Non stiamo zitte! Donne curde – reti Jin, di Anna Zoli
 
 
Se ci guardiamo attorno in questo inizio d’anno, il panorama è buio, l’orizzonte
minaccioso: guerre, uccisioni, stragi, diritti umani calpestati, torture, stupri. Questo
specialmente in quei paesi mediorientali dove dissenso e rivolta vengono repressi nel
sangue.
In questo panorama l’unica luce viene proprio da quei territori mediorientali della
Siria e dell’Iraq dove le comunità curde hanno dato vita alla rivoluzione del Rojava
(Amministrazione autonoma della Siria, nota come Rojava). In questa zona è nato il
“Confederalismo Democratico”, una forma politica di organizzazione sociale
innovativa e rivoluzionaria che si basa sulla democrazia diretta senza stato,
sull’autonomia delle donne e sull’ecologia. Una vera “Utopia concreta”.
Un ruolo fondamentale nell’ideare e incoraggiare questa utopia l’ha avuta e continua
ad averla il presidente Ocalan. Da più di vent’anni in isolamento in un carcere turco,
in quanto considerato terrorista, si dedica a studi che l’hanno portato a individuare nel
patriarcato la radice della corruzione della società umana e nella liberazione della
donna la condizione indispensabile per ogni rivoluzione.
Fondamentale diventa decolonizzare le menti dal patriarcato, particolarmente radicato
in quelle famiglie ancora feudali. Per molte donne è stato quindi funzionale unirsi alla
guerriglia in difesa di quei loro territori frazionati e costantemente minacciati dagli
stati confinanti, particolarmente dai turchi. Ma l’addestramento militare, pur
necessario, non è sufficiente, in quanto è solo la parte più visibile di un
addestramento generale che comprende studio, conoscenza di sé, pratica di
condivisione continua e ripetuta, funzionale a una vita di comunità. Siccome ogni
carica elettiva prevede la presenza di un uomo e di una donna, risulta essenziale per
le donne imparare a discutere in pubblico per prendere parte attivamente alle
assemblee. Alla base di tutto questo ci sono pratiche che si avvalgono di tecniche
assimilabili alla comunicazione non violenta, all’autocoscienza e agli studi
matriarcali, oltre alla necessità di un rapporto simbiotico con la natura.
Sappiamo che nel Rojava già funzionano comunità di questo tipo che hanno come
collante ideologico la liberazione e l’autodeterminazione delle donne.
Il problema è come diffondere questo sistema in occidente, dove il patriarcato appare
meno violento, più insinuante e nascosto. Ed ecco il ruolo importantissimo di chi, nel
corso degli anni, è fuggito da guerre, guerriglie, attacchi e, più recentemente, dai
bombardamenti del turco Erdogan, nell’indifferenza dei governi occidentali.
Sono in genere attiviste formatesi nelle accademie delle donne e ora stabilitesi in
varie città europee. Qui, con l’aggancio di associazioni femministe esistenti in loco, si
spendono come formatrici per costruire ‘nodi’ di una rete mondiale di supporto. Ciò è
reso possibile dal fatto che le pratiche che esportano sono flessibili, riproponibili e
adattabili a contesti territoriali diversi, pur mantenendo l’impianto ideologico
originario.
Questi nodi sono già presenti in molte città europee, specialmente a Berlino, dove lo
scorso novembre si è svolto un convegno internazionale molto partecipato, che aveva
come tema il confederalismo mondiale delle donne
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Donne curde, Kobani_April _2015

 
A Milano esiste già un nodo molto attivo e qui a Bologna si sta consolidando.
In ottobre abbiamo avuto l’occasione di conoscere la portavoce delle donne curde in
Europa Delsha Osman, giornalista, attivista in Rojava, premiata a Bologna e
lungamente intervistata nel pomeriggio presso l’associazione Armonie da rete Jin
Bologna.
Quello che colpisce di queste donne è la calma, la centratura, la forza, la disponibilità
e l’apertura mentale. Raccontano di come si vive in Rojava, delle difficoltà, ma anche
della bellezza di vivere in situazioni dove le donne studiano insieme, si addestrano,
fanno pratiche quasi quotidiane di autoformazione collettiva incentrata sul senso di
responsabilità, e, soprattutto, sulla critica e autocritica. Un lavoro collettivo su di sé,
che poi si irradia nelle comunità: ai bambini nelle scuole, gli anziani, fino alle cariche
elettive con la presenza di ambo i sessi.
È inevitabile che un progetto politico sociale così innovativo, che presuppone un
rovesciamento di paradigma così radicale, risulti inviso ai governi occidentali, ancora
imbevuti del vecchio paradigma. E questo spiegherebbe i continui tentativi di
decimare le popolazioni curde e fiaccarne lo spirito rivoluzionario. Ma, come loro
stessi dicono, “potete uccidere i rivoluzionari, non la rivoluzione” – Ciò potrà
avvenire se il nuovo paradigma si diffonderà a macchia d’olio attraverso queste reti di
donne che si riconoscono nello slogan curdo, divenuto virale, “Donna Vita Libertà”.
*
Come Rete Jin parleremo dell’attuale situazione in Siria ad Armonie in occasione del primo
incontro di DOMENICA 12 GENNAIO 2025 h.17:00 nell’ambito della Rassegna GUERRE CHE HO
VISTO organizzata con Armonie e LeMatriarcali. Saranno proiettati documentari, utili per capire
perché nel nord est della Siria c’è un forte attacco ideologico alla rivoluzione delle donne e al
confederalismo democratico
➡️🎥
“Girls at War” di Mylene Sauloy doc. 53 min. anno 2016
Racconta addestramento e formazione politica e culturale delle combattenti curde, aprendo una
finestra su un esperimento di governo democratico, fondato sull’autogestione, l’autodifesa, la
convivenza solidale e l’autodeterminazione
➡️🎥
“Blooming in the Desert” di Benedetta Argentieri doc. 20 min. anno 2021
La storia di tre donne sopravvissute alla guerra e al fondamentalismo nella città di Raqqa, dopo la
cacciata dell’Isis nel 2017. Un progetto di cui sono autrici le donne e che si accompagna a una forte
rivendicazione dei loro diritti e del ruolo che hanno avuto nella lotta per la liberazione della città
 
NON STIAMO ZITTE! DIFENDIAMO LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE IN ROJAVA!