Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Matteo Maragna

Gli aborti, i fallimenti

Dissero che l’arte era allora
come la religione da ognuno vissuta.
C’era chi professava la morte di Dio,
chi, impunito, lo cercava in antiche formule,
culti dimenticati, pateticamente riproposti;
altri si attenevano ai crismi
della forma/canone o dei nuovi concili.
E poi chi viveva del personale compromesso
confortato dal Vuoto, dal nulla che è tutto.
Dissero che l’arte era qualcosa di consunto
perché a furia di ricercare si era persa la sua essenza;
ed erano quelli che per anni, rivoluzionando su stessi
ebbero la nausea per la forma. O il mal di testa.
Molti seguitavano a dire che non producevano
perché non aveva più senso,
altri diedero colpa all’intelligenza artificiale
“i robot” affermavano “lo fanno meglio”:
ed io vedevo certi frustrati inventarsi
ruoli e nuove parti, perché avevano una laurea,
ed era giusto non sciuparla, non rassegnarsi.
Perché è ignobile andare a lavorare
non avendo altre aspirazioni. E vivere come automi.
Infine qualcuno disse che l’arte era viva,
che quel nichilismo ci avrebbe portato alla rovina,
e quindi giù con mistiche citazioni,
filosofiche e profonde conclusioni…
Ma erano loro quelli morti, sepolti
nelle loro psicosi, ossessioni da necrofili.
Erano quelli che tiravano a campare,
che vergavano un poema soltanto per scopare.
Gli ultimi, sostenendo che tutto cedeva
perché non eravamo più capaci di fare niente,
compresero che erano gli stessi “mai stati capaci”,
pur essendoselo tenuto nascosto per anni.
Così dissero, dicono e diranno tante cose:
eppure io da sempre mi sono visto
come colui che da incapace vuole scrivere
giacché inadeguato a vivere.

(Inedito)

*

Per chi, come me, a lungo l’ha bramata
quando la barba era rada sul volto,
la Morte serba giovinezza prolungata,
o ne crea in fattezze l’illusione;
questa mia vita, come un’alba rallentata,
impunemente nasconde il suo tramonto.

*

Per molti anni non ho visto il mare,
i miei naufragi tornavano tra i sassi,
approdi brevi, pesanti come massi,
dove altri amori solevano giocare;
tredici notti, così certo di annegare,
che sulla terra già sfiorivano i respiri.
E i naviganti scorgevano in burrasche
soltanto un uomo intento a salutare.

Matteo Maragna (Ivrea, 1987), diplomato geometra, vive a Cuorgnè, in provincia di Torino. Attivo nei poetry slam, ha fatto parte del movimento M.E.P. (Movimento per l’emancipazione della Poesia). Ha esordito in poesia con Omero non guardarci così (Aletti Editore, 2019) ed ha recentemente pubblicato L’Arco e la Lucerna (Aurora Boreale, 2022).

Matteo Maragna è un giovane poeta che si pone scientemente il problema della ricerca di linee espressive che non rinuncino all’utilizzo di forme metriche tradizionali. L’esigenza ritmica, nelle sue intenzioni, non cade mai nel retrivo e nell’ovvio: in effetti, l’andamento fluido e avvolgente dei versi assume la grazia e la compostezza tipiche di chi sa maneggiare la materia senza precludersi l’uso di immagini anch’esse tratte dal vasto campionario del lirismo, eppure vive, pulsanti di una freschezza rinnovata, come accade morbidamente nella seconda e nella terza poesia qui pubblicate, tratte dalla sua ultima silloge L’arco e la lucerna. Tuttavia, in particolare il primo testo colpisce per l’introduzione di un argomento civile, quasi pasoliniano: l’autoriflessione del poeta circa le movenze e l’atteggiarsi del poetare stesso. In questo contesto significante, che avrebbe potuto slanciarsi persino in direzione di una satira sottile ma magari più scontata, al contrario, la consistenza quasi tattile della presa di coscienza delle pose e degli inganni vigenti nell’odierno ambiente poetico, panorama dell’aspirazione narcisistica, del grottesco e ridicolo darsi un tono, assumono una densità e una profondità davvero notevoli. Una sottile delusione sembra scorrere sotterranea nell’atmosfera del componimento, quasi a rimarcare la propria identitaria attribuzione di sincerità appassionata e irriducibile. E tuttavia, per la gentilezza e la nudità di sguardo e di disamina che ne traspare, giunti alla fine della lettura, Maragna ci convince che ha ancora un senso scrivere, proprio per farci, ancora e sempre, capaci di vivere.