
Redes de música anchas como el cielo di Claudia Zironi | Intervista alla musicista Carolina Barenbaum / Entrevista a la música Carolina Barenbaum (ITA / ESP)
VER.ITA (in coda VER. ESP)

Ci sono musiche che si ereditano, musiche che si imparano e musiche che, con il tempo, cominciano a trasformarsi in una voce propria. Il percorso di Carolina Barenbaum riunisce tutte e tre queste dimensioni.
Chitarrista, charanguista, compositrice e docente, nata a Buenos Aires, ha iniziato a studiare chitarra a dodici anni e ben presto si è avvicinata al tango e al folklore. A sedici anni ha conosciuto il charango, uno strumento che avrebbe finito per occupare un posto centrale nel suo percorso artistico. Si è formata presso la Escuela de Música Popular de Avellaneda, con indirizzo in Folklore, e successivamente ha approfondito gli studi di canto, percussioni, armonia, composizione e chitarra classica.
Il suo percorso discografico mostra un’evoluzione particolarmente interessante. Dalle prime esperienze in gruppi come Iris Trío e nel duo Abras, passando per Inimaginario (2020), fino a Simisonte (2021), dedicato all’universo del charango, del ronroco e del maulincho, Barenbaum ha esplorato diversi modi di far dialogare le musiche di radice con nuove sonorità.
Con Tras el reflejo (2025), questo percorso compie un ulteriore passo avanti: la chitarra a sette corde diventa il fulcro di un repertorio composto interamente da opere proprie, in cui la sonorità della chitarra classica dialoga con i ritmi del folklore sudamericano e con una ricerca compositiva sempre più personale. Anche il suo lavoro di compositrice ha cominciato a farsi conoscere fuori dall’Argentina: nel 2024 ha ricevuto un riconoscimento per la composizione dalla American Society di New York e nel 2026 una sua opera è stata eseguita per la prima volta nella stessa città, nell’ambito di un programma dedicato a nuovi compositori delle Americhe.
Ma c’è un altro aspetto del suo percorso che ci interessa particolarmente. Carolina svolge la propria attività in un mondo musicale in cui le donne sono sempre state presenti, anche se i nomi che occupano più frequentemente le posizioni di maggiore visibilità e riconoscimento continuano a essere, in larga misura, maschili. Che cosa significa costruire una voce propria come interprete e, soprattutto, come compositrice, essendo donna in questo ambito? Quanto pesano ancora i modelli ereditati e quanto sta cambiando il ruolo delle donne nella musica?
Dal rapporto con le musiche del folklore alla composizione, dal charango alla chitarra a sette corde, dall’interpretazione alla creazione: di questi percorsi e della costruzione di un’identità artistica personale abbiamo conversato con Carolina Barenbaum.
Benvenuta, Carolina Barenbaum.
Entriamo subito nel vivo dell’intervista.
Hai iniziato studiando chitarra e, molto giovane, ti sei avvicinata al tango, al folklore e al charango. In quale momento hai sentito che non ti bastava più interpretare la musica degli altri ed è nata l’esigenza di comporre?
La composizione ha attirato la mia attenzione fin da piccola. Prima ancora di iniziare gli studi musicali, mi divertivo a improvvisare mentalmente delle canzoni e a comporne di brevi, con testo e musica, utilizzando una tastiera con suoni automatici. In seguito, quando ho cominciato a studiare chitarra, la composizione è riapparsa attraverso lo strumento. Mi interessavano tanto la musica strumentale quanto le canzoni.
All’inizio erano idee che sperimentavo, senza avere necessariamente strumenti o conoscenze specifiche di composizione. È successo tutto in modo piuttosto naturale, parallelamente allo studio dello strumento. Col tempo, la composizione è diventata una parte sempre più importante del mio rapporto con la musica.
Che cosa significa per te comporre? Scrivere musica è un modo per raccontare qualcosa che non riusciresti a esprimere in altro modo?
Per me comporre è una motivazione personale, uno spazio creativo in cui posso sperimentare, cercare e scoprire cose nuove. Non mi piace concepirlo come un tentativo di raccontare qualcosa o di esprimere una determinata emozione: sento che la ricerca è più legata alla musica in sé.
Nel tuo percorso convivono la musica popolare argentina e latinoamericana, il folklore, la chitarra classica e anche elementi della musica accademica. Senti che questi confini tra generi esistano davvero per te?
Nella mia esperienza personale, questi confini non sono così netti. Ho studiato e suonato musiche diverse, e tutto questo si è integrato progressivamente nel mio modo di fare musica. Mi interessa attingere a elementi di linguaggi musicali differenti e vedere come possano convivere, senza la necessità di inquadrarmi in un unico genere. Credo che spesso queste influenze emergano in modo naturale, senza che io le ricerchi necessariamente in maniera consapevole.
I tuoi primi dischi comprendono arrangiamenti e composizioni, mentre Tras el reflejo è composto interamente da opere tue. Che cosa è cambiato in te durante questo percorso, fino ad assumere pienamente il ruolo di compositrice?

Duo Abras
Credo che, più che un cambiamento in me come compositrice, si sia trattato di trovare e concedermi il tempo e lo spazio per dedicarmi a un progetto personale. Fin dai primi anni di studio ho cominciato a comporre brani miei, che ho sempre desiderato portare a compimento: darli per conclusi, presentarli al pubblico, registrarli e così via.
In seguito sono riuscita a realizzare parecchio con le composizioni in forma di canzone, perché per un periodo ho suonato in gruppi con una cantante e in quel contesto abbiamo eseguito alcuni miei brani. Le mie composizioni strumentali, invece, erano rimaste un po’ in secondo piano, finché non ho potuto dedicare più tempo al progetto.
Quando componi, che cosa cerchi: una melodia, una particolare sonorità, un ritmo, un’immagine, un’emozione? Da dove nasce solitamente un tuo brano?
Nel mio caso, le idee nascono improvvisando con lo strumento, registrando bozze, ascoltando e valutando ciò che mi interessa sviluppare. Altre volte emergono mentalmente, sotto forma di un’idea musicale che immagino e che poi cerco di trasferire sullo strumento o sullo spartito. Ci sono anche momenti in cui parto dalla ricerca di una sonorità o di un ritmo particolare che ho voglia di esplorare.
Non esiste un unico modo di cominciare: dipende da ciò che sto cercando in quel momento. In seguito lavoro su quelle prime idee, sperimento alternative e le sviluppo.
Il charango occupa un posto molto particolare nel tuo percorso. Che cosa ti ha permesso di scoprire questo strumento che non avevi trovato nella chitarra?
Il charango mi ha permesso di trovare una libertà diversa, in parte grazie alle sue dimensioni e al modo in cui mi relaziono fisicamente con lo strumento. Per me ha qualcosa di più ludico, che invita a provare e a esplorare. Allo stesso tempo, mi ha avvicinata a un universo musicale molto ricco, soprattutto per la sua tradizione stilistica e ritmica, che costituisce una parte fondamentale della sua identità. Credo che nel mio rapporto con il charango convivano entrambe queste dimensioni: da un lato il gioco e la ricerca personale, dall’altro il dialogo con una tradizione musicale molto caratteristica.

Maulincho – luthier E. Fioravanti
In Simisonte hai esplorato il charango, il ronroco e il maulincho, mentre in Tras el reflejo il fulcro è la chitarra a sette corde. In che modo cambia il tuo approccio alla composizione a seconda dello strumento?
Sento che il mio modo di comporre cambia molto a seconda dello strumento, perché ognuno ha le proprie possibilità e i propri limiti. Cambiano l’estensione, le risonanze, l’articolazione e anche la versatilità nell’affrontare determinate idee.
Il charango, il ronroco e il maulincho hanno sonorità e caratteristiche che mi portano a esplorare determinati ritmi e tessiture, mentre la chitarra a sette corde apre altre possibilità, soprattutto sul piano dell’armonia, della polifonia, del lavoro con le linee di basso e di sonorità differenti, come gli armonici e altre tecniche estese.
Molte volte le idee nascono proprio dal contatto con lo strumento: sperimentando, ascoltando e scoprendo nuove possibilità.
Quanto delle musiche tradizionali che hai imparato e ascoltato nel corso della tua vita riaffiora, anche senza che tu ne sia consapevole, nel tuo modo di comporre?
Credo molto, anche se non sempre sono consapevole di quali elementi emergano o di quanto sia forte la loro influenza. Sono in contatto costante con le musiche delle radici: le ascolto, le suono e le insegno. Tutto questo fa parte del mio percorso e sicuramente si riflette nel mio modo di comporre, nei ritmi, nelle melodie e in certi modi di costruire la musica. Sono linguaggi che ho profondamente assimilato e che emergono in modo naturale, anche quando non cerco di creare qualcosa legato a una tradizione particolare.
Ti interessa preservare una tradizione musicale o, al contrario, senti la necessità di trasformarla affinché continui a essere viva?
Non sento che il mio percorso personale sia quello di preservare una tradizione, anche se mi interessa conoscerla, suonarla e insegnarla. Forse dipende dal fatto che sono nata e cresciuta in una città, che non provengo da una famiglia di musicisti e che non sono cresciuta in un contesto in cui queste musiche fanno parte della vita quotidiana della comunità. Il mio rapporto con esse si è costruito attraverso lo studio, l’ascolto e la pratica musicale. Per questo sento più mio il percorso della creazione, della trasformazione e della contaminazione tra elementi diversi.
Il mondo della musica continua a essere, per molti aspetti, un mondo molto maschile. Quali difficoltà concrete hai incontrato nel tuo percorso in quanto donna?
Per fortuna, non saprei indicare una situazione specifica come la difficoltà principale, ma credo che ci siano questioni più sottili che attraversano questo percorso. In molti ambiti della musica, in generale, la presenza maschile continua a essere maggiore, e questo si riflette anche su chi gode di maggiore visibilità, credibilità e opportunità di lavoro.
Ci sono situazioni che si possono riconoscere, ma anche altre più difficili da individuare, come le opportunità che forse non sono arrivate, le proposte per le quali non siamo state prese in considerazione o i circuiti musicali in cui la nostra musica non ha ricevuto la stessa attenzione. È difficile sapere quanto tutto questo dipenda dal fatto di essere donne, perché spesso non si tratta di qualcosa di esplicito. Credo che, da questo punto di vista, ci sia ancora molto su cui riflettere e da rivedere.
Senti che una donna compositrice debba ancora dimostrare qualcosa in più per essere riconosciuta come tale?
Non so se potrei affermarlo in tutti i casi, ma credo che esistano ancora pregiudizi e certe idee radicate su chi venga riconosciuto come compositore. A volte non si tratta del fatto che una donna debba dimostrare esplicitamente qualcosa in più, quanto piuttosto che il suo lavoro, forse, non riceva fin dall’inizio la stessa visibilità o credibilità.
Credo anche che la situazione possa variare molto a seconda dell’ambito musicale. Sono questioni difficili da valutare sulla base della propria esperienza personale, ma che vale la pena continuare a osservare e a mettere in discussione.
Ci sono moltissime donne che studiano, suonano, compongono e insegnano musica, ma quando pensiamo ai grandi nomi della storia musicale ci vengono in mente soprattutto uomini. Perché, secondo te, accade questo e quanto sta cambiando la situazione oggi?

Linda Nochlin
A questo proposito, trovo interessante riprendere un’idea dell’autrice Linda Nochlin nel suo saggio Perché non ci sono state grandi artiste donne? La domanda stessa, secondo lei, è formulata in modo scorretto, perché nasconde le disuguaglianze storiche e sociali che hanno fatto sì che le donne avessero meno opportunità di formarsi, sviluppare il proprio lavoro ed essere riconosciute. Questo è accaduto e accade anche nella musica. Molte donne hanno composto e dato contributi importanti, ma non sempre hanno goduto della stessa visibilità dei loro colleghi uomini. In Argentina abbiamo il celebre caso di Nenette Pepin, compagna di Atahualpa Yupanqui, che compose molte canzoni sotto lo pseudonimo di Pablo del Cerro.
Oggi ci sono maggiore apertura e più possibilità per le donne di dedicarsi alla musica, comporre e sviluppare progetti propri. Tuttavia, continuo a vedere disuguaglianze negli spazi di maggiore visibilità, come i festival e la musica mainstream. I nomi più conosciuti continuano a essere prevalentemente maschili e, quando una donna occupa una posizione di rilievo, spesso è accompagnata da una band composta principalmente da uomini.
Questo si nota anche nei cartelloni dei festival, nonostante esista una legge sulle quote di partecipazione femminile. Sono situazioni che dimostrano come, nonostante i progressi compiuti, il problema non sia ancora risolto e non possa essere escluso dal dibattito.
La tua condizione di donna ha mai influenzato il tuo modo di comporre, di suonare o di rapportarti con il mondo musicale, oppure preferisci che la tua opera venga ascoltata indipendentemente da qualsiasi etichetta di genere?
Personalmente, non ho mai sentito particolarmente le etichette di genere come un modo per percepirmi o definirmi. Sono cresciuta senza sentire che, per il fatto di essere donna, dovessi comportarmi in un determinato modo o limitare i miei gusti e interessi. Mi sono sempre sentita libera di scegliere ciò che mi piaceva e di fare ciò che volevo, e questo è un aspetto che attraversa anche il mio rapporto con la musica.
Non so fino a che punto la mia condizione di donna influenzi il mio modo di comporre o di suonare: non è qualcosa su cui mi interroghi consapevolmente.
Nel 2024 hai ricevuto un riconoscimento per il tuo lavoro di compositrice dalla American Society di New York e nel 2026 alcune tue opere sono state eseguite per la prima volta nella stessa città. Che cosa hanno significato queste esperienze per te come compositrice?
Sono state esperienze molto importanti e stimolanti per me. Il riconoscimento del 2024 è stato motivo di grande gioia e anche un incentivo a continuare a sviluppare il mio lavoro compositivo. In seguito, alcune mie opere sono state eseguite per la prima volta a New York. È stato emozionante poter ascoltare la mia musica interpretata da altri musicisti, confrontarmi con loro e conoscere un contesto diverso dal mio.
Dopo tutto questo percorso – dalla chitarra al charango, dall’interpretazione alla composizione – senti di aver finalmente trovato una voce musicale tua o pensi che questa ricerca non finisca mai?
Sento che è una ricerca che non finisce mai e che non ha senso pensare che possa finire, perché, dal momento che la musica è parte integrante delle nostre vite, non si tratta davvero di raggiungere un obiettivo finale. Il mio modo di fare musica continua a cambiare e ho voglia di esplorare altre strade, senza cristallizzare ciò che faccio attualmente. Mi piace la possibilità di scoprire nuove sonorità, condividere la musica con gli altri e vedere come queste esperienze trasformino il mio modo di comporre e suonare.
Su che cosa stai lavorando attualmente e dove ti piacerebbe portare la tua musica nei prossimi anni?
Per ora continuo a sviluppare il percorso che ho intrapreso negli ultimi anni, lavorando sia su brani solistici sia su formazioni in duo e in trio. Mi interessa continuare a comporre ed esplorare altri stili e influenze, incorporando nuove sonorità e cercando modi diversi di combinare gli elementi musicali con cui lavoro.
Ho anche voglia di continuare a condividere la mia musica dal vivo e di trovare nuovi modi per portare queste composizioni all’incontro con altri musicisti.
Se dovessi descrivere la tua musica senza parlare di generi, strumenti o stili, quale immagine useresti?
Faccio sempre molta fatica a descrivere e/o tradurre la musica in parole, o a riassumerla in un’immagine. Preferisco che ciascuno possa trovare le proprie immagini e sensazioni nell’ascoltarla, senza doverla necessariamente associare a qualcosa di concreto.
Grazie.
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Hay músicas que se heredan, músicas que se aprenden y músicas que, con el tiempo, empiezan a transformarse en una voz propia. El recorrido de Carolina Barenbaum reúne las tres dimensiones.
Guitarrista, charanguista, compositora y docente, nacida en Buenos Aires, comenzó a estudiar guitarra a los doce años y muy pronto se acercó al tango y al folklore. A los dieciséis conoció el charango, instrumento que terminaría ocupando un lugar central en su trayectoria. Se formó en la Escuela de Música Popular de Avellaneda, con orientación en Folklore, y posteriormente amplió sus estudios de canto, percusión, armonía, composición y guitarra clásica.
Su recorrido discográfico muestra una evolución particularmente interesante. Desde sus primeras experiencias en grupos como Iris Trío y el dúo Abras, pasando por Inimaginario (2020), hasta Simisonte (2021), dedicado al universo del charango, el ronroco y el maulincho, Barenbaum ha ido explorando distintas maneras de hacer dialogar las músicas de raíz con nuevas sonoridades.
En Tras el reflejo (2025), ese camino da un nuevo paso: la guitarra de siete cuerdas se convierte en el centro de un repertorio compuesto íntegramente por obras propias, en el que dialogan la sonoridad de la guitarra clásica, los ritmos del folklore sudamericano y una búsqueda compositiva cada vez más personal. Y su trabajo como compositora ha comenzado a proyectarse también fuera de Argentina: en 2024 recibió un reconocimiento de composición de la American Society de Nueva York y en 2026 una de sus obras fue estrenada allí, en un programa dedicado a nuevos compositores de América.
Pero hay otro aspecto de su trayectoria que nos interesa especialmente. Carolina desarrolla su actividad en un mundo musical en el que las mujeres han estado siempre presentes, aunque los nombres que ocupan con mayor frecuencia los lugares de mayor visibilidad y reconocimiento sigan siendo, en gran medida, masculinos. ¿Qué significa construir una voz propia como intérprete y, sobre todo, como compositora, siendo mujer en ese ámbito? ¿Cuánto pesan todavía los modelos heredados y cuánto está cambiando el lugar de las mujeres en la música?
De la relación con las músicas de raíz a la composición, del charango a la guitarra de siete cuerdas, de la intérprete a la creadora: sobre estos caminos, y sobre la construcción de una identidad artística propia, conversamos con Carolina Barenbaum.
Bienvenida, Carolina Barenbaum.
Entremos de lleno en la entrevista.
Empezaste estudiando guitarra y, muy joven, te acercaste al tango, al folklore y al charango. ¿En qué momento sentiste que ya no te alcanzaba solamente interpretar la música de otros y apareció la necesidad de componer?
La composición fue algo que me llamó la atención desde chica, ya que antes de comenzar estudios musicales realizaba improvisaciones mentales de canciones y componía pequeñas canciones con letra y música usando un teclado sonidos automáticos. Luego de comenzar a estudiar guitarra, la composición apareció nuevamente con el instrumento. Me interesaba tanto la música instrumental como las canciones. Al principio eran ideas que iba probando, sin tener necesariamente herramientas o conocimientos específicos de composición. Se fue dando de manera bastante natural, a la par del estudio del instrumento. Luego se fue convirtiendo en una parte cada vez más importante de mi vínculo con la música.
¿Qué significa para vos componer? ¿Escribir música es una forma de contar algo que no podrías expresar de otra manera?
Para mí componer es una motivación personal, un espacio creativo en el que puedo probar, buscar y descubrir cosas nuevas. No me gusta plantearlo desde el aspecto de intentar contar algo o expresar una emoción determinada, siento que la búsqueda está más ligada a la música en sí misma.
En tu recorrido aparecen la música popular argentina y latinoamericana, el folklore, la guitarra clásica y también elementos de la música académica. ¿Sentís que esas fronteras entre géneros existen realmente para vos?
En mi experiencia personal esas fronteras no están tan delimitadas. Fui estudiando y tocando músicas diferentes, y todo eso se fue incorporando a mi manera de hacer música. Me interesa tomar elementos de distintos lenguajes musicales y ver cómo pueden convivir, sin la necesidad de encuadrarme en uno solo. Creo que muchas veces esas influencias aparecen de manera natural, sin que necesariamente las busque de forma consciente.

Iris Trio
Tus primeros discos incluyen arreglos y composiciones, mientras que Tras el reflejo está compuesto íntegramente por obras propias. ¿Qué cambió en vos durante ese recorrido hasta asumir plenamente el lugar de compositora?
Creo que, más que un cambio en mí como compositora, fue encontrar y darme el tiempo y el espacio para dedicarme a mi propio proyecto. Desde mis primeros años como estudiante comencé a componer temas propios que siempre quise materializar (darlos por cerrado, mostrarlos al público, grabarlos, etc.). Más adelante pude hacer bastante con las composiciones de formato canción, ya que en una época toqué en grupos con cantante, y allí hicimos algunos temas míos. Pero los temas instrumentales propios estaban un poco postergados hasta que pude dedicarle más tiempo al proyecto.
¿Qué buscás cuando componés: una melodía, una determinada sonoridad, un ritmo, una imagen, una emoción? ¿De dónde suele nacer una obra tuya?
En mi caso las ideas aparecen improvisando con el instrumento, grabando borras, escuchando y evaluando lo que me interesa desarrollar. Otras veces surgen mentalmente, como una idea musical que voy imaginando y después intento llevar al instrumento o partitura. También hay momentos en los que parto de la búsqueda de una sonoridad o de un ritmo particular que tengo ganas de explorar. No tengo una única forma de empezar; depende de lo que esté buscando en cada momento. Después voy trabajando sobre esas primeras ideas, probando alternativas y desarrollándolas.
El charango ocupa un lugar muy particular en tu trayectoria. ¿Qué te permitió descubrir este instrumento que no habías encontrado en la guitarra?
El charango me permitió encontrar una libertad distinta, en parte por su tamaño y por la forma de relacionarme físicamente con el instrumento. Para mí tiene algo más lúdico, que invita a probar y explorar. A la vez, me acercó a un universo musical muy rico, especialmente por su tradición estilístico-rítmica, que es una parte fundamental de su identidad. Creo que esas dos cosas conviven en mi vínculo con el charango: el juego y la exploración personal, por un lado, y el diálogo con una tradición musical muy característica, por el otro.
En Simisonte exploraste el charango, el ronroco y el maulincho, mientras que en Tras el reflejo el centro está puesto en la guitarra de siete cuerdas. ¿Cómo cambia tu manera de componer según el instrumento?
Siento que mi manera de componer cambia bastante según el instrumento, porque cada uno tiene sus propias posibilidades y limitaciones. Cambian los registros, las resonancias, la articulación y también la versatilidad para abordar ciertas ideas. El charango, el ronroco y el maulincho tienen sonoridades y características que me llevan a explorar determinados ritmos y texturas, mientras que la guitarra de siete cuerdas abre otras posibilidades, sobre todo en la armonía, la polifonía, el trabajo con los bajos y otras sonoridades como armónicos u otras técnicas extendidas. Muchas veces, las ideas surgen justamente del contacto con el instrumento, probando ideas, escuchando y descubriendo posibilidades.
¿Cuánto de las músicas de raíz que aprendiste y escuchaste a lo largo de tu vida aparece, incluso sin que lo busques conscientemente, en tu manera de componer?
Creo que mucho, aunque no siempre sea consciente de qué elementos aparecen o cuán fuertemente es la influencia. Estoy en contacto permanente con las músicas de raíz: las escucho, las toco y también las enseño. Todo eso forma parte de mi recorrido y seguramente se refleja en mi manera de componer, en los ritmos, las melodías y ciertas formas de construir la música. Son lenguajes que tengo muy incorporados y que aparecen de manera natural, incluso cuando no estoy buscando hacer algo ligado a una tradición en particular.
¿Te interesa preservar una tradición musical o, por el contrario, sentís la necesidad de transformarla para que siga estando viva?
No siento que mi camino personal sea el de preservar una tradición, aunque sí me interesa conocerla, tocarla y enseñarla. Quizás tenga que ver con haber nacido y crecido en una ciudad, no venir de una familia de músicos ni de un contexto en el que esas músicas formen parte de la vida cotidiana de la comunidad. Mi vínculo con ellas se fue construyendo a través del estudio, la escucha y la práctica musical. Por eso, siento más propio el camino de la creación, transformación y mixtura de elementos.
El mundo de la música sigue siendo, en muchos aspectos, un mundo muy masculino. ¿Qué dificultades concretas encontraste a lo largo de tu recorrido por ser mujer?
Afortunadamente no podría señalar una situación puntual como la principal dificultad, pero creo que hay cuestiones más sutiles que atraviesan el recorrido. En muchos ámbitos de la música en general sigue habiendo una mayor presencia masculina, y eso también se refleja en quiénes tienen más visibilidad, credibilidad y oportunidades de trabajo. Hay situaciones que una puede identificar, pero también otras más difíciles de reconocer, como por ejemplo oportunidades que quizás no llegaron, propuestas en las que no fuimos consideradas, circuitos musicales en las que nuestra música no tuvo la misma atención. Es difícil saber cuánto de eso tiene que ver con ser mujer, porque muchas veces no es algo explícito. Creo que en ese sentido todavía hay mucho por revisar.
¿Sentís que una mujer compositora todavía tiene que demostrar algo más para ser reconocida como tal?
No sé si podría afirmarlo en todos los casos, pero creo que todavía existen prejuicios y ciertas ideas instaladas sobre quiénes son reconocidos como compositores. A veces no se trata de que una mujer tenga que demostrar explícitamente algo más, sino de que quizás su trabajo no recibe la misma visibilidad o credibilidad desde el comienzo. También creo que es algo que puede variar mucho según el ámbito musical. Son cuestiones difíciles de medir desde la experiencia personal, pero que vale la pena seguir observando y cuestionando.

Nenette Pepin y Atahualpa Yupanqui
Hay muchísimas mujeres que estudian, tocan, componen y enseñan música, pero cuando pensamos en los grandes nombres de la historia musical aparecen mayoritariamente hombres. ¿Por qué creés que ocurre esto y cuánto está cambiando actualmente?
Con respecto a esto me parece interesante retomar una idea de la autora Linda Nochlin en su texto ¿Por qué no ha habido grandes mujeres artistas? Diciendo que la pregunta en sí misma está planteada de forma incorrecta, porque esconde las desigualdades históricas y sociales que hicieron que las mujeres tuvieran menos oportunidades para formarse, desarrollar su trabajo y ser reconocidas. Eso también sucedió y sucede en la música, muchas mujeres compusieron e hicieron aportes importantes, pero no siempre tuvieron la misma visibilidad que sus colegas varones. En Argentina tenemos el famoso caso de Nenette Pepin, compañera de Atahualpa Yupanqui, que compuso muchas canciones bajo el seudónimo de Pablo del Cerro.
Actualmente hay más apertura y posibilidades para que las mujeres se dediquen a la música, compongan y desarrollen sus propios proyectos, pero todavía veo desigualdades en los espacios de mayor visibilidad, como por ejemplo festivales y música mainstream. Sigue pasando que los nombres más reconocidos siguen siendo mayoritariamente masculinos, y cuando una mujer ocupa ese lugar, muchas veces está acompañada por una banda integrada principalmente por hombres. Eso también se ve en las programaciones de los festivales, a pesar de contar con una Ley de Cupo femenino. Son situaciones que muestran que, aunque hubo avances, no es un tema que esté solucionado y al que podamos dejar de lado en las discusiones.
¿Tu condición de mujer ha influido alguna vez en tu manera de componer, de tocar o de relacionarte con el mundo musical, o preferís que tu obra sea escuchada independientemente de cualquier etiqueta de género?
En lo personal nunca sentí demasiado las etiquetas de género como una forma de percibirme o definirme. Fui criada sin sentir que por ser mujer tenía que comportarme de determinada manera o limitar mis gustos e intereses. Siempre sentí libertad para elegir lo que me gustaba y hacer lo que quería, y eso es algo que también atraviesa mi relación con la música. No sé hasta qué punto mi condición de mujer influye en mi manera de componer o de tocar, no es algo que me plantee conscientemente.
En 2024 recibiste un reconocimiento por tu trabajo de composición de la American Society de Nueva York y en 2026 algunas de tus obras fueron estrenadas allí. ¿Qué significaron esas experiencias para vos como compositora?
Fueron experiencias muy importantes y motivadoras para mí. El reconocimiento de 2024 fue una alegría y también un estímulo para seguir desarrollando mi trabajo de composición. Luego algunas de mis obras fueron estrenadas en Nueva York; fue emocionante poder escuchar mi música interpretada por otros músicos, y poder intercambiar y conocer otro contexto diferente al mío.
Después de todo este recorrido – de la guitarra al charango, de la interpretación a la composición – ¿sentís que finalmente encontraste una voz musical propia o pensás que esa búsqueda no termina nunca?
Siento que es una búsqueda que no termina nunca, y que no tiene sentido pensar en que termine, ya que como la música está integrada a nuestras vidas, realmente no es la idea llegar a un objetivo final. Mi forma de hacer música sigue cambiando y me dan ganas de explorar otros caminos, sin petrificar lo que hago actualmente. Me gusta la posibilidad de encontrar nuevas sonoridades, compartir la música con otros y ver cómo esas experiencias van transformando mi propia manera de componer y tocar.
¿En qué estás trabajando actualmente y hacia dónde te gustaría llevar tu música en los próximos años?
Por ahora sigo desarrollando el camino que vengo recorriendo estos últimos años, trabajando tanto en obras solistas como en dúos/tríos. Me interesa seguir componiendo y explorando otros estilos e influencias, incorporando nuevas sonoridades y buscando distintas formas de combinar los elementos musicales con los que vengo trabajando. También tengo ganas de seguir compartiendo mi música en vivo y de encontrar nuevas maneras de llevar esas composiciones al encuentro con otros músicos.
Si tuvieras que describir tu música sin hablar de géneros, instrumentos ni estilos, ¿qué imagen utilizarías?
Siempre me cuesta bastante describir y/o traducir la música a palabras o resumir en una imagen. Prefiero que cada persona pueda encontrar sus propias imágenes y sensaciones al escucharla, sin tener que asociarla necesariamente a algo concreto.
Gracias.
Carolina Barenbaum (Buenos Aires) è chitarrista, charanguista, compositrice e docente. Si è formata presso la Escuela de Música Popular de Avellaneda (EMPA), dove ha conseguito il diploma di strumentista e insegnante di musica con indirizzo in Folklore, proseguendo poi gli studi di canto, batteria, armonia, composizione e chitarra classica.
Ha sviluppato un’intensa attività come interprete e compositrice, sia in progetti collettivi sia come solista. Ha pubblicato Inimaginario (2020), Simisonte (2021) e Tras el reflejo (2025), quest’ultimo dedicato alla chitarra a sette corde e composto interamente da opere proprie.
Ha partecipato a concerti e festival in Argentina e all’estero. Nel 2024 ha ricevuto un riconoscimento per la composizione dalla American Society di New York e nel 2026 alcune sue opere sono state eseguite per la prima volta nella stessa città.
Attualmente continua a sviluppare progetti di composizione e la sua attività didattica di chitarra e charango.
Carolina Barenbaum (Buenos Aires, 1987) es guitarrista, charanguista, compositora y docente. Se formó en la Escuela de Música Popular de Avellaneda (EMPA), donde se graduó como Instrumentista y Profesora de Música con orientación en Folklore, y amplió posteriormente sus estudios de canto, batería, armonía, composición y guitarra clásica.
Ha desarrollado una intensa actividad como intérprete y compositora, tanto en proyectos grupales como solista. Publicó Inimaginario (2020), Simisonte (2021) y Tras el reflejo (2025), este último dedicado a la guitarra de siete cuerdas y compuesto íntegramente por obras propias.
Ha participado en conciertos y festivales en Argentina y en el exterior. En 2024 recibió un reconocimiento de composición de la American Society de Nueva York y en 2026 sus obras fueron estrenadas en esa ciudad.
Actualmente continúa desarrollando proyectos de composición y su actividad docente de guitarra y charango.
https://sites.google.com/view/inimaginario/inicio-home



















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