Dall’introduzione:

Fare storie 

Metodologie, tecniche ed esperienze di Storytelling e Scrittura Terapeutica  in Psicologia

a cura di: Valeria Bianchi Mian, Valentina Mossa, Maria Sole Pipino.

Co-autori: Dome Bulfaro, Michela Conte, Caterina Piola, Massimo Tallone, Erica Unali.

Edito da Giunti Psicologia, 2024. 

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Fare storie non è fare i capricci. 

Al contrario: è una questione di vita o di morte. 

Fare storie è dare il via alle relazioni, è attivare il dialogo tra l’Io e gli Altri.  

Sin da piccoli siamo abituati a leggere, raccontare, inventare e ascoltare storie. Questo retaggio narrativo è presente anche in età adulta sotto varie forme.
Nel lavoro che svolgiamo come psicologi e psicoterapeuti ne abbiamo un esempio costante. Il nostro è un lavoro di relazione, di relazione con le storie degli altri e, di conseguenza, con le nostre storie.
Come affermava Jerome Bruner «we are storytelling creatures» ed è per questa ragione che le storie, il fare storie, assume un valore così tanto importante, dentro e fuori la stanza di terapia, da avere necessità di trovare uno strumento che ci possa guidare efficacemente nella raccolta e nell’utilizzo delle narrazioni nella pratica clinica. Questo strumento lo abbiamo rintracciato nello Storytelling, strumento che andremo a scoprire in questo manuale con un occhio di riguardo per la Scrittura Terapeutica. 

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In questo libro si parla di Storytelling e di come questo nostro fare storie possa essere impiegato in ambito clinico senza trascurare il valore universale e trasversale che lo rende adattabile, con diverse accortezze, negli approcci psicologici, psicoterapici, educativo-laboratoriali più disparati per arrivare, addirittura, a declinarlo nell’ambito del Personal Branding.
Noi autrici abbiamo compiuto un excursus storico-teorico ma, soprattutto, ci siamo prodigate per intrecciare una grande mole di  materiale clinico-pratico sperando che possa fungere, per il lettore, da cartina tornasole di ciò che la teoria andrà a raccontare. Infine, una parte del manuale è stata dedicata alle aree teorico-pratiche di approfondimento tematico e alla raccolta di materiale affine, andando ad attingere da altre discipline: questa scelta ci permette di consolidare, sempre di più, il valore universale e trasversale dello Storytelling.

Raccontare storie, fare e disfare narrazioni, è un’attività tipicamente umana, e gli umani non possono esimersi dall’intrecciare i fatti alle fantasie.
Ciò accade perché, come i lettori e le lettrici potranno scoprire attraverso alcune delle teorie della narrazione moderne associate alla parte più clinico-teorica, i racconti che dalla nascita alla morte ciascuno di noi narra, si narra e si fa narrare, fanno nascere altri mondi ed è proprio in questi altri mondi, soprattutto da un punto di vista clinico, che possiamo andare a rintracciare le esperienze, i vissuti, di sofferenza e, auspicabilmente, curarli. 

Il fare storie è da sempre per l’umanità un’esperienza creativa che genera, rafforza e perpetua relazioni; intreccio di affetti intorno al focolare o metodo pedagogico, il racconto popolare permette l’incontro tra individui e nuovi mondi, dona al singolo l’accesso ai modelli del gruppo. Narrare è fare cultura attraverso lo scambio corale di significati, è condivisione dell’appartenenza di ogni individuo a un medesimo sistema simbolico, è riconoscersi membri di una stessa società.

Raccontando trame gli uni agli altri, gli uomini e le donne di tutte le epoche costruiscono la propria compartecipazione al collettivo. Ogni mito che nasce, ogni fiaba, ogni favola, ogni eroica epopea è al contempo faccenda individuale e collettiva: con le stesse parole di quella stessa lingua, con le stesse carte ma con un differente intreccio archetipico noi offriamo polisemie, molteplicità di sviluppi, avventure in gran numero, saghe, storie infinite.

L’utilizzo di immagini simboliche per creare resoconti poetici, autobiografici o magari fantastici appartiene al mondo della Pedagogia; spazia dal seicentesco Comenio fino a Duccio Demetrio, procede oltre. L’arte orale della specie è il moderno Storytelling. Insieme alla  Scrittura che cura la ritroviamo nella Psicologia, spaziando da Freud a Bruner, da Hillman fino a Yalom, Erickson e White. Possiamo senz’altro citare un’intera enciclopedia di autori che fanno dell’esperienza narrativa l’asse portante del lavoro terapeutico. Tutta la Psicoterapia è una questione di narrazione. Gli stessi padri della Psicoanalisi sono stati grandi narratori e bravissimi scrittori. Tutti hanno raccontato indimenticabili storie, come ad esempio le vite dei pazienti che sono andate a imbastire il romanzo della Psiche. Basti pensare che Freud rischiò di vincere il Nobel per la letteratura e non quello per la medicina. Sfiorandolo sempre, quel premio, ma questa è un’altra storia.

Fare storie è questione di cultura, si è detto. Non c’è cultura senza storie, d’altronde. E le storie più potenti sono quelle metaforiche, poetiche, immaginali. Il potere del linguaggio metaforico risiede proprio nella sua capacità di raggiungere una componente affettiva della personalità che spesso è troppo ben difesa per essere davvero compresa. Si tratta di quel processo primario che fa parte di noi e che desidera conoscere e scoprire mondi nuovi ma che, allo stesso tempo, ne è spaventata e vuole difendersi dai possibili esiti negativi di tali scoperte.

Turbayne (1970) ci fa notare che una metafora non deve necessariamente essere espressa a parole: può dar vita a un’immagine, un dipinto, un oggetto…

Una metafora che venga recepita a livello conscio in senso letterale, può invece essere letta a livello inconscio nel suo significato simbolico: è proprio su questo principio che si basa l’impiego clinico della comunicazione metaforica.

Secondo Watzlawick (1978) la metafora è il linguaggio dell’emisfero cerebrale destro e pare che la Psicoterapia, per ottenere cambiamenti sostanziali, debba indirizzarsi ai processi propri dell’emisfero destro. Ciò di cui il paziente ha bisogno non è tanto una migliore comprensione logica della situazione che lo riguarda, bensì un diverso atteggiamento emotivo e diversi modi di interpretare il mondo che lo circonda e la propria storia. Di solito, capire il perché ci si stia comportando in un certo modo non aiuta a comportarsi o a sentire le cose diversamente. Ciò che bisogna cambiare è il modo in cui l’emisfero destro del nostro cervello elabora l’informazione. La letteratura in merito è scarsa ma tra gli autori che più hanno discusso circa l’utilizzo della metafora in psicoterapia c’è Milton Erickson il quale ci spiega i diversi utilizzi delle metafore in campo clinico.

Le metafore possono, ad esempio, tra le altre cose, sottolineare o illustrare un tema attraverso il linguaggio dell’immaginazione, quello dell’emisfero destro, e suggerire soluzioni ai problemi, aiutando la persona a riconoscere se stessa, aspetti del proprio carattere e del proprio comportamento, raccontando la storia di altri. Ma quel che le metafore ci offrono è un bagaglio di possibilità trasformative.

I contributi del volume presentano notevoli differenze per premesse, tecniche di descrizione e obiettivi esplicativi. Nella prima parte del manuale sono stati trattati tre differenti modi di utilizzo della metafora e del fare storie nella clinica: lo Storytelling e le storie che curano, il linguaggio che intreccia immagini e parole negli albi illustrati, per approdare poi alla relazione tra immaginario simbolico – con le antiche carte dei Tarocchi – e generazione di versi e storie brevi attraverso il Tarot Telling. Nella seconda parte del manuale ci si è soffermati invece sulla scrittura terapeutica dell’autobiografia e della Poesiaterapia per concludere, infine, con tre esperienze di ricerca sul campo mediante l’utilizzo del Photolangage, del Digital storytelling, delle carte di Dixit e degli Story Cubes.

 Valeria Bianchi Mian, Valentina Mossa, Maria Sole Pipino 

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