A tentoni nel buio di Paolo Polvani /Questo senso di smarrimento / che ha fondato il mio esilio (alcune domande a Paola Loreto a proposito del suo libro Miei lari, Marcos y Marcos 2024)

I Lari sono figure della religione romana, e la parola religione indica il legarsi a… C’è qualcosa di religioso nello spirito della poesia? E come può essere declinato quel “legarsi a qualcosa”?
Il termine religio vuole legare tutto assieme, nella forma di un senso del mondo che corrisponda alla nostra esperienza del mondo. Certamente la poesia fa questo, sempre, senza bisogno di essere confessionale e forse neppure spirituale. Certamente Miei lari è un tentativo di legare i miei cari alla casa, a una dimensione domestica. E certamente è un tentativo di rilegare l’intera storia delle nostre vite, combinate in quella che abbiamo vissuto a contatto gli uni degli altri (e in relazione gli uni con gli altri) in una forma sola di senso profondo, vivo, sacro come è sacra la vita e salvifica la consapevolezza che ne ricaviamo.
Nei tuoi versi, in special modo nella prima sezione, arcadia, ritorna spesso “il tutto che doveva venire”, “tutto quello che doveva capitare”, il lettore viene immesso in un’atmosfera di attesa, e un chiarimento arriva dalla sezione “elegiaca”, dove si comprende che non si tratta di un espediente narrativo per alimentare una tensione, ma che un avvenimento tragico fa da spartiacque tra un prima e un dopo. È così?
Sì, certo. Arcadia è l’età dell’oro dell’infanzia e dell’adolescenza, con il loro orizzonte apparentemente infinito di futuro, che colmiamo di aspettative. Poi—come dico nel mio libro precedente, che esprime l’esperienza di una crisi profonda—“il limite entra nella nostra vita”, attraverso qualsiasi forma di ridimensionamento di quelle aspettative: insuccesso, invecchiamento, malattia e soprattutto perdita. Ed entriamo in un altro mondo, e dobbiamo imparare un nuovo modo di stare al mondo, nel mondo.
La poesia Nono anno si apre con due versi che esprimono grande dolore ma anche il raggiungimento di una consapevolezza: “Ci sono cose difficili da dire: / mi hai resa intera morendo”. E i versi successivi illuminano le motivazioni, che a qualche lettore potrebbero sfuggire.
Nono anno fa parte della sezione elegiaca, dedicata a mia sorella. È una delle poesie scritte poco tempo dopo la sua morte, circa trent’anni fa, quando stavo cercando di capire come fare a ricomprendere, nel mio nuovo orizzonte, l’evento incomprensibile della sua morte violenta. Nel linguaggio di allora, descrive uno dei modi in cui scelsi di farlo, provando a identificarmi con lei nell’estremo tentativo di comprendere anche quello che prima mi riusciva estraneo, e cioè certi tratti del suo carattere, certi suoi gusti, aspetti del suo stile di vita. Un modo per farla sopravvivere, in una fase iniziale del lutto, è stato vivere anche come era vissuta lei. Questo mi ha portata ad allargare i confini della mia comprensione del mondo e degli altri, come cerco di dire nella poesia. Ha arricchito la mia vita e soprattutto la mia coscienza. L’ha cambiata, un poco, attraverso un allentamento dei contorni della mia identità, che si è integrata con parti della sua. Ho imparato a conoscerla fino in fondo, prestando attenzione a tutto quello che era.
L’incedere dei versi è improntato a grande sobrietà, è sempre misurato e prudente, ricorda il passo dell’ascesa e ancor più della discesa in montagna, dove il baricentro del corpo tende a spostarsi in avanti e l’equilibrio diventa precario. Si tratta di una scelta esistenziale più che stilistica?
Mi è un po’ difficile separare lo stile dall’esistenza, perché credo che la poesia che scriviamo sia frutto della vita che viviamo. Può darsi. Certamente il libro è fatto di versi che esprimono lo smarrimento e versi che ne regolano il passo avvolgendo le parole in una quiete e pacificazione profonda, ricevuta a tratti, a tratti cercata. A volte la commozione intensifica la prosodia e i suoi movimenti, generalmente spezzando o abbreviando il ritmo, oppure—quando è più raccolta e consapevole—utilizzando certi strumenti retorici per creare una cadenza come la ripetizione di una sorta di refrain.
Nel saggio La camera chiara, Roland Barthes afferma: “Nella fotografia il tempo è ostruito. A differenza di quanto si crede, essa non fa emergere il ricordo, lo blocca poiché costituisce un contro-ricordo”. I testi della sezione album nascono dal confronto con fotografie del passato. Come è stato trasferire in poesia le sensazioni nate dalla visione delle foto?
È stato in parte come dare ragione e in parte come contraddire Roland Barthes, se ho bene compreso la citazione da La camera chiara. Il primo impulso è stato quello di chiedere alle foto di assolvere alla loro funzione: rievocare il dato sensibile del ricordo. Questo loro effetto si dissolve piuttosto in fretta: la freschezza della rievocazione dura pochissimo. Poi viene la fase dell’interrogazione della foto alla ricerca di uno svelamento di cosa è successo dietro agli eventi come li abbiamo vissuti: quali sentimenti, emozioni, pensieri si sono liberati nell’accadimento dei fatti, nelle parole dette, nei gesti compiuti. È una pratica di decifrazione, di recupero di ciò che è andato smarrito, perso, nel tumulto delle azioni. Questo potrei chiamarlo un contro-ricordo, che porta una vividezza ancora maggiore del semplice ricordo, perché riporta in vita un mondo, un’era.
Molto belli i versi “Sei come quando sono / aggrappata alla roccia, in alto, / e sto patendo, ma la roccia mi porta / leggera e mi dice che non è / un patire: è un amare”.
Sì, vogliono significare l’annullamento degli opposti nella grazia di poter essere quello che si è e di abbracciare il proprio destino, o—come cita l’epigrafe del libro, dal saggio Self-Reliance di Ralph Waldo Emerson, di accettare “il posto che la provvidenza ha trovato per te, la compagnia dei tuoi contemporanei, la connessione degli eventi”.
Il libro si chiude con due interrogativi importanti: “E se / sia così giusto che i morti / non smettano mai / di morire” e più avanti: “Io non lo so / dove siete finiti / tutti. / Ma in questa luce / in quest’aria di niente / qualcosa / qualcuno / c’è”, e sembra che siano versi che compendiano lo spirito dell’intera raccolta.
Lo sono. Vogliono dire sia l’inesauribilità del dolore, e l’irrisolvibilità della mancanza, dell’assenza, sia la percezione di una compiutezza, di un essere giunti, di un esserci.
ara (congedo) chiude il libro, con un ritorno all’idea di religione, essendo l’ara l’altare sul quale si compiono i sacrifici; con quel richiamo alla indissolubilità, “nella gioia e / nello smarrimento” allude a un compagno? e quindi chiude un cerchio e apre alla vita?
Esattamente, intendendo l’ara semplicemente come altare di offerte, non necessariamente sacrificali. È Il profeta della vita a cui alludo nella dedica del libro. Una delle tracce dell’ampia diacronia in cui sono stati scritti i componimenti è il fatto che, a differenza di quanto si dice in ara (congedo), il destinatario dell’apostrofe di questo piccolo monologo drammatico è diventato famiglia. Una famiglia minuta, elementare, ma una famiglia, che ha accolto il testimone dalle mani di mia madre (l’ultima ad essersene andata chiudendo il cerchio familiare di origine) e si è costituita a custodia dell’altare dei lari.

Portogallo 2024 foto di Paolo Zanardi
È un’estate come quelle di una volta.
Il caldo non si soffre, cantano le cicale,
il verde è brillante e l’aria porta più odori
di quelli che possiamo sostenere.
Le rondini sbrigano le loro faccende
i grilli pensano alla notte
e noi aspettiamo
che questo tempo sospeso
questo tempo che promette
il mondo
non smetta prima
di averci consumati
tutti
interi
fino a quando la fine
non fa più paura
e il desiderio
non si guarda più alle spalle.
° ° ° ° °
Senza voce
A volte mi pare
di avere subìto l’oltraggio
che è tuo.
E s’innalza il mio grido
al cielo e alla terra.
E non serve.
1993
sono qui
sono uscita
(entrata)
nell’Aperto
immessa sull’orizzonte
della Circonferenza
Esce uno strillo
giallo
incalcolato
dalla roccia.
E mi volto.
° ° ° ° °
Foto 7
Siamo appena tornate
a casa. Tu stai bene
(tu stai molto bene)
e io non so dove sono:
non so cos’è il mondo
e forse, in fondo, non mi
interessa tanto, come non
lo farà mai. Guardo fuori
e vedo dentro, come avrei
sempre fatto. Minuscola,
con la testa enorme di Titti.
Indifesa e ignara la mia migliore
strategia di sopravvivenza.
Ma tu guardi chi ti guarda da
dietro l’obiettivo, con una resa
dolce, fiduciosa, che non ti ho
mai visto negli occhi e nei capelli
ariosi che non ti conosco.
La firma del piccolo spazio
tra i denti del sorriso, quella sì,
la so, e mi manca da quando
il dottore ti ha dato quelli nuovi (e finti).
Devi avere ventinove anni
braccia più forti dei giorni
da ragazza in valle Imagna
ma le gambe da modella
come al vostro matrimonio
un anno fa. Foulard e scarpe
a punta, eleganti, e una posa
naturalmente fine, come
i lineamenti del volto
che prende appena luce
da dietro, dal giardino,
e da davanti: dalla mia vestina.
Forse ancora non ci credi
che mi hai fatta tu
e che mi stringi, delicata.
° ° ° ° °
Adesso non c’è più nessuno
qui e siete tutti insieme
forse. (Non è mai stato così
incerto dove e come.) E se
sia così giusto che i morti
non smettano mai
di morire.
° ° ° ° °
Io non lo so
dove siete finiti
tutti.
Ma in questa luce
in quest’aria di niente
qualcosa
qualcuno
c’è.

Paola Loreto è nata a Bergamo e insegna Letteratura americana all’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato Miei lari (Marcos y Marcos, 2024), case | spogliamenti (Aragno 2016), In quota (Interlinea 2012), La memoria del corpo (Crocetti 2007), Addio al decoro (LietoColle 2006), L’acero rosso (Crocetti 2002), le plaquette Spiazzi dell’acqua e Ascesa (pulcinoelefante 2008 e 2018), e Avola (Volo) (Luciano Ragozzino, 2019), le sillogi Conoscenza della neve (Poesia, gennaio 2012) e Transiti (Almanacco dello Specchio Mondadori 2009), oltre a una silloge di poesie sulla montagna (Premio Benedetto Croce 2003) e numerosi testi in rivista e in volumi collettanei.



















22/01/2025 alle 08:31
L’argomento trattato mi porta a pregresse riflessioni e constatazioni sul modo di affrontare la perdita di una persona cara. Sono sempre rimasto stupito dal modo in cui non poche persone reagiscono in modo estremo, da una parte e dall’altra; c’e` chi cerca di rimuovere ogni ricordo, soprattutto oggetti e vestiti (le foto e` facile riporle in un cassetto dove resteranno sepolte), come se la paura del dolore prevalesse sul senso di amore condiviso; altri coltivano ossessivamente un ricordo, coinvolgendo quante piu` persone possibile nel proprio vissuto (azione resa molto facile dagli strumenti social), facendo trapelare il rifiuto dell’accettazione della morte. ” E se sia così giusto che i morti non smettano mai di morire”, pone efficacemente il dubbio Paola Loreto. Esiste un giusto mezzo? Esiste una giustezza? Io ricordo bene il senso di quiete dell’animo scaturito dall’evento VR al Pantheon della Certosa di Bologna, in marzo 2024.