La maschera della norma: decostruzione dell’ordine e aporie del diritto in Carlo Collodi

L’universo letterario di Carlo Collodi si rivela, sotto un’attenta e rigorosa analisi ius-filosofica, sociologica e socio-letteraria, un impianto ermeneutico spietato, dove la favola cede il passo a una  decostruzione dell’ordinamento giuridico post-unitario. All’interno di questa complessa e sofisticata struttura narrativa, l’apparato istituzionale non agisce affatto come garante dell’ordine o custode della convivenza civile, si converte in un dispositivo coercitivo cieco, alienante e strutturalmente disfunzionale. Il testo mette in scena l’ineffettività della tutela, l’assurdità del giurisdizionalismo ridotto a mera burocrazia e il rovesciamento della legalità formale a totale danno della giustizia sostanziale. Tale operazione smaschera la presunta neutralità del diritto positivo, mostrando come le forme della legalità siano in grado di trasformarsi nel loro esatto contrario quando vengono recise le radici dell’equità e del riconoscimento dell’alterità. A livello di pragmatica testuale e performatività linguistica, le enunciative istituzionali collodiane svelano una frattura sistematica tra illocutionary force ed execution. Quando il carabiniere interviene sulla pubblica via per ristabilire l’ordine («Alla fine […] capitò un carabiniere […] e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto»), la forza pubblica non applica una norma razionale di garanzia, esegue un automatismo normalizzatore volto unicamente a contenere la devianza del corpo impertinente del burattino. Tuttavia, la successiva e paradossale svolta sanzionatoria – in cui l’umore volubile e irrazionale della piazza distorce l’atto del potere coercitivo fino all’assurdo («[…] tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto […]»)- formalizza la totale resa del diritto positivo all’arbitrio empirico, alla pressione demagogica e al populismo di strada. L’atto linguistico dell’autorità perde la sua valenza regolativa e si riduce a mero veicolo di sopraffazione consensuale. Sul piano delle neuroscienze cognitive e della moral cognition, l’esecutore dell’ordine istituzionale si presenta del tutto privo di empatia, teoria della mente e flessibilità decisionale: agisce tramite pattern comportamentali rigidi che disattivano i circuiti di valutazione etica e di elaborazione complessa dell’errore. Questa totale meccanizzazione psicologica e fisiologica trova la sua massima icona allegorica nella figura del gendarme di legno («[…] “Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia… Olà, giandarmi!” […]»). Il burocrate di legno è un mero esecutore iper-regolamentato, privo di agency morale e ridotto a un mero circuito input-output funzionale, strutturalmente incapace di scorgere l’ingiustizia dell’atto che sta compiendo o la sofferenza del soggetto passivo dell’azione penale. L’assenza di riflessività cognitive trasforma l’agente di polizia in un mero ingranaggio protesico di una volontà sovrana arbitraria e despota. In una prospettiva sociologica e di politologia dell’arte, il testo mappa con crudo e disincantato realismo il fallimento dell’illusione sovranista e hobbesiana: il Leviatano collodiano non protegge affatto i cittadini dal bellum omnium contra omnes, diviene esso stesso la fonte primaria di vulnerabilità, insicurezza e sopraffazione istituzionalizzata. Ciò emerge con vivida forza drammatica nell’episodio del magistrato-scimmione della città di Acchiappacitulli («Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla»), dove la veste istituzionale e la solennità del tribunale si trasformano in una grottesca e inquietante caricatura dell’equità, e la condanna penalizzante colpisce inesorabilmente e paradossalmente la vittima del reato potenziale piuttosto che i suoi reali carnefici.

L’inversione della logica del torto e della ragione rivela come la struttura del potere politico-giuridico sia orientata alla sola autoconservazione e al mantenimento degli equilibri sistemici, a prescindere dalla verità fattuale. Mettendo il testo in serrato e fertile dialogo con il dibattito filosofico-politico contemporaneo, la parabola di Pinocchio anticipa con straordinaria ed eccezionale prescienza le riflessioni ius-filosofiche e politologiche di Roberto Esposito (Istituzione, 2021) e Pierre Rosanvallon (Le Siècle du populisme, 2020) sul declino della legittimazione delle istituzioni moderne e sulle sue inevitabili derive autoritarie e demagogiche. Allo stesso tempo, il racconto si sintonizza profondamente con le critiche di Luigi Ferrajoli (La costruzione della democrazia, 2021) sulla scissione tra garanzia costituzionale e mera forma legale, con la visione etica di Ronald Dworkin (Justice for Hedgehogs, 2011) sulla necessità inderogabile di fondare la legge sui diritti individuali e sull’eguale rispetto, e con la prospettiva di Mireille Delmas-Marty (Aux quatre vents du monde, 2016) sui pericoli endemici dell’arbitrio punitivo e della disarticolazione dello Stato di diritto. Nel tessuto narrativo di Collodi, le dinamiche della giustizia vengono stravolte e smascherate nella loro natura di costrutti ideologici. L’inversione sistematica dei ruoli tradizionali tra vittima e colpevole rivela una sfiducia profonda e radicale verso le strutture statali dell’Italia post-unitaria e verso la reale capacità della legge scritta di farsi effettivo strumento di protezione sociale e di promozione umana. Il sistema giudiziario non appare affatto come una guida razionale verso la civiltà, è come un ingranaggio opaco, violento e cieco che stritola chi si trova privo di difese, di capitale sociale e di strumenti di potere. Attraverso l’uso sapiente della parodia, dell’assurdo e del paradosso, l’opera svela le contraddizioni strutturali dell’apparato statale, proponendo una riflessione critico-analitica che supera ampiamente il contesto storico dell’Ottocento per parlare direttamente alle aporie della modernità giuridica contemporanea. In ultima analisi, la favola collodiana si attesta come un lucido trattato sulla patologia della norma, in cui la pretesa di ordinare il mondo e la condotta umana scivola nell’irrazionalità repressiva. L’incapacità dell’ordinamento di cogliere la complessità e la fragilità dell’esistente porta all’alienazione della norma stessa: essa non guida più la condotta etica, ma esige soltanto la sottomissione meccanica al potere stabilito. Il cammino del burattino diventa l’odissea di un soggetto non normalizzato che tenta di muoversi all’interno di una rete imperfetta di leggi, in cui ogni tentativo di cercare tutela o comprensione si scontra contro il muro sordo dell’autorità burocratizzata e inflessibile. Nel mondo di Pinocchio le forze dell’ordine e i giudici non difendono i deboli: finiscono per punire gli innocenti e premiare i furbi. Quando la legge viene applicata alla lettera senza comprendere la realtà o senza porsi domande morali, smette di cercare la giustizia vera e si trasforma in una macchina ingiusta che protegge solo se stessa.

Ivan Pozzoni