A tentoni nel buio di Paolo Polvani |Bianca la neve e rosso il sangue (alcune domande a Virginia Farina sul suo romanzo Figlia di frontiera, Ensemble editore 2023)

 

 

 

  • Come è nata l’idea del romanzo Figlia di frontiera, in base a quale esperienza, o intuizione?

 

Ho iniziato a maturare l’idea del romanzo nell’inverno del 2018, quando si coninció a parlare dello spostamento a nord delle rotte di migranti che cercavano di passare il confine dell’Italia con la Francia e che si trovavano respinti a Ventimiglia. A piedi, e senza equipaggiamento, molti di loro iniziarono a percorrere la Val di Susa, lasciandosi Bardonecchia alle spalle per entrare in Francia dal Colle della Scala. A febbraio di quell’anno ci fu un incidente in particolare a colpirmi: una donna nigeriana di 31 anni, Destiny, incinta di 7 mesi, morì nel tentativo della traversata. Io avevo da poco avuto mia figlia e non potevo smettere di pensare a quanto potente doveva essere la ragione di quel viaggio, a quanto dolorosa. E quanto tutti noi ne fossimo in un modo o nell’altro responsabili. Mi sono chiesta, allora, cosa avremmo potuto fare se non per lei per il suo bambino o la sua bambina, quanto avremmo potuto mettere in discussione quella legge sui respingimenti che da una parte all’altra delle Alpi iniziava ad applicarsi portando all’arresto di diverse persone per favoreggiamento alla clandestinità. Oggi le cose non sono cambiate, il confine si è spostato più lontano per non turbare le nostre coscienze, ma il risultato è lo stesso. E per me l’interrogativo rimane lo stesso: come salvare in noi il senso e il cuore della nostra umanità?

 

  • A me sembra che il fulcro dell’intero romanzo sia l’idea del confine; confine inteso non solo nel senso geografico, come limite da valicare per i migranti, ma anche confine come limite tra l’adesione alla legge dello stato, anche se iniqua e contraria ai principi di umanità da una parte, e dall’altra adesione all’imperativo morale che riposa nella coscienza di ogni persona.

 

Caro Paolo, sì, hai colto in pieno il senso di ciò che ho provato a dire! Il confine non è solo una linea di frontiera che suddivide un territorio definendo chi può stare da una parte e chi dall’altra, è in primo luogo una convenzione, un’idea stabilita secondo precise coordinate storiche e politiche. Per questo ogni confine è anche la narrazione di ciò che lungo di esso converge. Un’amica mi ricordava poco tempo fa che l’etimologia della parola confine rimanda a quel punto in cui “finiamo insieme”, e questo mi sembra un elemento illuminante per la rilettura di quei luoghi, oggi sempre più numerosi, che fanno confine e cerniera ai mondi.

Il senso di “giustizia” è per me fortemente connesso a questa visione aperta del confine. Quanto più esso si irrigidisce e si distacca dalla realtà mobile delle cose, tanto più cresce lo spazio in cui la coscienza è costretta a interrogarsi sulla sua verità. Abbiamo bisogno di leggi, di punti definiti in cui riconoscere che dove finiamo noi inizia l’altro, ma quando queste leggi e questi punti diventano iniqui, discriminatori, allora si devono trovare altri punti di riferimento. La legge antica della montagna è sempre stata quella del soccorso, di chiunque e in qualunque condizione, così come quella del mare. Nelle condizioni più estreme ci è sempre stato insegnato che non importa chi abbiamo di fronte, il suo nome, il suo sesso, la sua nazionalità: è un essere umano, una vita in pericolo. E tanto basta. Metterla in discussione per molti significa davvero aprire una crisi morale insanabile, ed io sono certa che sono in tanti, nei confini alpini come nelle rive del Mediterraneo a mediare ogni giorno tra ciò che sentono giusto e ciò che la gestione, spesso scellerata, dei fenomeni migratori costringe a fare.

 

 

  • L’ambientazione, le atmosfere, le descrizioni dimostrano una conoscenza diretta e approfondita della montagna. Essendo tu proveniente dalla Sardegna, viene spontaneo chiedersi come si sia formata questa conoscenza.

 

C’è un libro di Marcello Fois che adoro e che si intitola: “In Sardegna non c’è il mare”. Per un turista attratto dalle meravigliose immagini delle nostre coste è un titolo quasi incomprensibile, ma racconta una grande verità: le nostre spiagge sono un’invenzione molto recente. A lungo abbiamo vissuto arroccati all’interno, e guardavamo con molta diffidenza quella striscia ora azzurra ora smeraldo da cui arrivavano conquistatori e predatori. Nel nostro cuore siamo un popolo di montanari, ed io, che arrivo da un piccolo paese dell’interno, mi sono sempre sentita attratta dai monti e dalle persone che li abitano, perché in qualche modo li riconosco molto vicini al mondo in cui sono cresciuta.

 

I luoghi del romanzo sono luoghi che conosco molto bene. Il paese che mi ha ispirato si chiama Balme, e sta al fondo della Val d’Ala, in Piemonte, a ridosso del confine con la Francia. Passo lì alcune settimane ogni estate da una decina d’anni, e in quelle montagne aspre e rocciose, dove le foreste finiscono e inizia la vertiginosa nudità delle cime, mi sono da subito sentita a casa. Lì, per me, tutto cambia prospettiva, diventa più facile riconoscere l’esatta misura della nostra piccolezza, e al tempo stesso la correlazione tra tutte le cose che stanno da una parte e dall’altra di ogni versante.

 

  • Nel romanzo compare un numero ristretto di personaggi, e tuttavia si ha l’impressione che i veri protagonisti abbiano una dimensione collettiva, da una parte la comunità montana, dall’altra la presenza, sullo sfondo, del flusso migratorio.

 

Essendo cresciuta in una piccola comunità, fatta di narrazioni corali e di tante storie fortemente intrecciate le une alle altre, credo di aver avuto la fortuna di  capire in modo diretto quello che alcuni maestri buddhisti chiamano l’”interessere”, ovvero l’esistere in forma interdipendente di tutte le cose. La letteratura, la poesia in particolare, ci hanno educato a nominare l’io, a dargli profondità e spessore, ma in fondo anche questa è una convenzione, perché non c’è nulla che di un io possa racchiudersi in una persona soltanto. La realtà è molto più fluida, le cellule di cui siamo composti, così come le nostre stesse idee, sono fatte di materia che arriva da altro e ad altro ritorna. Nella mia scrittura cerco spesso un noi, non tanto come dilatazione del mio io quanto come riconoscimento di un processo che mi e ci attraversa. Raccontare di una piccola comunità in questo senso aiuta. I miei personaggi hanno una loro identità ben definita, ma non sono elementi isolati, distaccati dal resto. Ogni scelta, ogni presa di posizione, ogni nuova riflessione si sedimenta su quelle degli altri e genera continuità e rotture che hanno conseguenze non solo nel mondo degli uomini, ma anche nella vita tutto intorno ad essi. Ed è proprio per questo che i montanari del mio racconto possono incontrare i migranti, riconoscendoli come figli di una storia più grande e complessa, e per questo vicini anche nella loro diversità.

Aprica, foto di Paolo Zanardi

 

  • La neonata salvata da sicura morte costituisce lo spunto iniziale del romanzo. Viene naturale chiedersi quale evoluzione avrà la sua vita. Hai pensato a un’eventuale prosecuzione della storia?

 

Ci ho pensato più volte, eppure ancora non riesco a immaginarla la vita di Anna bambina che cresce, forse perché in cuor mio non ho del tutto risolto il conflitto che ho indagato, e non sono certa che la storia possa continuare nella direzione di un’apertura come quella che ho provato a raccontare. Anche questo, mi dirai, è humus narrativo, ed è vero, ma forse ho ancora bisogno di tempo per lasciar emergere una naturale continuazione.

 

In questo momento sto scrivendo un romanzo che ha come protagonista una ragazzina nel passaggio dall’infanzia alla pubertà, anche lei è immersa in una comunità che si trova ad essere attraversata da un conflitto importante e che comporta prese di posizioni e assunzioni di responsabilità. A pensarci bene è una storia parallela rispetto a quella di “Figlia di frontiera”, dove la coralità è un elemento fondante e dove chi cresce porta con sé linee di rottura e di ricomposizione in una storia più grande. 

 

  • Nei ringraziamenti finali tu citi un numero elevato di persone. Ognuno ti ha fornito uno spunto, un’idea, ha dischiuso uno spiraglio. Dunque la coralità di cui ti chiedevo sopra, attiene anche all’autore? Ogni opera è frutto di apporti collettivi?

 

Assolutamente sì, almeno in me posso dire che non c’è nulla che, al fondo, sia davvero mio. Sono una lettrice vorace, lo sono sempre stata, e le parole sono uno dei doni più preziosi che sento di aver ricevuto, insieme all’insegnamento dell’ascolto e del silenzio che le fa da nutrimento. La mia scrittura nasce molto spesso in dialogo con altre voci del presente e del passato, voci che nel mio percorso si incontrano e si scompongono e poi si ricompongono ancora e tornano al mondo in infinite altre variazioni. La letteratura, per me, è un dialogo infinito, dove ogni voce è il punto di una rete che compone un discorso infinito sulla vita e sul mondo. Ci sono punti luminosissimi dove la comprensione si addensa e si incarna, punti a cui ci connettiamo in tanti, nutrendoci e irradiandoci ancora. E punti piccolissimi, cuciture quasi invisibili, eppure importantissime per tenere insieme il tutto. Ed io, che punto piccolissimo sono, non posso che dirmi immensamente grata per essere comunque parte di questa tessitura senza fine.

 

  • Per la creazione dei personaggi del romanzo ti sei ispirata a figure reali? o sono frutto di invenzione?

In un’intervista, Pirandello disse a proposito di una storia simile a quella del suo Mattia Pascal che la realtà è infinitamente più fantasiosa di ogni romanzo. Sono pienamente d’accordo. A guardare bene sono infinite le storie e le tipologie umane che possiamo intercettare e indovinare, da cui possiamo essere ispirati. I miei personaggi nascono dall’osservazione delle persone, e alcuni, in particolare, sono piccoli omaggi, spero graditi, a persone che ho davvero conosciuto in Valle.

Al tempo stesso, però, c’è una sorta di magia della scrittura per cui un personaggio vive misteriosamente dentro di me e mi trovo a scoprirne aspetti e angoli inaspettati mano a mano che la narrazione procede. È come se ognuno avesse simbolicamente una sua speciale esistenza, e a volte non devo far altro che seguirlo per sviluppare la sua storia. Credo si tratti di un processo creativo molto raffinato che la nostra mente ha sviluppato nel tempo, un processo nato dalla sintesi e dalla rielaborazione degli stimoli che abbiamo memorizzato in forme molto diverse dentro di noi e che poi restituiamo al mondo trasformati, facendone ora colore, ora musica, ora parola poetica. Qualcosa che, ancora una volta, rimanda a un processo più che a un protagonista, e che non cessa di riempirmi di meraviglia per ciò che, negli altri come nel mio piccolo me, vedo accadere.

 

 

 

 

Virginia Farina scrive da oltre vent’anni sul tema della migrazione e della non-violenza. Con Figlia di frontiera ha vinto nel 2021 il premio speciale Routes Méditerranée nell’ambito del “Premio InediTO – Colline di Torino”. Ha pubblicato le raccolte di poesie Aidos (Passaggi) (2022), Oltremare (2020), con cui ha vinto il “Premio Versante ripido”, e Qui dove sono (2008) dedicata al tema dello “spaesamento” e della migrazione, con cui ha vinto il festival di poesia “Ritorno a Figuralia”. Ha pubblicato racconti e poesie in svariati periodici come le riviste “Marea”, “Le voci della luna”, e “Versante ripido Fanzine”.