A tentoni nel buio di Paolo Polvani | Di quali minimi imbarazzi è fatto il cielo: alcune domande a Simone Zafferani a proposito del suo L’ora delle verità (peQuod editore, 2023)

 

  • Rispetto ai tuoi libri precedenti, L’ora delle verità introduce alcune novità?

Credo di sì, ma non tanto nel metodo compositivo, che è rimasto lo stesso degli altri libri, quanto piuttosto nel sottotesto psicologico che ha generato il libro. Mi spiego meglio: le poesie contenute ne L’ora delle verità sono state scritte senza l’intenzione di diventare un libro e senza aspettative, quindi all’insegna di una grande libertà anche espressiva. Non pensando a un libro, non mi sono posto preventivamente il problema dell’organicità, della compattezza e di tutti gli altri aspetti che un libro deve avere, almeno ai miei occhi, e che infatti ho affrontato dopo, quando si è presentata l’occasione della pubblicazione e ho iniziato ad allestire il libro. Questo mi ha permesso di essere più disinibito nello sperimentare registri diversi, modulazioni varie della voce, variando il punto di osservazione e su di esso le esigenze linguistiche e metriche. Insomma credo che la novità di questo libro sia una mia maggiore libertà che ha portato a un’ampiezza di sguardo e di scrittura.

 

  • Come avviene la scelta dei tuoi titoli? e in questo, a quali verità allude?

I miei precedenti titoli sono versi di poesie contenute nei libri, più o meno fedelmente adattati. In quel caso, quindi, il titolo è una sorta di folgorazione interna che si impone al libro per capacità di sintesi e per espansione. Con L’ora invece è andata diversamente. Quando mi sono accorto che avevo scritto diverse poesie accomunate dal tema del disvelamento, dei momenti epifanici della giornata o della vita, dell’atto del capire come forma di coraggio, ho deciso di raggrupparle in una sezione a cui ho istintivamente dato questo titolo. Solo dopo ho capito che il titolo poteva condensare il senso di tutto il libro e, per quanto abbia pensato anche ad altre possibilità, non mi sono venuti titoli più adatti. Può sembrare un titolo anche ironico, perché gioca sull’espressione comune “l’ora della verità”, intesa come resa dei conti esistenziale o anche solo “poliziesca”. Mi piace che ci sia anche questa lieve nota di provocazione. Sta ad indicare che le verità che io offro sono molteplici e condivise, sono epifanie con cui veniamo a contatto e che ci cambiano. Non sono verità ecumeniche e assolute.

 

  • Una delle prime poesie è dedicata ad Anna Cascella Luciani. Anche in alcuni suoi libri ho trovato poesie dedicate a te. So che avevate sviluppato una bella e solida amicizia, come è cominciata?

Anna è stata una carissima amica, una presenza importante nella mia vita per trent’anni. La conobbi nel 1993, il giorno del mio ventunesimo compleanno. Mi avvicinai a lei perché avevo assistito a una sua lettura ed ero rimasto folgorato dai suoi versi e dalla sua lettura – quella voce e quella prosodia erano irripetibili. Da quel momento abbiamo iniziato a telefonarci, a scriverci, e poi a frequentarci, ed è nata una bellissima amicizia. Anna mi ha insegnato molto ma non sotto la forma del magistero che pure la differenza d’età avrebbe potuto comportare; non ha mai amato essere maestra né avere rapporti di subordinazione. Il nostro era invece un rapporto basato su una grande simmetria, fatta di stima reciproca, di affetto, di condivisione di tante cose, anche di conflitti. Ci siamo voluti molto bene e mi manca. Mi ha trasmesso l’importanza del rigore, della fedeltà a se stessi e, nella poesia, è stata un esempio di libertà e di estraneità a qualunque compromesso, a costo di un percorso che è stato solitario e difficile.

 

  • Un tuo bellissimo verso recita: “La gioia ha l’aspetto di un paesaggio”. Nel tuo libro c’è molto paesaggio e molta Roma, ritratta in bellissimi versi, per esempio questi: ” Lasciata sola a se stessa / Roma è un rigurgito di febbre”. Che tipo di rapporto hai con la città di Roma?

Roma non è la mia città natale, è la città in cui ho scelto di vivere. Sono venuto qui a 19 anni per fare l’università e non l’ho più lasciata. Ho voluto fortemente radicarmi, sia perché pativo le restrizioni e le ristrettezze della provincia, sia perché qui mi sembrava di poter esercitare la mia libertà sentendomi protetto e accolto, perché la natura di Roma non è respingente come quella di altre grandi città. Roma è un alveo che accoglie tutti, non in modo materno ma direi in modo magnanimo, con la benevolenza della grande città imperiale decaduta, dell’aristocratica che ti invita a pranzo anche se non ha più nulla da mettere nello splendido piatto che ti porge, rinnovando un fasto ormai impossibile ma non meno sentito. È consolatoria, nel peggiore dei casi indifferente, ma mai ostile. Continuo a essere innamorato della sua bellezza, sempre più offesa e volgarmente ripudiata. E nonostante sia una città complicata nel quotidiano, non riesco a pensarmi lontano da qui, dalla magia del suo fiume che tutto ricomprende e trascina, dalla luce struggente che avvolge come per rivelare a ciascuno ciò che davvero è. Lo ha detto molto bene Nicola Lagioia: «A Roma tutti arriviamo per diventare noi stessi».

Foto di Paolo Zanardi

 

  • Vite perpendicolari, una sezione del tuo libro, allarga lo sguardo su alcune figure: un insegnante, un chirurgo, un attore, uno psicoterapeuta, un direttore d’orchestra, un cantante, persino un porno attore. Si avverte una predilezione per attività creative. Come sono avvenute queste scelte? e quanto di autobiografico esiste in questa sezione?

Sono sicuramente scelte che hanno a che fare con me, con diverse parti di me, proiettive, regressive, sognanti. In alcuni casi ho proprio pensato a come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto quei mestieri (ho sfiorato l’insegnamento, avendo conseguito l’abilitazione e vinto un concorso); in altri casi ho assecondato una fantasia (da umbro ho anche una natura mistica e l’idea della vita agreste, o monastica, o da astronomo che guarda verso l’alto nel silenzio dell’universo, mi ha sempre affascinato). Sicuramente è vero quel che rilevi: tutte le professioni che ho immaginato hanno una componente creativa, persino quella dell’attore che pure rivendica il diritto di non creare ma di voler solo eseguire. In altri casi ho invece fatto un esercizio di allontanamento, immaginandomi alle prese con vite lontanissime ma affascinanti, che pure potrebbero sprigionare potenzialità inespresse.

 

  • “Ecco perché scrivere una poesia” è il primo verso di un tuo testo, e si allude alla scrittura come a una terapia, a un dialogo del concreto con l’astratto. E il verso finale recita: “È tutto vero, ma io scrivo tuttavia “. Cosa si cela in quel “tuttavia”?

Quel tuttavia è un po’ una ribellione alla necessità di classificare le ragioni della scrittura. Avevo letto questo pezzo, pure molto interessante e argomentato, in cui si parlava della natura “riparativa” della scrittura di poesia, cosa che ha senz’altro ben più di un fondamento. Però una parte di me si rifiuta di categorizzare troppo quel mistero che è all’origine dell’atto creativo e che, se svelato, dovrebbe o potrebbe cessare di originare la scrittura. E allora a fine poesia dico che, senza nulla togliere al potere catartico della scrittura (quel pezzo esortava a scrivere come esercizio terapeutico), bisogna sempre fermarsi un momento prima di pretendere di capire tutto. Accettare di essere disarmati. Il senso del mistero e del sacro sono fondamentali alla nostra vita, e si stanno perdendo sempre più in quest’epoca di iper-verbalizzazione e di iper-esposizione. Vorrei che si continuasse a non sapere perché si scrive (anche per evitare che quel perché diventi “per chi”) e che si scrivesse nonostante si creda di essere arrivati a sapere tutto.

 

  • Nel tuo libro si avverte molta “verticalità”, oltre alle vite perpendicolari anche la sezione dal titolo Cartoline sembra prediligere riprese dall’alto, e anche i versi: “Cambiando il nostro sguardo sulle cose / le cose cominciano a cambiare”. Si nasconde qui un nucleo di manifesto programmatico?

Non credo sia un manifesto programmatico, ma è senz’altro vero che nella mia poesia c’è un doppio movimento, ascensionale e verticale. Lo scrisse anni fa l’ottimo Manuel Cohen a proposito del mio secondo libro, parlando di «orizzontalità di sguardo e verticalità della visione», espressione che mi piace moltissimo. Ha a che fare, credo, con la natura un po’ mistica dell’umbro a cui accennavo poco sopra, che si confronta però con il bisogno di immanenza, di restare nel flusso della vita e degli altri, di non perdere il contatto con le occasioni della quotidianità. A proposito di quei due versi che citi, lì c’è proprio un’intuizione tra il filosofico e il magico, con cui sono venuto a contatto grazie alla bioenergetica: il modo in cui guardiamo il mondo porta il mondo a cambiare, in modo sottile ma inarrestabile. Per cui sì, lo sguardo è a volte verticale, ma poi bisogna mantenere un rapporto con ciò che ci circonda che esige un confronto orizzontale perché la sollecitazione che riceviamo dall’esterno implica che siamo in ascolto e in ricezione in modo paritario e – torno a dire – il più possibile inerme.

 

  • Altri versi molto belli recitano: “Sarà la mia salvezza ritrovarmi / in una traccia di sole, rivedermi / mentre sospetto la felicità nelle parole”. Quanta felicità nelle parole?

Se si riesce a deporre il bagaglio sempre un po’ narcisistico dell’io che scrive, la felicità che deriva dalla poesia è potente e gratuita, perché scrivendo si arriva a una chiarezza o, al contrario, a un’accettazione dell’oscurità che ci mettono profondamente in pace. Alla fine della poesia che tu citi dico “Racconta. Scrivi”, esortando me stesso o un lettore ipotetico a rappresentare il mondo sotto forma di narrazione, come forma di salvezza dall’oblìo. Penso qui non tanto – anzi direi molto poco – alla mia poesia, ma alla poesia come territorio comune, patrimonio collettivo, che tutti alimentiamo e che ci alimenta. Io sono egualmente felice e appagato sia che scriva una poesia che mi piace, sia che legga una poesia altrui che mi illumina, che ampia la mia conoscenza del mondo. Il vero amore per la poesia arriva quando non ci si cura più di chi ha scritto ma di cosa è stato scritto.

 

  • Nella postfazione Giorgio Ghiotti scrive: “..bisogna rubare quanto più mondo possibile, per restituirlo in particolari, in percentuale, attraverso le parole, unica preghiera laica che conoscono i poeti”. Preghiera che si sostanzia nella “cura per le creature umane, per la natura? per il tempo terrestre che ci è capitato in sorte?”.

Giorgio Ghiotti ha scritto una postfazione splendida, di cui gli sono molto grato. L’idea della poesia come preghiera laica mi piace molto. Fabio Ciriachi, poeta a me caro, dice in una poesia fatta di un solo folgorante verso «Io so che quando scrivo prego, credo». Forse la poesia è una preghiera che ci porta a una verità in cui riusciamo a credere, ci porta a un’aderenza a noi stessi e al mondo; una forma di concentrazione mistica il cui pensiero supera se stesso, raggiunge il cuore della visione con un’esattezza a cui l’emozione da sola o il pensiero raziocinante da solo non potrebbero arrivare. E la preghiera non può che essere rivolta al consesso delle creature viventi, umane, animali, vegetali, e le elenco senza gerarchia. Non abbiamo altro che questo consesso e uno spazio che ci è stato dato in prestito e del quale dovremmo avere la massima cura. La poesia non salva la vita ma nelle sue forme più alte traccia un cammino. Citando Antonella Anedda, è una «visione terrena», e ci ricorda che siamo soli e indifesi ma che possiamo e dobbiamo opporci alla distruzione, che poi è sempre auto-distruzione.

foto di Paolo Zanardi

 

 

La gioia ha l’aspetto di un paesaggio

il tessuto di una vita segreta, silenziosa

svegliata da un rintocco di campana.

Io che la vedo dal vetro di un treno

potrei essere un albero o anche solo

il ramo incerto del suo peso,

O la pieve che osserva non distante

tutto il verde nel palmo di una mano.

 

 

°     °     °     °     °

 

 

È il paesaggio che abita i tuoi occhi,

li rende un’intenzione, li risale

fino a una casa aperta sulla notte. Poi li avvera

e non c’è niente più che un punto fermo

                                               quel solo dettaglio

da cui origina il bisogno di guardare

  • la voglia di resistere al buio dove sogna

l’abitante unico del sogno.

 

 

°     °     °     °     °

 

 

Non sarà oggi e non sarà così

ma la mia morte già mi assedia

in una sua perfetta inadempienza.

Non ho pazienza per la perfezione,

la inseguo, la contemplo se è vicina

e subito è asfissia, ansia di fuga.

Sentendomi imperfetto sempre, invece

da cosa fuggirei? e dove poi?

 

 

°     °     °     °     °

 

 

Io non sarò salvato

da una tua sola parola

ma dal racconto intero che farai.

Riparti da un cielo intatto estivo

e dal terrazzo dal quale lo guardavo.

Riscrivi me bambino, traduci

quell’irrequietezza qui adesso.

E rendimi la pace che cercavo.

Sarà la mia salvezza ritrovarmi

in una traccia di sole, rivedermi

mentre sospetto la felicità nelle parole.

 

Racconta, scrivi.

 


Simone Zafferani (Terni, 1972) vive a Roma. Ha pubblicato i libri di poesia Questo transito d’anni (Casta diva, 2004. Premio “Lorenzo Montano”), Da un mare incontenibile interno (Ladolfi Editore, 2011. Finalista ai premi “Laurentum” e “Sulle orme di Ada Negri”), L’imprevisto mondo (La vita felice, 2015). Ha scritto con Paolo Camilli il testo teatrale Per colpa di un coniglio (2017). Collabora con riviste letterarie occupandosi di poesia contemporanea.