A tentoni nel buio di Paolo Polvani | Tutto passa, resta muto,tranne il tuo bianco dolore (note di lettura a Madre che resta, di Patrizia Baglione)

Il titolo Madre che resta apre scenari interpretativi diversi, e tutti ugualmente aderenti al raggio di comunicazione dei testi. Se qualcuno resta, in questo caso la madre, è lecito domandarsi a chi invece il privilegio di restare venga negato. È già la prima poesia a fornire la risposta: la precarietà dell’equilibrio è strettamente connessa con il tempo breve in cui ha abitato il ventre materno, e qui subito viene rivelata l’essenza ultima della raccolta: il bambino non è mai nato.
Ma quel verbo “resta” svela un’altra angolazione visuale: anche se sul tavolo tutto è in frantumi, esiste tuttavia una ecografia che rivela una presenza, e attesta il carattere di madre, “mi assorbo nelle vesti di madre” e inoltre: “madre per sempre, che non scolorisce”; quel resta inchioda un ruolo, definisce una volta per tutte una situazione.
Ed è a partire da questa funzione, nel tempo destinata a perpetrarsi, che la raccolta si distende nella tensione di un dialogo. Il libro consta di settantuno poesie, e sono trentaquattro quelle in cui la madre si rivolge direttamente al figlio: “Vieni e ascolta / ho da dire veli di cicale”; “In principio era la caverna la tua dimora”; e in alcuni avvii del verso è la parola figlio che a sua volta suggella per sempre la caratteristica di madre: “Ti sognerò figlio mio”, “Figlio, cammini scalzo / sul lato opposto delle stelle”.
Nella ricca e articolata postfazione Francesca Del Moro scrive: “Figlio mio, figlio caro dice Patrizia, pronunciando ben 10 volte la parola “figlio” a scandire una sorta di preghiera che richiama Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi. E per 13 volte ripete la parola madre, a partire dal titolo stesso del libro, lasciando spazio una sola volta al più colloquiale Mamma, che è il figlio stesso a pronunciare”.
In un perfetto equilibrio aritmetico, le restanti trentaquattro poesie sono indirizzate a un ipotetico tu che potrebbe identificarsi con il lettore o anche con la stessa autrice in veste di madre. Qui a tratti le parole si fanno cilicio e mai le muove un intento auto assolutorio o consolatorio, ma sempre affondano senza alcuna pietà nella piaga aperta: “Sono senza storia le mie ferite: / uno sguardo nel vuoto, l’altro / nel petto”; e ancora:
Ascolta questo verbo,
questa morte raggelata
tutto passa, resta muto
tranne il tuo
bianco dolore.

foto di Ugo Mulas
Il monaco buddista Thich Nhat Hanh a proposito di questo bianco dolore che non passa, invita a prendersi cura del bambino ferito che è in noi; per bambino ferito credo intenda la parte più sensibile, esposta, del nostro animo, e qui, nel caso dell’autrice, ci troviamo di fronte a una situazione speculare. Il maestro zen così scrive: “Quando abbracciamo il bambino ferito in noi, abbracciamo quello di tutte le generazioni passate I nostri antenati forse non sapevano come prendersi cura del bambino interiore e ci hanno quindi trasmesso questa difficoltà. Praticare significa porre fine a questo ciclo. Se curiamo il bambino che soffre in noi, non libereremo soltanto noi stessi, ma anche chiunque ci abbia ferito”. A me sembra che la raccolta si rivolga in questa direzione, prendersi cura del bambino ferito, mostrare il bianco dolore che non passa, la morte che sta sopra i vivi, il gelo che accompagna un’esistenza, perché possano evaporare, perché possano asciugarsi al sole della vita.
I testi oscillano tra desiderio di espiazione e desiderio di ricongiungimento, di riconciliazione.
È portatore di una felice premonizione il verso: “Un figlio si fa alba che perdona”. Del resto il dolore non abita un luogo preciso, e collocare il dolore dentro le parole, radicarlo nei versi, significa offrirgli un luogo definito, una collocazione all’interno della quale sia possibile osservarlo, guardarlo attentamente, dialogarci e prendersene cura, e in tal modo alleggerirlo.
“Vieni e ascolta”, intima l’autrice, ed è precisamente nella dimensione dell’ascolto che può realizzarsi un felice approccio a questa raccolta, sospendendo ogni giudizio, lasciandosi penetrare dalle parole: “Provo a scrivere parole / che non hanno avuto ossa”, perché qui si dispiega un panorama che fa del dolore le sue principali componenti, la struttura stessa della raccolta:
Possiedo giorni che non sono giorni,
piuttosto un ventaglio con cui fare
i conti; tane per nascondersi,
buchi da riempire. Giorni
come finestre chiuse.
E tuttavia la cura e la premura, “attenderai l’abbraccio mio” si indirizzano nella direzione di un rapporto che sebbene mancato risulta ancora da edificare, da recuperare. L’abbraccio si può scorgere all’interno di ogni verso, nella sua dolorosa tensione, nella sua totale adesione alla necessità di dialogo, all’urgenza di un amore che si manifesta, si dichiara. Come acutamente scrive Francesca Del Moro: “La parola è il filo per ricucire un rapporto interrotto che interessa prima di tutto i corpi (piccolo corpo, sei dentro il mio), di cui cogliamo i dettagli per successive inquadrature: la lingua che si stacca dal palato; il ventre steso come panno nel vento”.

foto di Ugo Mulas
Il soggetto mostra
chiari segni
di un equilibrio mentale
precario:
ha abitato per poco
il ventre materno.
Non è mai nato.
° ° ° ° °
Vieni e ascolta
ho da dire fiumi di vocali
oltre l’isola del pianto.
Ogni ramo, ogni triste
camposanto da me si stacca
come costola ferita.
Ascolta questo verbo,
questa morte raggelata
tutto passa, resta muto
tranne il tuo
bianco dolore.
° ° ° ° °
C‘eravamo quasi.
Potevo scegliere un nome,
immaginare il volto,
sollevare in alto le pietre.
Stavo per trasformarmi
in madre — la tua.
Fatta col vetro
in abito di carta; madre
come onde del fiume.
° ° ° ° °
Allora il viso torna a somigliare
alla radice del mondo.
Superando la linea prova a tacere
distante una madre e tutto
inizia a parlare
con il medesimo verbo
e le stagioni, persino le più severe
si chinano di fronte ai bambini.
° ° ° ° °
Abiteremo il pianto
noi, mai più divisi
vivremo sotto alberi
di cedro.
Tu, sarai la terra.
Io, madre che resta,
sorreggerò la croce.

Patrizia Baglione (Arpino, 1994), già laureata in Scienze dell’educazione, studia per conseguire la laurea Magistrale in Linguistica Moderna. I suoi testi sono apparsi in diverse riviste letterarie: «L’Astero Rosso», «Poetarum Silva», «Inverso», «Transiti Poetici», «Poesia del nostro tempo», «Atelier», «Formafluens Megazine». Ha pubblicato La mia voce (Quid Edizioni, 2019); Malinconia delle nuvole (Kimerik Edizioni, 2020) – silloge presentata su Rai Radio Live – e Nero crescente (RPlibri, 2022); quest’ultimo recensito da Franco Manzoni sulle pagine del «Corriere della Sera» nella rubrica ‘Soglie’. Nel 2020 ha vinto il Premio Kalos alla Cultura. Lavora come addetto stampa e divulga poesia su vari canali. Dirige il blog «Versolibero». È redattrice di «Laboratori Poesia», «Lucaniart Megazine», «Larosainpiu, «Emme24», «litblog Finestre». Collabora con «Pubblicazioni Letterariæ» e con Giovanna Frene per «Inverso».




















16/08/2024 alle 18:21
“Se curiamo il bambino che soffre in noi, non libereremo soltanto noi stessi, ma anche chiunque ci abbia ferito” è l’augurio del recensore a masticare il dolore bianco ed è l’augurio che credo molti vogliano fare a questa brava e sincera poetessa.
“Le stagioni, persino le più severe si chinano ai bambini”, bellissimo verso delicatamente vero, allo stesso modo esse si chinano alle madri per sempre.
Se curiamo la maternità che abita in noi, parafrasando Polvani, diamo nuovo respiro al mondo.