Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Marco Plebani

REPORTAGE OGGETTIVO DI UN SOGNO FATTO A DICEMBRE

Fuori lugubra ululante vento,
dentro alle coperte il mio cervello
impasta sogni all’alba fornaia
uccidendo periodi ipotetici.
Al buio abituato ed inutile
il cervello dei poeti sonnecchia
chiassoso.
Fa il suo falso effetto:
ti ho davanti gli occhi,
ma sei fuori retina.
Una “esse” sibila tra i miei denti
di ferro e sorridiamo unisoni
riavvolti in un rosso sussurro.
Non sono stato abbastanza forte
da trattenerti e via sei soffiata.
Agita il vento la stella
sopra la fornace di Montefano,
stella di Leningrado.

*

ALCUNI INCUBI IN SEQUENZA STRETTA

Adolescenti ricoperti di gesso
vogliono uccidermi al piano
superiore del mio
liceo che non ha uscite,
sulla porta di una stanza c’è scritto:
“Telepatia”.
Madre ubriaca e vestita elegante
si perde in una festa di paese.
Un bambino morto è tramutato,
bambola plastica per sepoltura.
Per le strade la gente è colpita
dai proiettili, non muoiono,
sentono solo il dolore fisico
atroce nelle carni,
continuando a camminare.

LOTOFAGO

Milano, regalami
dei fiori perenni di plastica;
Milano, non farmi atrofizzare.
Mi nutro tracannando
fiori di Loto,
fiore dal fango nato
ch’apre e chiude
la parabola d’un giorno ipermetro.
Un treno, oggi, m’ha portato a te,
Milano,
m’ha portato a te per dimenticare.
Attardato mi sono al tuo limbo.

*

INTERFERENZE

Piscio su una viscida lumaca
senza guscio, creo un’interferenza
sui suoi sogni, sotto la luna della
torre fiorense
.

M’è capitato avere interferenze
nei miei sogni:
tv alternante in divanesco
riposo; l’occhio che mal appoggiato
diverge la linea dell’orizzonte;
la porta tetra nel mattino chiuso…
Hanno mai interferito sui tuoi sogni?

 

Marco Plebani, nato a Jesi nel 1978, insegna lettere a Macerata. Con il suo precedente lavoro intitolato Un giorno qualsiasi (Edizioni OTMA 2011) si è classificato secondo al premio A.U.P.I. (Albo Ufficiale Poeti Italiani). L’ultimo libro è Decimo Dan, (Edizioni La Gru 2022), silloge che raccoglie le liriche composte in un arco temporale di oltre 2 decenni (1999-2021).

Riferendosi ai testi tratti da Decimo Dan, l’autore in persona ci spiega che “il titolo scelto fa riferimento al massimo grado delle arti marziali; un’ovvia metafora che si addice alla mia idea di poesia, per me espressione al massimo grado della consapevolezza che si raggiunge con l’ispirazione e la scrittura”. Si tratta di una poesia che, apparentemente, utilizza i crismi completi della tradizione (io lirico e linguaggio assertivo) in nome di un’autenticità che, tuttavia, viene riferita sperimentalmente all’autoesposizione onirica di una dimensione inconscia che emerge in superficie, seguendo peraltro un filo logico lungo tutta la raccolta, se è vero che l’intenzione precipua dell’autore è stata quella di “disporre, nel tempo, i componimenti in una sorta di concept, un po’ come gli LP musicali che dipanano un tema in sezioni e lo risolvono con l’ultimo brano”. In questo modo, la silloge assume l’aspetto di una sorta di reportage puntuale di sogni e incubi, in cui la sospensione straniante del giudizio assume la funzione di espandere, attraverso la pratica della verbalizzazione analogica, la sostanza flessa delle interferenze mentali e subconsce che tralucono dal profondo. L’estrema varietà del metro (“dal sonetto, al verso libero, al madrigale, fino alla còbbola provenzale”) stratifica un molteplice livello di significanza, avvalorato dall’onnipresenza delle allitterazioni (figura di suono che riesce ad associare suoni e rumori a sensazioni indefinite, improvvisamente emergenti, che dell’indeterminatezza concettuale si fanno forti per suggerire oltre la dimensione della vigilanza) e di varie figure semantiche, non ultimo il calembour. Si tratta, in definitiva, di un interessante prova di scrittura surreale, adatta a interfacciarsi con una scrittura di ricerca che non disdegni la figuralità.