Le signore dei giochi

Capricorno Edizioni, 2024 

Piemonte in Noir, La Stampa

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In una piovosa notte di giugno, lungo un sentiero in un bosco delle valli di Lanzo, Greta Pietropaoli corre a perdifiato. Ferita al ventre, è inseguita da qualcuno che vuole ucciderla. Due settimane prima, la vita di tre eccentriche signore torinesi, sensitive dedite alle pratiche extrasensoriali, note al pubblico di affezionati clienti con il nome di ziette, viene sconvolta dall’entrata in scena di un documento del 1995. Da quel momento, il nome di Eva Amariei sarà il filo rosso sangue che attraversa le vicende del romanzo, andando a narrare il mistero della scomparsa di una clochard all’ottavo mese di gravidanza. A chi potrebbe interessare, quasi trent’anni dopo, svelare o nascondere il destino di una donna «invisibile»? Che rapporto hanno con la maternità le protagoniste femminili, quando c’è chi ha perduto un figlio, chi non ha alcuna intenzione di generare, chi farebbe qualsiasi cosa per potersi dire madre, chi sta per partorire? Le tre ziette, la tarologa Viviana e la stessa Greta saranno inesorabilmente coinvolte in strani, crudeli accadimenti.

La trama che vi offro è un tessuto di fili cangianti per un’opera che intreccia voci femminili di tutte le età, narrazione che lega e che taglia, che genera, abortisce e figlia. Ho pensato, immaginato e scritto questo libro in nove mesi, creatura di carta e inchiostro.

«Correre senza voltarsi indietro. Correre nonostante il dolore era l’impresa più ardua che avesse mai compiuto. Ogni movimento accendeva nel ventre una serie di fitte così acute da percepire il riverbero dentro le ossa, lungo le pieghe del cervello che sembrava tentasse di scappare dal cranio e pulsava e batteva contro la fronte come un lupo rabbioso in una gabbia.

Solo un paio di passi, dopo di che l’ombra assassina l’avrebbe raggiunta, penetrando nella pelle con lame scintillanti al posto delle dita. Augurò a se stessa una fine rapida, simile a quella che la volpe regala alla lepre azzannata alla gola, tremante tra le fauci del predatore.

Eppure, lo spirito indomito che da sempre la caratterizzava spinse Greta a dar fondo alle ultime energie per distanziare il demone inseguitore. Non ebbe il tempo di felicitarsi del risultato, poiché cadde con un tonfo sul terreno già intriso della pioggia che aveva cominciato a cadere copiosa. E il mondo si fece tenebra.»

Ancora una volta, dopo Il corpo crudo (Capricorno Edizioni, 2023), è Greta Pietropaoli a prendere in mano il capo del filo per condurre lettori e lettrici nel labirinto buio. Greta è leonessa cinquantenne, fiera felina e occhio di falco. Greta è irriverente, come tutte le donne che dopo la mezza età se ne infischiano del giudizio maligno degli altri. Greta ha tempo da perdere, in quanto ereditiera, beata lei. 

«Come di consueto, le tre ziette si erano date appuntamento a casa della baronessa Maria Teresa Falleri per un dopocena dedicato agli esercizi, un’attività corale che seguiva il ritmo delle fasi lunari. Sedute davanti al bovindo, avevano chiuso gli occhi. Respirando all’unisono, si erano immerse nel limbo della meditazione profonda. Sarebbero rimaste lì, concentrate e operative, fino allo scoccare della mezzanotte, a perfetta distanza l’una dall’altra intorno al tavolo rotondo, sospese in attesa di un’immagine da captare, di una voce da ascoltare, intenzionate ad affinare con la regolarità della pratica le reciproche capacità percettive. Perché solo la conoscenza dei nostri umani limiti ci porta a superare gli stessi era, di fatto, il motto di Maria Teresa. 

Il ripiano in noce levigato, sapientemente inciso a caratteri Schwabacher con le lettere della tavola nota come ouija, era il loro perno. La nobildonna aveva commissionato l’alfabeto utile a comunicare con gli spiriti a un artigiano di Lanzo per una cifra miserrima. Era l’asse del mondo, il punto focale, il fulcro energetico del trio, quel tavolino. 

Pur non condividendo le medesime opinioni circa la maggior parte delle pratiche svolte in comune, per non parlare dell’argomento “modalità di utilizzo delle arti che definiscono l’identità medianica di ognuna”, nonché ambendo a primeggiare individualmente persino di fronte all’evidente necessità di cooperare, in un momento ritualistico o nella composizione di un talismano, toccando l’apice del dissenso stizzito rispetto alle pratiche di scrittura automatica e nei confronti della esatta collocazione gerarchica di alcune entità dal nome difficile da pronunciare, in quanto al mobile, invece, le ziette erano tutte concordi. 

Il tavolo proveniva dalla villa dei Falleri, costruita sul finire dell’Ottocento in un bosco di castagni a Viù, nelle valli di Lanzo, ed era passato di mano in mano senza ricevere mai, nel transito generazionale, troppe attenzioni – le giuste attenzioni – fin quando non se n’era fatta carico la stessa Maria Teresa, giudicandolo un notevole focalizzatore, se non il migliore in assoluto.»

Le tre anziane signore, una e trina, volti di luna, sono facce luminose e al contempo oscure della stessa Grande Madre, ma è Maria Teresa Falleri a tenere alta la penna magica, l’oracolo in nero su bianco, la relazione possibile con l’oltre, l’al di là rispetto al qui e ora, lo sguardo che supera la soglia del noto.

«Maria Teresa posò la penna e scosse la testa. Queste immagini che stavano arrivando, emergendo dal nulla, che senso avevano? Chi erano queste persone che prendevano vita con la psicoscrittura?

Mi hanno colpita alla schiena per poi bloccarmi perché non cadessi rischiando di fare del male al bambino. A quel punto, furbescamente, la matta è corsa giù, è uscita ridendo e gracchiando. Ha richiamato ad alta voce il grasso caprone, fingendo di voler giocare con l’animale. Sì, perché se nelle proprietà vicine ci sono cani di ogni razza a scorrazzare abbaiando, qui il ruolo del guardiano è affidato a una bestia cornuta. Lei si è messa a lanciare gridolini del tipo: «Tu, vieni qui subito!» così da confondere lo sconosciuto, il quale si è messo a ridere e l’ha salutata con accento straniero – credo fosse inglese – intavolando una conversazione. A quel punto, mentre il caprone divorava i fiori, masticando le rose e saltellando qua e là, la mia aguzzina ha indirizzato lo sportivo verso un certo sentiero, e bla, bla, bla, lo ha salutato con cortesia.»

E ancora:

«Redigere le memorie degli spettri al lume di candela: quale gotica meraviglia! Un’abitudine che aveva ereditato da Nora Wagner, tanto che definiva la scrittura a mano nipote di mia madre e per me, la prima figlia.

E chi se la permette più oggigiorno questa pratica delle parole occulte che cercano casa a tentoni sopra un foglio di carta, affluendo lente e poi via via sempre più debordanti, affannate e feroci, fuoriuscendo dal buio nulla? 

Chi se la concede una relazione con la penna a sfera che scivola lesta lungo le righe, e mira oltre, al di là dei margini, nella dettatura rapida, con la mano che fatica nel tener testa alla voce dell’inconscio quando corre automatica, più veloce del pensiero?»

La zietta Maria Teresa, tra l’altro, è colei che cuce e ricama il Grimorio condiviso dal trio, dove poesie oracolari, formule magiche e ricette trovano casa.

«Con tutti questi nuovi gingilli da digitare»

borbottò Maria Teresa

«la psicoscrittura non è che un vezzo, una snobberia per pochi vegliardi malinconici, amanti di una certa atmosfera fané. Proprio come me, decretò, mentre andava a rileggere il brano più e più volte, tendendo i muscoli per stiracchiare il braccio sinistro anchilosato. 

Sospirando, cercò di farsi forza per continuare. Voleva arrivare fino in fondo, desiderava descrivere ogni dettaglio della scena ma aveva paura di ciò che avrebbe potuto scoprire.»

E quel che avrebbe potuto scoprire io lo lascio svelare a voi, proponendovi il romanzo che, tra i tre figli cartacei già partoriti, mi ha coinvolta di più. 

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Dicono del libro:

«Fra esoterismo e mito, un noir senza tempo che si tinge di sfumature horror. Tra Jung e Hitchcock, Dario Argento e Fruttero&Lucentini. Originale, incalzante, crudele.»

Le signore dei giochi di Valeria Bianchi Mian – Capricorno edizioni (edizionidelcapricorno.it)