A tentoni nel buio di Paolo Polvani/Si accedeva a quel solaio per una corta scala (Note di lettura a Segni di contraddizione, di Luigi Paraboschi, Premio Lago Gerundo 2025, puntoacapo editrice, 2026)

La prima notazione che mi sorge spontanea nell’accostarmi a questo libro riguarda la lunghezza del verso, che indubbiamente manifesta un’ambizione narrativa, e infatti tanti sono gli spunti presenti; “Alla domenica il mercato ambulante appena alimenta / il tripudio di accenti”; l’ampiezza del verso corrisponde anche all’ampiezza del respiro e conseguentemente dello sguardo, capace di abbracciare i più piccoli dettagli, di penetrare nelle intime pieghe dell’esistenza: “Si sale nell’autunno / con speranze evanescenti in attesa / di annunciate aurore boreali”.
Ma soprattutto la lunghezza indica una tensione metaforica, il tentativo di allungare il tempo: “Il nostro fiume va a volte lento, in altre / frettoloso verso l’Oceano che accoglie tutto”; il verso lungo nel tentativo di alzarsi sulle punte e allungare la vista per vedere cosa c’è di là, da quell’altra parte.
A me pare questo il tema che costituisce il nucleo fondante del libro, la cui sintesi è contenuta in questi versi: “Vorrei capire il mondo cercando le risposte / a domande semplici”. Allungare il verso come allungare il capo e vedere cosa ricorderanno di quei “vecchi che hanno il sentiero breve”, cosa dunque resterà: “Mi basterà una volta sola, anche per caso” leggiamo nella sezione che apre il libro, “Memorie del presente”, dedicata al nipote Alessandro.
La bandella di copertina recita:” Un testamento spirituale, una lettera a chi rimane, ma soprattutto la testimonianza di una vita: questo il senso di Segni di contraddizione”, e più avanti: “La raccolta è un dialogo autunnale, fitto e accorato con chi resterà ma soprattutto con se stesso, alla luce di una nostalgia che “ci avvolge morbida, è un fossato / che non dà scampo, gira attorno a noi, la respiriamo, / sarà l’ultimo sentimento a scomparire”.
In questo libro, come anche in quelli precedenti, si avverte forte e chiara la costanza di una frequentazione colta, il sedimento di letture intense, lo scambio sollecito, diuturno, con altri autori, un radicamento nel tessuto culturale in senso lato e nel terreno specifico della poesia, e una sensibilità fuori dal comune, che continuamente abbraccia quelle anime belle incontrate nelle righe di ogni libro:
- Sono deserte e vuote le urne dei forti
le nostre Madeleines le dobbiamo avvolgere
nella stagnola per proteggerle dall’umidità –
La poesia di Luigi Paraboschi si è sempre caratterizzata per una sobria, tranquilla eleganza, per una fattura del verso rigorosa e priva di qualsiasi traccia di enfasi, per un dettato franco, senza pietismi, che abbraccia e fa suo il famoso verso di Rilke: “Così viviamo per dire sempre addio”. Anche questo libro è un continuo ripetere un addio, perché “Gli anni ci hanno / buttato addosso il mantello della vita”.

foto di Robert Doisneau
Emerge strenua una fede, in più versi, con tutti i dubbi, le remore, gli indugi che scelte di vita decisive comportano: “Anche l’ascolto di Chi parla dall’eterno ci arriva stanco”.
Anche la poesia, come la vita, spesso è di difficile decifrazione, e in questo possiamo oltre che confrontarci, riconoscerci, sentirci simili: “Troppo difficile talvolta è penetrare dentro ogni verso”.
Significativa la scelta dei versi di Antonella Anedda in esergo: “Di cosa vive allora la poesia? Di / resti di brandelli, scarti di conver- / sazioni, immagini di tutti i tipi e / di tecnica”.
Un ruolo importante nel libro gioca la memoria. A proposito di questo Anne Carson nell’Economia dell’imperduto scrive: “In che cosa consiste l’atto del ricordare? Il ricordo porta l’assente nel presente, collega ciò che è perduto a ciò che è ancora qui. Il ricordare pone l’attenzione sulla perdita e si sostanzia nelle emozioni dello spazio che si schiudono a ritroso nel vuoto. La memoria dipende dal vuoto, come il vuoto, a pensarlo, dipende dalla memoria. Una volta che il vuoto è stato pensato, può essere annullato”.
° ° ° ° °
Il senso sta tutto qui in questa casa
dal sole bianco sopra le finestre
e sulla scala sul prato piccolo
e ben rasato sui nodi dell’ulivo
che paiono pugni in attesa di risposte.
Stare qui seduti sopra il tempo che scorre
lento in attesa che qualcosa avvenga
un bacio una carezza otto secondi
della tua attenzione addormentarsi
lontano da supporti artificiali uscire
in punta di piedi da questa stanza
dopo aver rubato un pezzo del tuo cioccolato
andarsene senza più la nostalgia di pace.

foto di Robert Doisneau
° ° ° ° °
Vi ricordo tutte anime belle
che andate oltre ogni strettoia
vi elenco tutte nome dopo nome
pazientemente in ogni grano che la sera
faccio scorrere dentro la mia mano.
Ricordo anche voi anime
incontrate nelle righe di ogni libro
pure a voi sono debitore dell’aiuto
nell’adolescenza e anche dopo.
° ° ° ° °
Con cosa si nutrono nell’inverno i passeri
e dove vanno a riposare le ali quando il gelo
blocca ogni uscita e non trovano bacca, frutto
o verme per tacitare la fame di ogni ora?
Quanto è lunga la loro vita come muoiono,
si addormentano nel freddo e piegano il capo?
Hanno reumatismi vivono a coppie oppure soli
sotto qualche grondaia come i barboni
sui marciapiedi quanto è lungo il loro sonno?
E quando la morte arriva cosa ne capiranno
dove si rannicchiano per l’ultimo respiro
visto che in giro si trova soltanto qualche
piccione estenuato ma nessun passero
storno o merlo irrigiditi all’infuori di quelli
che cattura e spiuma il mio gatto nel giardino?
Vorrei capire il mondo cercando le risposte
a domande semplici ma dovrei aprirmi ad esso
cerco invece un fabbro che venga da me
a installare le inferriate alle finestre,
° ° ° ° °
Sosto per un istante davanti al tuo viso
in quella foto, l’osservo e l’accarezzo
con lo sguardo mi domando ogni volta
cosa nasconda quel sorriso tenue
il fiore fresco delle labbra morbide
distese lo sguardo fuori dall’obiettivo.
Stai dialogando nel silenzio con un angelo
forse gli domandi notizie sul suo volo
hai dolcezza nel guardare e quel sorriso
che pare amare ogni cosa ti appartiene
cancelli tutto il male dei nostri giorni
sogni con occhi aperti tutto diventa
lontano da ciò in cui è chiuso quel cuore
pulito che ti passa accanto e sfiora
con le dita la tua nuca morbida.
° ° ° ° °

Attualmente in pensione, Luigi Paraboschi ha svolto attività commerciale da dirigente industriale. Scrive poesie da oltre quarant’anni, avendo esordito nel dialetto piacentino, vincendo il premio Valente Faustini di Piacenza. Negli anni è passato a testi in lingua: ha esordito con il volume Il peso delle foglie, edito in proprio e successivamente ha ottenuto riconoscimenti in molti premi di poesia a carattere nazionale, vincendo per la silloge inedita il concorso Casentino di Poppi (2009), con conseguente pubblicazione di Geometrie precarie; ha vinto il premio “Le Quattro Porte” a Pieve di Cento (BO) e il premio per poesia inedita al concorso “Città di Quarrata” (2013) sempre per l’inedito. Nel 2018 ha pubblicato la raccolta …e ci indossiamo stropicciati (Terre d’Ulivi) e nel 2021 Tra due parentesi e un punto interrogativo (Ladolfi). Collabora saltuariamente con la fanzine on line Versante ripido con recensioni di poesia.




















31/05/2026 alle 11:18
caro Paolo, oggi ,adesso, in queste ore di domenica che sento così pesanti da portare avanti, leggo con sincera commozione il tuo commento che mi fa venire le lacrime, come quando si sta per lasciare qualcuno o qualcosa molto amati e sono tante le persone che ho amato e quelle che amo. E’ un bel commento il tuo, degno della penna di un grande poesta come sei tu. Io ti ringrazio molto per le tue attenzioni e le cortesia che ha sempre avuto verso di me e ti assicuro che il tuo commento è perfetto, quanto di meglio io potessi desiderare. Ti abbraccio luigi