire implica che qualcosa si faccia visibile e che qualcos’altro resti non detto e si raccolga al bordo del detto, oltre il bordo, anche senza intenzione di nascondere. Ciò sta, per certe definizioni, nel far poesia e nella dimensione del simbolico: il libro è fortemente simbolico fin dal titolo, anche in questo senso di opposizione evidenza/alone, che sono insieme e si rinviano reciprocamente.
Alcuni testi sono costruiti sulla trovata, altri sulla confessione, altri appaiono fini a sé ma, certo, solo per la difficoltà di appigli interpretativi. I moduli di pensiero messi in opera e le immagini sono spesso singolari e talvolta dissacranti o di paradosso.
Questo per esempio è costruito sull’ invenzione, a partire dall’incipit «Dirai che non c’entra niente» (difatti! Si direbbe, ma…):
Dirai che non c’entra niente,
e invece c’entra.
C’è una diretta proporzionalità
Tra il mio amore per te
E il fatto che, da bambina,
mangiavo la frutta con la buccia.
Dunque l’asserto consiste in questa proporzionalità che pare campata in aria – come la poesia in genere, volatile parola: ma cosa vuol dire? Qualunque cosa, ognuno dia la propria interpretazione. Può essere anche non arduo, si avverte inoltre dell’ironia. Ad esplicazione – che esplica fino ad un certo punto – sta la seconda parte, con cui termina il testo:
Ditelo a quelli
Che cercano i traumi infantili:
che l’unica colpa,
a volte, può essere
aver mangiato
troppe nespole (83).

foto di Henri Cartier Bresson
Quello che risulta immediatamente è che v’è una estensione di proporzionalità, che origina una equazione e si potrebbe esprimere in questo modo, l’amore per te sta al trauma infantile come mangiare frutta con la buccia sta al mangiare troppe nespole. Frutta con la buccia – per incominciare – nel senso che non sia stata sbucciata, come si dovrebbe, prima di mangiarla? si direbbe, e si potrebbe continuare, ma qui il gioco è ancora possibile, come si vede. Altrove si offre una maggiore evidenza, ma entro limiti; altrove è più difficile.
Qualcosa si fa visibile. Si mostra: e viene anche, in primo piano, l’io. Modernità e postmodernità in poesia vanno a farsi benedire. L’inosservanza dei canoni, che viene certamente dal vissuto, si riflette sull’inosservanza del canone poetico. Soprattutto, si fa la ricerca di una lingua adeguata alla volontà di dire. Anche nei testi (uno è il penultimo citato) dove si usa il “tu” si tratta di uno sdoppiamento dell’io che parla a sé stesso; ma più spesso, spessissimo, un “io” viene speso largamente, a profusione, e certo si tratta di “io, che scrivo”. L’uso della provocazione, già menzionato, è dosato, intervallato a testi comunque dotati d’una tensione nel dire così secco: il libro è coraggioso per quel che dice o suggerisce di sé a un altro, il lettore di cui si cerca e si sfida il giudizio. Va forse aggiunto che non è facile? Perché ci si vorrebbe mostrare a chi non si conosce e sollecitare l’attenzione e la domanda in quell’ombra indeterminata, che è il lettore virtualmente universale. Ma anche se si usa la terza persona invece che la prima, l’urto è avvertito, si fa nella potenza di contrasto delle parole, che rendono gli stridori d’una situazione:
È una domenica come tante.
La tavola è apparecchiata,
i parenti stanno per arrivare.
Le interiora delle brave bambine
sono rosa e scintillanti, in bella vista,
sui mobili del salotto,
a fianco all’argenteria
e alle foto del battesimo,
nelle case
delle famiglie perbene (33).
Sì, c’è qualcosa che provoca un passo indietro o due in chi legge, o a cui ci si rifiuta. Non per questo diventa così evidente ciò che vien mostrato, perché si può dire in modo chiaro, ma la chiarezza resta nella formulazione del significante e il significato resta comunque non dettagliato, ma va bene, anzi può essere anche meglio. Intanto, scrivere nella concisione del verso non è quasi mai descrivere nel dettaglio, come si prova a fare in certe prose, e comunque anche in qualunque tipo di prosa opera un criterio di selezione.
Senza voler enfatizzare la questione – i testi di questo libro, molto opportunamente, non lo fanno, lo suggeriscono – tutti portiamo, se non proprio il dolore, almeno la difficoltà e l’ostacolo, e del rimedio può far parte la scrittura in versi (dico solo che può). Ma qui lo stare nella vita è saldo: si trasmette una emozione assai mediata in parola, quel sentire «di chi non cambierebbe mai/il passato» (19). Non perché non si può, ma perché così volli.

Dirsi ad altri, pensando che qualcuno entrerà in circolo, mettersi in relazione, come fa Mariachiara Grillo, anche attraverso il suo uso competente dei media e dei social, riuscito, rientra in un suo disegno di sentirsi parte viva di un grande corpo vivente. Anche dei non viventi? Credo di sì – a giudicare dalla sua straordinaria propensione per la letteratura, la filosofia e la conoscenza universali, che tornano in modo assai sobrio in questo suo dialogo speciale. A mio avviso un libro di poesia è – tra l’altro – pur sempre una storia. Chi cerca la storia si fermi qui, chi apprezza la poesia legga e la senta, la provi anche in versi così immediati eppure colti, a tratti così sfidanti, così forti.
Carlo Di Legge



















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