Midriasi. Nota di lettura sul libro Tratteggi Friulani, di Claudia Zironi, con fotografie di Benedetto Beny Kosic (Qudulibri, 2023)

 

Partiamo sempre dal punto più lontano. Siamo bambini: molto piccoli. Abbiamo occhi grandi e certezza del mondo. Gli occhi grandi dei bambini dipendono dal resto della misura, dal loro intero corpo e dalla loro piccola, tenera, storia di germogli. Sembra comunque che anche la pupilla, nell’iride bambina, sia maggiormente dilatata rispetto a quella degli adulti, e questo accade meccanicamente (nel mondo animale del quale l’essere umano è parte) per almeno due ragioni che riguardano prima di tutto la scarsità di luce – i bambini forse mantengono viva la memoria dell’oscurità d’acqua e magma della propria lunga gestazione – oppure per una imprevista intensità di emozioni. In questo senso si dice che gli occhi degli innamorati, per esempio, sappiano guardare al mondo come occhi di bambini.

Anche il diario, la notazione degli eventi atta alla memoria e alla conservazione, inizia dal luogo e dal tempo più distante. Allo stesso modo, qui, siamo bambini. E lo siamo nel senso che siamo stati un principio-d’occhi-grandi e midriasi, e che da qualche parte qualcosa che iniziamo a raccontare ha trovato la propria stilla di sorgente.

Il nuovo, piccolo e delicatissimo scrigno di libro di Claudia Zironi, Tratteggi friulani, (Qudulibri, 2023) si apre con una bellissima e necessaria sua introduzione, nella quale l’autrice ci dona immediatamente la chiave d’origine di questa sua opera, attraverso il racconto di una Claudia bimba dai grandi occhi, nella sua casa a Bologna, al cospetto dei primi, inattesi ed enormi travolgimenti dell’esistenza, che dilatano le pupille all’inconosciuto, scardinano tutte le convinzioni, e probabilmente tracciano la strada del destino. Così, il nuovo nome dato dall’amministrazione cittadina alla via di casa (da Via Sardegna a Via Friuli Venezia Giulia) innesca il transito dal noto all’incognito, e tutto quanto accade, si mostra come una sorta di primario suggerimento di futuro: il minimo ma potentissimo disvelamento di una pre-destinazione che pare avvertire la bambina di qualcosa che dovrà realizzarsi.

succederà qualcosa che avrà questo nome;
questo nome indicherà un luogo che sarà parte della tua storia;
in questo luogo (andando e tornando nella tua storia da questo luogo con questo nome), addirittura si farà riconoscere un amore che ora non si può nemmeno immaginare

Dopo la dedica a Marco Eugenio, allora, ecco che questo taccuino di viaggi in luoghi mai toccati prima dei  suoi cinquant’anni come territorio, aria, odore e luce reale, si lascia scrivere e (nostra fortuna) leggere e guardare. Nonostante la sua forma in prosa, con il verso che già nelle opere precedenti, Claudia aveva cominciato ad allungare e liberare dalle maglie degli a capo a breve termine, Tratteggi friulani è un’opera poetica: caratteristica intrinseca e invalicabile a qualsiasi forma di scrittura nella quale Claudia Zironi volesse cimentarsi (la nostra lunga – oramai decennale – amicizia e vicinanza mi permette di affermarlo, senza alcun timore). Ciò dipende dalla sostanza ossea nella sua densità, che caratterizza, distingue e nomina (oppure no, per nulla, nonostante gli sforzi) un poeta rispetto a un non poeta, e dal fatto che il poeta, (ripeto: se è tale) non è destinato a superare mai, mai a vincere, la guerra al “gene zoppo” (parole di Claudia Zironi) che lo marchia fin dalla nascita e lo fa diverso, estraneo, altro da ogni resto, e lo condanna senza possibilità di scampo.

Per questo Tratteggi friulani vede la luce della stampa all’interno della Collana Porta Maggiore – I Poeti – della casa editrice Qudulibri di Gorizia, realtà editoriale indipendente estremamente vicina a questa narrazione e a questo moto da e verso luogo, che unisce Bologna al Friuli Venezia Giulia, il presente a ciò che è stato e vive nel ricordo.

Copertina del libro

Il libro si compone di ventisei piccole prose poetiche e di altrettante fotografie (in bianco e nero e a colori) di Benedetto Beny Kosic, goriziano, fotografo “per amore” (e per questo per libertà), di luoghi ed in luoghi d’amore: gli stessi raccontati dalla parola. Scrive di se stesso Kosic nella nota autobiografica a termine del libro: “Per me la fotografia è provare ad incorniciare momenti e situazioni che senza i click finirebbero dimenticati nella frenesia di giornate sempre più veloci e spesso prive di significato”. Ed io credo che questo rappresenti esattamente il senso condiviso tanto dal fotografo che dalla poetessa, di questo progetto di insieme: tentare. Provare con tutte le arti in seno, con tutte le forze, (provare e provare) con ciò di cui siamo capaci, a sbaragliare il termine, la morte, la perdita, l’amnesia che significa l’inutilità. In fondo, mi chiedo se ci sia qualcos’altro che fanno gli artisti. Sempre più spesso mi rispondo, da non madre biologica, che no: che si mette al mondo (che si da la luce) per proseguire. Perché ciò che più in assoluto terrorizza, è questo nulla che tanto cantiamo: buco di niente, “officina” di morte (per usare le parole di Milo De Angelis) alla quale lavoriamo negli anni, “da anni”, fino alla fine.

Del resto, anche nel disegno la tecnica del tratteggio (caratteristica, assieme all’acquerello, proprio dei taccuini di viaggio d’artista), che pare tanto immediata e, per un certo pensiero comune, semplice e legata all’estemporaneità, sottintende, invece, di dover tornare e tornare sul segno: da un primo momento di piccoli tratti paralleli, ravvicinati, che creano la superficie bidimensionale, l’area che potremmo qui indicare come area propriamente semantica, se pensata in riferimento alle parole, della prima ambientazione descrittiva, è necessario, infatti, passare ad una serie di successivi segni, in direzione differente, al fine di creare il chiaroscuro della visione reale che si desidera trasmettere: la sua complessità di luce al punto di emersione, oppure di voragine, di nero che ingoia, di profondissima inquietudine.

Così, a pagina quindici, ad esempio, accanto alla fotografia che ritrae esattamente questo soggetto ed il suo riflesso nell’acqua (e quanta, tanto di mare che di gocce dolcissime, è contenuta in queste pagine!), leggiamo:

È una cartolina a colori anni Settanta o di
un seppia inizio Novecento, Cividale, in
perfetto equilibrio sul ponte del diavolo. Il
cielo cola nell’acqua del fiume il suo azzurro
totale e le fronde e le verzure sommerse lo
mutano in verde. Così tante gradazioni tra
l’azzurro e il verde che pare una tavolozza
di acrilici freschi, pronti per la stesura su tela
– una tela bianca, immacolata, che chiama
l’arte del pennello. O un volo d’angelo
suicida.

Cividale del Friuli, 17 Agosto 2021

Se il primo tratteggio a linee parallele è la visione impressionista, il nodo generatore della scrittura (il momento esatto nell’esatto luogo, sottolineato in calce per ogni prosa), allora la successiva segnatura obliqua è la poesia che irrompe. E accade in chiuse come questa, potentissima, di inciampo: il nostro caro, straordinario evocativo che precipita sul quadro conosciuto, buca il vetro della superficie, apre a mille braccia (lunghe mille braccia) mille strade di significato. E scalza i piedi: fa sentire i sassi mentre si cammina.

Moltissimi fra i luoghi tratteggiati in queste prose, moltissimi dei momenti che si fondono con questi luoghi in uno specifico “luogo temporale” – Genius loci recentemente cantati in poesia anche da Sandro Pecchiari nel suo ultimo lavoro poetico Alle spalle delle cose (Vita Activa Nuova editore, 2022) e concetto sempre cullato nella riflessione poetica di Claudia Zironi fin dal suo esordio con il primo libro Il tempo dell’esistenza (Marco Saya Edizioni, 2012) – Claudia ed io li abbiamo vissuti assieme. Il privilegio (cosa affatto scontata) di essere felici di conoscere umanamente e così intimamente un autore, nel caso della amicizia di sorellanza (com’è stata descritta) fra Claudia Zironi e me, ha permesso che in alcuni casi fossi con lei mentre lei vedeva e sentiva, e che – è accaduto – fossi con lei o nelle immediate vicinanze mentre il gene della poesia che la abita trasfigurasse la visone nell’oro che ora leggiamo. La Trieste che abbiamo conosciuto assieme (il latte del molo di quel preciso mattino), per esempio, che entrambe non dimenticheremo mai; Doberdò del Lago del 2016, con il suo “squarcio de mar” che poi un fuoco colossale, umanissimo di disgrazia, ha allargato fino alla disperazione qualche anno dopo, di recente (uno squarcio meraviglioso ed anche metaforico, che ha portato alla vita il destino – come scrivevo prima – di qualcuno da chiamare amore).

Un passo dopo l’altro la terra ascolta ogni
pressione e decide lì per lì se mostrare la sua
acqua o riservare alla vista solo l’azzurro di
uno squarcio di mare. Forse la sua scelta
dipende da quanti arbusti rossi vengono
raccolti, da quante neolitiche punte di pietra
vengono sottratte al paesaggio, dal volume e
dalla frequenza delle voci umane sull’altipiano.
Doberdò del Lago sta perlopiù lì, ma
nessuno sa come si presenterà allo sguardo e
nessuno sa se quando il sentiero sarà deserto
il lago permarrà nella stessa posizione o
amerà piovere via per sotterranei cieli.

Doberdò del Lago, 23 Ottobre 2016

Ciò che mi auguro per questo libro, e per la particolare forma nella quale la poesia di Claudia Zironi qui si manifesta, è ogni sguardo possibile al mondo, ogni accoglienza possibile. Non più relegata al mondo poetico: non solo. Questo libro è un meraviglioso piccolo libro di viaggio: guida e non guida, perché proprio grazie alla poesia (che fortunatamente nessuno di noi e nessuno degli altri ha ancora saputo definire) da questi luoghi nel tempo è possibile partire, oppure a questi luoghi nel tempo (e poi in ogni tempo) è possibile desiderare di giungere, oppure in questi e in Gnessulogo (Andrea Zanzotto) è concesso andare a perdersi, in beatissimo, prezioso divagare.

Penso a questo libro e ne scrivo, ma sarà questo libro stesso a segnare la sua strada, tracciata qui nella memoria dell’autrice e resa nomi, luoghi e date per ogni altro si avvicini. Lasciamo che tutto questo accada, ci accada: che la via consueta cambi il segno, che questo mutamento inquieti ed apra, che il cuore del bambino batta forte mentre gli occhi – in ciò che, oscuro, non sappiamo ancora – tornino di nuovo grandi, come quelli che un tempo, al punto più lontano, abbiamo avuto.

“Sarà per tutto questo che ho tenuto il Friuli Venezia Giulia per ultima tra le regioni da visitare, ne ho varcato il confine per la prima volta a cinquant’anni – con la bambina dentro di me, che ha raccontato questa storia,  che ancora avrebbe voluto tornare indietro e rimettersi a giocare – e ci ho trovato te, che sei casa.”

 

Il libro è acquistabile direttamente dall’editore al seguente link:

 


Claudia e Silvia

Claudia Zironi e Silvia Secco a Doberdò del Lago.

Claudia Zironi, bolognese, scrive da sempre e opera dal 2012 nel mondo della diffusione culturale con l’associazione Versante Ripido (www.versanteripido.it) della quale è uno dei fondatori e Presidente. Collabora anche con altre realtà rivolte alla promozione della cultura e dell’arte. Ha fatto e fa parte di giurie di premi di poesia a rilevanza nazionale. Organizza incontri e rassegne on-line e sul territorio. Si esibisce in spettacoli di teatro-poesia. Ama e crede nella commistione tra le arti, quindi, sia nelle pubblicazioni che nelle esibizioni, non perde mai l’occasione di accompagnarsi ad artisti e musicisti. Da quando ha varcato per la prima volta nel 2015 i confini del Friuli Venezia Giulia non è più riuscita a smettere e ha voluto omaggiare questa splendida terra scrivendone, in una sorta di appunti di viaggio. Così è nato Tratteggi friulani.
Questo è il nono dei libri che ha pubblicato, tra i quali nel 2014, con Terra d’ulivi Edizioni: Eros e polis, uscito nel 2016 anche in USA con Xenos Books / Chelsea Ed. in traduzione di Emanuel Di Pasquale, con illustrazioni di Alberto Cini, e nel 2020 la silloge poetica Not bad (2019-2020) edita con Arcipelago Itaca, con foto di Emiliano Medardo Barbieri, prima classificata al Premio Città di Grottammare XII edizione.
Nel 2019 è uscita, per i tipi di Marco Saya Edizioni, l’antologia a cura di Sonia Caporossi: Claudia Zironi – Diradare l’ombra, antologia di critica e testi (2012-2019).
Maggiori informazioni si possono trovare nel suo sito claudiazironi.wordpress.com.