A tentoni nel buio di Paolo Polvani |Sono una voce che sorge da questa distruzione (Note di lettura a LA ROSA DI GAZA, a cura di Alessandro Cannavale, Luca Crastolla, Lucia Cupertino, Les Flaneurs edizioni, 2026)

Dieci poetesse palestinesi ci raccontano la vita quotidiana a Gaza nel tempo del genocidio. Il primo aspetto che mi colpisce è la perfetta concordanza delle autrici sul ruolo della poesia: non luogo di evasione e di consolazione, ma luogo di cura, e soprattutto luogo di progettazione, l’immaginazione come base di partenza per un progetto di normalità. Scrive per esempio Nima Hasan: “Persevero nel documentare la tragedia quotidiana del mio popolo adoperando la poesia. in questo modo ribadisco il nostro attaccamento alla vita di fronte al genocidio”.
E Ruba al-Sharif ribadisce: “Scrivo sperando che un mio verso possa toccare qualcuno, scuotere la sua coscienza. Scrivo per mantenere in vita coloro che non ci sono più”. E ancora Shuruq Dughmush: “Sono una voce che sorge da questa distruzione. Scrivo in mezzo alla guerra toccandomi, incredula, mani e cuore, visto che ci sono ancora. Scrivo e fuggo dalla morte. Tremando sotto i bombardamenti, piangendo davanti ai resti dei bambini”. E ancora Dunya al-Amal Ismail: “La poesia non è soltanto parola: è l’altra riva della vita che noi palestinesi abbiamo perduto. Per noi la poesia non è un lusso, bensì una delle battaglie per l’esistenza e la sopravvivenza”. E più avanti: “La poesia è il mio bastone, a cui sostenermi ogni qualvolta si abbassa il livello della speranza”.
Roberto De Vogli, nel capitolo che contiene le riflessioni finali che accompagnano il libro, dal titolo “La poesia ai tempi del genocidio, Gaza e l’Occidente”, afferma: “Ed è proprio in questo scenario traumatico, catastrofico e persino distopico che la poesia diventa un mezzo per opporsi alla crisi umanitaria di Gaza e alla crisi di umanità dell’Occidente”.
Ricordo il bellissimo libro “Portarsi in salvo”, di Vito Calabrese, psicoterapeuta. Il libro era nato da una tragedia familiare, l’assassinio della compagna, psichiatra, da parte di un paziente. L’autore s’interrogava: Dove abita il dolore? Non esiste un luogo preciso, allora scrivere, mettere la sofferenza dentro un inchiostro, dentro una pagina bianca, significa offrirgli un luogo, tirarlo fuori e guardarlo. In questo modo il dolore si alleggerisce, ci alleggerisce.
Per questo Samar al-Ghussein dichiara: “Ho diciannove anni, vivo a Nuseirat e qui scrivo. Quando una donna perde il suo amante, scrivo; quando una madre perde suo figlio, scrivo; quando perdo me stessa, scrivo”.
E Marah al-Khatib afferma: “Scrivere non è solo descrivere la sofferenza, ma un ponte possibile verso altri mondi di amore, gioia e rinascita”.
Lucia Cupertino, che insieme a Alessandro Cannavale e Luca Crastolla, ha curato la raccolta, in una delle note introduttive scrive: “Oltre ad accogliere testi di stampo civile e impegnato, l’antologia trasuda voglia di vivere, di riavere indietro il tempo rubato, di godersi la quotidianità, la leggerezza, l’ironia, l’intimità, financo la sensualità”.
O mio tutto,
perché non sei mio?
Io sono qui,
aspetto la tua lunga ombra
aggrappata a te fino al paradiso.
(Marah Al-Khatib)

foto di Samar Abu Elouf
Un’altra caratteristica che accomuna le poetesse presenti è il radicamento attivo nella società: chi è assistente sociale, chi è stata un’atleta brillante, una calciatrice alla quale hanno rubato gli stadi, le risate e molti amici; chi si è laureata in letteratura e lingua araba, chi traduttrice, chi vorrebbe studiare regia cinematografica, e chi, già laureata in lingua inglese, è iscritta a un corso di infermieristica.
La guerra è sempre in primo piano o talvolta solo rumore di fondo, ma il desiderio di vivere affiora prepotente dalle rovine di Gaza; qualcuna ha scritto che i primi a morire sono i sogni, e tuttavia esistono aspirazioni, sentimenti, passioni, che neanche la guerra, la distruzione, il genocidio, riescono a tacitare:
Voglio essere tra le braccia dell’amato,
far cadere le vesti e restare nuda,
travolta da onde di turbamento e incertezza.
(Marah Al-Khatib)
Sale dai versi un’onda altissima di umanità, di solidarietà, di comunione, che oscura e annienta i pregiudizi, le ostilità, le lacerazioni che caratterizzano la nostra società. Chi non ha rabbrividito davanti alle aberranti affermazioni di alcuni politici, che di fronte all’uccisione di bambini tentavano di minimizzare affermando che si trattava di figli di terroristi e destinati a diventare terroristi?. Non solo Gaza è ferita, anche la nostra società è lacerata.
In una delle riflessioni che chiudono l’antologia, dal titolo La poesia ai tempi del genocidio, Gaza e l’Occidente, Roberto De Vogli scrive:
“Mentre gran parte dei leader politici occidentali, dei principali mezzi di informazione e degli intellettuali più influenti ha scelto di ignorare le sofferenze del popolo palestinese, altri hanno preso posizione. Hanno sfidato gli orrori di Gaza con proteste, digiuni, scioperi, boicottaggi, articoli, messaggi, video, petizioni e manifestazioni, facendo sentire la propria voce. Alcuni hanno pagato a caro prezzo la loro solidarietà, venendo arrestati”.
Questa antologia è dunque un documento importante, una testimonianza della ferita profonda che ha interessato e ancora interessa il mondo intero, una ferita aperta nel corpo del mondo, che ha creato uno spartiacque dolorosissimo tra chi ha perso ogni barlume di umanità e chi cerca invece di conservarla.
Ancora Roberto De Vogli, a proposito dell’Occidente, ci offre questa riflessione amara: “Il genocidio di Gaza ha rivelato una società occidentale con evidenti doppi standard, incapace di rispettare i valori di democrazia e diritti umani a cui dice di ispirarsi. Attraverso la sua complicità e partecipazione attiva al genocidio, la coscienza dell’Occidente si è macchiata indelebilmente del sangue di Gaza. Le vite innocenti di civili, donne e bambini, uccisi, affamati e sepolti sotto le macerie, hanno rivelato la corruzione morale e l’identità in rovina dell’Occidente”.
L’attenzione rivolta alla tragedia di Gaza è anche il tentativo coraggioso di far sentire il popolo palestinese meno solo. Scrive una delle poetesse antologizzate, Fedaa Zeyad: “Attualmente sto documentando le voci delle donne che hanno subito una perdita importante in famiglia a causa dell’occupazione. L’idea è che la narrazione rappresenti un fondamentale supporto psicologico”.

foto di Samar Abu Elouf
NIMA HASAN
Diventerò ricca
e confesserò al mondo di aver rubato
l’idea di patria
a un panettiere
e a un uomo che rollava sigarette
con foglie di giornale
invocando
libertà.
Costruirò un grande tavolo,
vi poserò i libri di storia e di politica,
imbottiglierò le mie poesie
in caraffe di vino vuote
e le venderò
a un mendicante,
con il ricavato curerò
la piaga della povertà,
il riscaldamento globale
e il bracconaggio.
Questa città crolla,
fragorosa, dentro di me.
Come ultimo brindisi,
vorrei leggere poesia
sotto gli edifici
distrutti,
o dar vita a una rivoluzione
guidata dai reietti
di questo Paese.
° ° ° ° °
SHURUQ DUGHMUSH
Ai vasi di rose sul mio balcone bastava
una sola mano per spingerli indietro
e ai miei vestiti, al mio letto e ai miei libri,
due mani per accendere un fiammifero.
Per cancellarmi bastavano
dita violente che strappassero tutti i miei scritti
e le mie foto con gli amici
e i martiri.
Al mio cuore bastava
un solo dito
e un solo proiettile,
allora perché tutte queste bombe
e tutte queste schegge?
° ° ° ° °

DUNYA AL-AMAL ISMAIL
Avessi scelta
nasconderei i miei anni stanchi in un armadio segreto
non raggiungibile dagli aerei da guerra
e raccoglierei la mia anima in un cesto di rose.
Avessi scelta
rammenderei il cappotto della nostalgia
e ricamerei lune di speranza per due innamorati
che rubano un bacio tra un bombardamento, una tregua
e un fugace attimo d’amore.
° ° ° ° °
Crimine
Ci ha sfiniti questa guerra
ha disperso i nostri sogni
esaurito il fango sulla terra
intristito così tanto gli ulivi
e fatto piangere i gigli
sulla riva del mare.
° ° ° ° °
Sognava
Sognava di vivere.
Questa la colpa del piccolo
quando i frammenti hanno ridotto
il cuore di sua madre
in mille pezzi.

foto di Samar Abu Elouf
° ° ° ° °
FEDAA ZEYAD
Vieni o patria
Vieni, o patria.
Penso alla forma dell’ultima canzone
che canterai quando tutto questo finirà,
quando non resterà nelle gole che eco,
e negli occhi solo mappe screpolate
su un tessuto di nostalgia.
Vieni,
avvicinati di più
scopri il tuo petto
perché sveli la traccia della tua mappa.
Un bambino affamato
ha succhiato dal tuo petto
ha lasciato la sua bocca sulla tua pelle,
e la tua ferita è diventata
la forma della tua mappa.
La vedi la traccia?
Il sangue ha disegnato i tuoi confini,
il respiro dei fuggiaschi,
l’attesa di un popolo
è ciò che resta della geografia.
Non c’è mappa per te
se non questa bruciatura sul tuo fianco,
e questo nero che ha segnato la tua fronte
quando per un istante hai chiuso gli occhi su di noi.
Vieni,
non siamo forse noi
quelli che ti hanno tessuto una camicia di pazienza?
Quelli che hanno applaudito alla morte mentre ti attraversava?
Quelli che hanno pianto e poi cantato
perché il pianto da solo non basta?
Vieni,
abbiamo cambiato i nostri abiti,
e abbiamo peccato,
perché abbiamo creduto nel dolore
e ci abbiamo giocato come bambini
che si divertono col fuoco.
Vieni, o patria,
siamo forse noi,
quelli che hanno nascosto i loro nomi nei tuoi pori?
solo un’ombra sbiadita sulla tua pelle stanca?
Ti sei dimenticata di noi,
noi che abbiamo lavato la tua ferita con il richiamo?
Applaudi ai bambini,
dì loro di smettere di piangere,
racconta loro
che il loro pianto non è il tuo inno eterno.
Hanno nostalgia della danza,
li vedi?
Corrono dietro all’acqua,
sfiorano le onde a piedi nudi,
sorridono alla pioggia
come a un antico appuntamento con la vita.
Credi che sia la sete
ad averli spinti verso la fila?
Volevano solo ingannarti con un gioco,
volevano danzare con l’acqua
per un istante!
Sono astuti, quei bambini,
nascondono la fame in un sorriso,
e fuggono da te dentro una storia,
poi ritornano
a disegnare sulla tua schiena
la traccia di una bocca,
la traccia di un canto,
la traccia di una patria
che avrebbe potuto essere.
Non credere alla loro morte,
né ai cartografi,
perché la tua mappa ora
è la traccia di una ferita, di una voce soffocata,
e uno scialle di veli di donne
che ti hanno attesa
sulla soglia del richiamo.
Vieni,
e canta una canzone
che riporti l’acqua alle nostre labbra.
Scegli per noi una scena diversa da questa,
e canta
noi danzeremo,
con un abito diverso da questo, ormai logoro, sporco.
Non crederci,
quando diciamo di saper giocare con il dolore.
1 agosto 2025
° ° ° ° °
Ruba Al-Sharif
Tu sei la patria
Ombra di palme nella morsa della tempesta,
tatuaggio di luce nelle notti di chi ritorna,
colei sulle cui spalle la notte ha trovato riposo, madre mia,
mentre, esposte, erano le nostre ferite ai passanti, silenziosamente.
Le mie scuse sono una tenda disfatta
che trema nel vento del dolore, la diaspora
è mia madre. Le mie scuse sono sufficienti? E io
nascondo nella mia mano ciò che della vita è disperso.
Di noi non resta che un fantasma in fuga
che si propaga in lontananza come fosse un grido,
come se fossimo divenuti nubi sulle macerie delle case,
come se venissimo cancellati e riscritti nell’assenza.
Ho nostalgia, non di qualcosa di preciso,
ma di quel pane che assomigliava al tuo tiepido cuore,
di una risata che attraversava gli angoli di casa
quando la casa era casa,
quando il tuo volto era per il giorno nicchia e lanterna
e le porte delle case non riposavano ancora sulle macerie.
Non chiedermi delle mie mani perché queste
applaudono l’impotenza che è dentro di me
e accarezzano le anime nella mia tomba, e piangono
ogni volta che le ombre di chi muore passano davanti alla mia finestra.

foto di Samar Abu Elouf
Le autrici:
Nima Hasan, Ruba al Sharif, Shuruq Dughmush, Dunya al-Amal Ismail, Samar al-Ghussein, Marah al-Khatib, Du’a Said, Raghad al-Naami, Nahar Hussein, Fedaa Zeyad.
Edizione con testo a fronte in arabo a cura di Sana Darghmouni e Simone Sibilio.
Illustrazioni di Fabiana Renzo.




















23/02/2026 alle 19:52
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