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“Poesia italiana attuale – antologia di 14 poeti”, a cura e traduzione di Daniel Filoni / “Poesía italiana actual – antología de 14 poetas”, edición y traducción de Daniel Filoni (Buenos Aires Poetry, 2026) – ITA/ESP
Ci sono antologie che raccolgono poeti e antologie che costruiscono ponti. Poesía italiana actual / Poesia italiana attuale, pubblicata nel 2026 da Buenos Aires Poetry nella collana Abracadabra, appartiene alla seconda categoria. Non è soltanto una selezione di quattordici voci della poesia italiana contemporanea, ma un progetto di trasferimento culturale pensato fin dall’origine per un destinatario preciso: il lettore argentino e, più specificamente, il lettore dell’area rioplatense.

Daniel Filoni
A curare, tradurre e introdurre il volume è Daniel Filoni, che nella nota iniziale dichiara senza ambiguità la natura del progetto: non una ricognizione astrattamente accademica, ma il tentativo di mettere in comunicazione due tradizioni poetiche che, nonostante la distanza geografica, possiedono una familiarità profonda. Filoni individua nel radicamento della cultura italiana in Argentina una delle ragioni fondamentali dell’impresa e parla della sensibilità argentina come di una sensibilità particolarmente permeabile alla lirica italiana. La letteratura italiana, in questo contesto, non arriverebbe dunque come una voce completamente straniera, ma come qualcosa che può essere riconosciuto, accolto e fatto proprio.
È un’intuizione particolarmente felice in un Paese come l’Argentina, la cui storia moderna è stata profondamente segnata dall’immigrazione italiana. Il rapporto tra i due Paesi non è quindi quello, piuttosto astratto, fra una cultura esportatrice e una cultura ricevente: è il rapporto fra due mondi che hanno già condiviso famiglie, parole, gesti, cognomi, memorie, paesaggi interiori. L’Italia che arriva in queste pagine non è necessariamente l’Italia degli stereotipi, ma un’Italia letteraria che può incontrare nell’Argentina una memoria di origine e, insieme, una nuova possibilità di lettura.
La struttura dell’antologia è significativa. Filoni non pretende di offrire una rappresentazione statistica della poesia italiana degli ultimi decenni, ma dichiara di aver cercato autori capaci di mantenere nel tempo una forte coerenza tematica e un rigoroso rapporto con il linguaggio poetico. La selezione attraversa generazioni diverse: da Maurizio Cucchi e Patrizia Cavalli fino a Maria Borio e Alberto Fraccacreta, passando per Milo De Angelis, Tiziano Broggiato, Francesco Macciò, Beppe Salvia, Maria Grazia Calandrone, Davide Rondoni, Alessandro Agostinelli, Francesco Tomada, Flaminia Cruciani e Viola Barbara.
È importante notare che attuale, qui, non significa semplicemente “vivente” o “appena pubblicato”. La presenza di Patrizia Cavalli e, soprattutto, di Beppe Salvia – morto nel 1985 – dimostra che il curatore intende la contemporaneità come un organismo più ampio, nel quale il presente dialoga con le voci che lo hanno preparato. È una scelta condivisibile, perché permette al lettore argentino di non ricevere una fotografia momentanea, ma di intuire alcune delle traiettorie attraverso cui la poesia italiana è arrivata al presente.
Anche la scelta di affiancare nomi ormai canonici a poeti meno conosciuti all’estero è importante. Milo De Angelis, Patrizia Cavalli e Maurizio Cucchi rappresentano ormai punti di riferimento imprescindibili; accanto a loro compaiono autori di generazioni successive e figure più giovani. L’antologia diventa così una sorta di passaggio di testimone, senza però suggerire che esista una sola linea evolutiva della poesia italiana.
La scelta di Beppe Salvia è, in questo senso, particolarmente significativa: introduce nella panoramica una voce interrotta prematuramente, appartenente alla stagione di rinnovamento della poesia italiana degli anni Settanta. La sua presenza ricorda che una tradizione non coincide con la semplice successione dei viventi, ma comprende anche le opere che continuano ad agire dopo la morte del loro autore.
Proseguo dando spazio a due poeti che amo particolarmente:

Milo De Angelis in una foto di Viviana Nicodemo
Milo De Angelis: la poesia come luogo dell’irreparabile.
Fra i poeti scelti, Milo De Angelis occupa inevitabilmente una posizione di grande rilievo. Nato a Milano nel 1951, De Angelis è presentato attraverso un arco bibliografico molto ampio, da Somiglianze del 1976 fino a Poesie dell’inizio 1967-1973, pubblicato nel 2025. L’antologia non si limita dunque a mostrare un singolo momento della sua produzione, ma costruisce un piccolo percorso attraverso diverse fasi della sua poesia.
E il percorso scelto è molto ben calibrato.
Si comincia con Cartina muta, dove la città, la notte, una farmacia, un volto e una relazione amorosa diventano elementi di una scena quasi cinematografica. Ma la realtà immediatamente si incrina: «è lo stesso che una volta chiamai amore» dice il poeta, e quella parola, amore, appare già come qualcosa che non può più essere attraversato.
In Biografia sommaria il rapporto fra esperienza e parola raggiunge uno dei punti più alti della selezione. Dopo il racconto di una notte milanese, il poeta dichiara: «Riportiamo esattamente / i fatti e le parole. Questo, / questo mi è possibile». La poesia sembra quasi voler rinunciare alla poesia per poterla ritrovare a un livello più profondo: raccontare esattamente i fatti diventa l’unico modo per avvicinarsi a ciò che non può essere detto.
Poi arriva una delle immagini più caratteristiche di De Angelis: l’infinito che appare nel poco. Non nel grande paesaggio, non nell’assoluto dichiarato, ma in uno spazio minimo, in un intervallo quasi invisibile fra il corpo e una barriera, in un soffio, in una nota che si spegne. La poesia sembra abitare proprio quel margine infinitesimale in cui qualcosa sta per scomparire.
In Tema dell’addio la perdita diventa addirittura una condizione cosmica: quando il volto amato mostra i segni del tempo, «è notte su ogni volto / che abbiamo amato». È uno dei passaggi in cui si comprende meglio perché De Angelis sia una presenza tanto importante nella poesia italiana contemporanea: il dato autobiografico non rimane mai semplicemente autobiografico. La perdita di un volto diventa la perdita di tutti i volti; l’addio individuale diventa una legge della materia e del tempo.
La scelta di Incontri e agguati aggiunge poi un altro elemento fondamentale: l’amicizia, la marginalità, il corpo ferito, la poesia stessa vissuta come qualcosa di tremendo e necessario. Quel «poesia poesia poesia» ripetuto dal poeta è quasi una dichiarazione di fede e insieme di disperazione. E il finale «io adesso ti rifiuto / e ti amo» condensa magnificamente una delle tensioni fondamentali della sua scrittura: l’amore non è mai separabile dalla distanza, dalla perdita, dal rifiuto.
Infine, Nemini, tratto da Linea intera, linea spezzata del 2021, sposta la metafisica di De Angelis dentro un tram. È una scelta straordinaria perché dimostra quanto il suo universo poetico possa sopravvivere anche quando viene collocato in una scena quotidiana: un numero di linea, il vetro appannato, le rotaie, una donna che scende, un gesto che sembra un saluto e invece è un addio. Le note del traduttore mostrano inoltre quanto sia stata meditata la resa argentina del testo: il tram, il voseo, il lessico della città rioplatense non sono ornamenti, ma tentativi di far respirare la poesia nella nuova geografia linguistica.
È proprio qui che la traduzione smette di essere un semplice servizio e diventa interpretazione.

Francesco Tomada
Francesco Tomada: la poesia delle cose che ci riguardano.
Se De Angelis rappresenta nella raccolta una delle grandi linee della poesia italiana dell’introspezione, della perdita e dell’esistenza sul bordo dell’irreparabile, Francesco Tomada costituisce una presenza diversissima e altrettanto necessaria.
Nato nel 1966 e residente a Gorizia, Tomada porta nella poesia una dimensione concreta, quotidiana, familiare, civile. Insegnante di biologia e chimica, ha pubblicato diversi libri di poesia e i suoi testi sono già stati tradotti in una quindicina di lingue.
La sua collocazione nell’antologia è particolarmente felice perché introduce anche una poesia capace di parlare della storia attraverso le piccole cose.
È evidente, per esempio, in A mia madre. La scena è semplicissima: una casa, una madre anziana che sistema le stanze, cambia la cucina, lucida i pavimenti, dipinge la ringhiera. Ma dietro questa normalissima attività domestica si apre la consapevolezza della morte. «È come se prima di andare / tu mettessi in ordine i ricordi»: il trasloco diventa così la metafora di un passaggio definitivo.
È una poesia di straordinaria sobrietà. Tomada non ha bisogno di proclamare il dolore: gli basta osservare una madre che mette in ordine la casa.
Ancora più interessante, per un lettore argentino, è L’Italia è un melograno. Qui il poeta parte da un’esperienza personale e geografica – un albero piantato nel proprio giardino – per affrontare il tema dei confini. La cresta dei monti che è stata Italia, poi Jugoslavia e infine Slovenia diventa la prova concreta dell’arbitrarietà delle frontiere.
«I confini dovrebbero essere come gli orizzonti»: la frase contiene una concezione della patria completamente diversa da quella identitaria o nazionalistica. Il confine si sposta con chi cammina; la patria, infine, è «dove / un uomo pianta un melograno / e può aspettare di mangiarne i frutti».
È difficile immaginare una poesia più adatta a un’antologia destinata al lettore argentino. Non perché parli direttamente dell’Argentina, ma perché parla di confini, appartenenza, migrazione, terra e memoria attraverso una lingua profondamente italiana e, nello stesso tempo, comprensibile oltre il confine nazionale.
La scelta di Tomada permette dunque al curatore di mostrare un’altra possibilità della poesia italiana contemporanea: non una poesia chiusa nell’io, ma una poesia capace di trasformare un albero, una madre, una casa, una frontiera in strumenti di interrogazione del mondo.
E poi c’è Parola, dove il discorso si allarga ancora. «Amore e misericordia» rimangono appesi alla parola come «azioni d’equilibrio»: il linguaggio diventa ciò che può ancora tenere insieme un mondo fragile. La poesia si chiude con immagini di luoghi, incontri, merci, sogni, sapori lontani, fino alla brezza di un giorno felice.
È significativo che proprio in questa poesia il traduttore scelga un argentino sostené al posto di un più neutro imperativo spagnolo. Nelle note Filoni spiega esplicitamente la volontà di usare il voseo e un lessico capace di risuonare con la tradizione della pampa e delle città argentine. Non si tratta dunque di tradurre l’italiano in uno spagnolo standard, ma di farlo arrivare in una lingua riconoscibile dal lettore a cui il libro è destinato.
Tradurre non significa neutralizzare. Questa è probabilmente una delle caratteristiche più importanti dell’intero progetto.
Filoni definisce il proprio lavoro una «trasposizione affettiva e tecnica» e dichiara di aver privilegiato il voseo e un lessico che potesse risuonare nella tradizione poetica argentina. Le note alla traduzione confermano quanto questo principio sia stato applicato concretamente.
Per Tomada, per esempio, termini come «mudanza», «rumbo», «piolín» o «pedaleás» vengono scelti non semplicemente perché corretti, ma perché capaci di produrre nella lingua d’arrivo una vicinanza emotiva analoga a quella dell’originale.
Lo stesso accade con De Angelis. Il traduttore spiega, per esempio, perché in Nemini abbia mantenuto il tram, pur essendo un mezzo oggi estraneo alla Buenos Aires quotidiana: nel testo di De Angelis le rotaie sono parte della struttura simbolica del destino. Il voseo, invece, permette di trasformare il rapporto fra il poeta e il lettore in una sorta di intimità sussurrata.
Questa attenzione rende l’edizione qualcosa di più di una pubblicazione bilingue. È un vero atto di ospitalità linguistica, come lo definisce lo stesso Filoni: la lingua argentina non viene utilizzata come semplice contenitore della poesia italiana, ma viene chiamata a partecipare alla sua nuova vita.

Maurizio Cucchi
Il valore più grande di Poesía italiana actual è forse proprio questo: portare fuori dall’Italia una poesia che, nonostante la qualità degli autori scelti, rimane spesso confinata entro i limiti linguistici del proprio Paese.
Filoni ricorda nella sua introduzione la condizione paradossale della poesia contemporanea: un genere marginale dal punto di vista commerciale, ma estremamente ricco e vitale, che negli ultimi anni ha trovato anche negli ambienti digitali nuovi strumenti di circolazione. L’antologia nasce dunque dentro una situazione in cui la poesia è contemporaneamente periferica rispetto al mercato e centrale nella ricerca sul linguaggio.
Ed è proprio per questo che la traduzione internazionale diventa essenziale. Un romanzo può trovare facilmente un editore straniero sulla base del proprio successo commerciale; la poesia ha bisogno di qualcuno che la scelga, la traduca, la presenti, la contestualizzi e la faccia incontrare con una comunità di lettori.
Qui tutto questo avviene in un Paese particolarmente predisposto all’incontro. L’Argentina non è soltanto un luogo in cui la poesia italiana viene tradotta. È un luogo in cui può essere riconosciuta. La consistente presenza storica dell’immigrazione italiana ha creato un terreno culturale nel quale l’italiano, anche quando non viene più parlato quotidianamente, sopravvive attraverso la memoria familiare, la musica, la letteratura, i nomi, le abitudini, le immagini tramandate. La poesia può quindi diventare uno dei modi attraverso cui quella memoria torna a dialogare con il presente.
E in questo senso la scelta di Buenos Aires come luogo di pubblicazione assume un valore quasi simbolico: una città costruita anche attraverso successive stratificazioni migratorie accoglie una nuova generazione di voci italiane e le restituisce in una lingua che non è semplicemente quella della traduzione, ma quella viva del Río de la Plata.

Patrizia Cavalli
La poesia italiana diventa argentina senza smettere di essere italiana. Il risultato più riuscito dell’antologia è forse proprio questo paradosso: i poeti non vengono “argentinizzati”, ma la loro poesia viene messa nelle condizioni di poter essere ascoltata dall’Argentina.
De Angelis rimane milanese, notturno, metafisico, ferito; Tomada rimane goriziano, concreto, civile, familiare. Patrizia Cavalli conserva la sua ironia e la sua straordinaria capacità di trasformare la quotidianità in materia poetica; Cucchi il suo rapporto con la città e con la memoria; gli autori più giovani portano altre sensibilità, altri ritmi, altre forme di rapporto con il presente.
Ma tutti, attraversando lo spagnolo rioplatense, acquistano una seconda possibilità di esistenza.
È questo, in fondo, il significato più profondo di un’antologia poetica tradotta: non spostare semplicemente dei testi da una lingua all’altra, ma permettere loro di trovare nuovi lettori senza perdere la propria identità.
Filoni conclude la sua introduzione ricordando che, al di là della distanza geografica, italiani e argentini condividono i medesimi limiti del linguaggio e, dunque, «il medesimo mondo». È una conclusione che il libro dimostra più che affermare.
Perché se De Angelis può parlare a un lettore argentino della perdita, dell’amore e del tempo passando attraverso una stazione di Milano, e Tomada può parlare di patria a partire da un melograno piantato sul confine orientale d’Italia, allora la poesia ha già compiuto il viaggio.
Non è più soltanto poesia italiana tradotta in Argentina. È poesia italiana che, attraverso l’Argentina, ha trovato un altro luogo in cui continuare a vivere.
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La casa dentro de la casa: Sobre Poesía italiana actual / Poesia italiana attuale. Antología de 14 poetas
La traduzione in spagnolo del presente articolo è stata effettuata mediante ChatGPT

























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