Canti dell’esilio
di Virginia Farina e Federico Pesci
ed. Terre di Ulivi 2025
(note di lettura di Luigi Paraboschi)
 
Canti dell’esilio è certamente un libro di poesia di alto livello, come ci si può aspettare da Farina e Pesci, autori già affermati e con un importante back ground culturale, che si apre sopra gli aspetti più attuali dei conflitti sociali del nostro tempo, una testimonianza molto intima di due anime identificabili come “ tipiche “ e battezzate con i nomi dei progenitori nel Vecchio Testamento, cioè EVA e ADAMO.
Essi fanno dell’intera umanità, la loro storia di singoli individui, che già dall’esergo ripreso da Seneca “entro i confini del mondo non vi può essere esilio: nulla, infatti che si trovi in questo mondo è estraneo all’uomo “ ci forniscono la loro dichiarazione di intenti, riaffermando qualcosa che molto spesso gli intellettuali dei nostri giorni tendono a passare sotto silenzio : farsi carico dei dolori del mondo attuale devastato da guerre e violente.
Già nella Dedica di pag.5 leggiamo i versi che qui stralcio:
 l’esperienza dell’esilio è  di  tutta la nostra specie……sarà nell’andare senza pace…..
 
dispersi come cenere senza nome….
 
…..dalla nostra mai sufficiente abbondanza
 
……. i loro volti sfocano non sono che ombre nel deserto-
 
… vedere non è possibile senza che un vuoto si apra dentro di noi senza che si specchi il cerchio invisibile
del nostro rifugio
 
…..questi canti sono l’esercizio della nostra umanità.
 
Perché il dolore dell’altro non ci sia straniero.
Perché nessuno sarà salvo se non lo saremo insieme ci sono uomini e donne che sono fuggiti , che son dovuti partire senza volerlo.
 
Gli autori contraddicono quello che Cesare Pavese affermava prima di togliersi la vita “ chi non si salva da sé non lo salva nessuno “ ma queste erano parole di un artista che portava dentro di sé la disperazione esistenziale, essi dichiarano con vigore la loro interpretazioni dei fatti della storia
Perché siamo tutti gocce nella corrente, e non può esserci esilio in Terra se ogni vita, piccola e grande, ci riguarda.
Il viaggio collettivo nella storia a pag.9
 
Il Coro come fa il narratore nelle tragedie greche canta qualche verso della serenità dei popoli prima che gli avvenimenti lo travolgano. La stagione esordisce lasciando nel lettore un sapore di serena interiorità e
pace
… nessuno cercava ancora / il costo del grano
L’inverno pareva lontano/ e nel pane buono sulla tavola piena/
 
A Eva tocca l’esordio e parla a pag.14 dell’avventura dentro la quale i due, consci del fatto di essere insieme, iniziano il viaggio … quando in te mi incontro/ e due non siamo più soltanto/due //
 
Le fa eco Adamo il quale ribadisce l’importanza di essere in due ad affrontare i rischi del viaggio e dice :
“due è un’idea………che cerca sé stessa…./ due è il dondolio/ di una pagina appena sfogliata/ …due è un sovrapporsi/ di strappi di luce/e di buio, il farsi e disfarsi/della bruma e della luce/le nostre notti a confondersi/ nei giorni, a
immaginarsi loro foce/ due//
 
Ma Eva consapevole dell’importanza del cibo, e specificatamente del pane, a pag.23 compie una inversione stilistica quando scrive come in gioco di parole “Ci insegnarono a dire bene il pane “, anziché dire “a benedire“ dal Nuovo Testamento, e ancora aggiunge : e andiamo dietro alle briciole/ immaginando un luogo/ da richiamare ancora casa.
 
Ma non della sola mancanza di pane soffrono gli esiliati del mondo, pure l’acqua indispensabile alla vita per mille ragioni è poca. Scrive Adamo a pag. 24:  “eppure è un approdo : l’acqua promessa da un mozzicone di tubo/ alle
stremate lusinghe/ di un cammino nascosto alle tradotte e aggiunge Eva:
sono le radici a trattenere l’acqua/ quando la terra ha sete/……ma poco o nulla trattengono i nostri piedi-……………..
le mani non bastano a fare scorte di pioggia/ la nostra sete è nomadia del cercare/………quando si placherà la fame/
di chi ha lo stomaco pieno/ e ancora insaziato continua a mangiare. / C’è la solitudine ad accompagnare questi popoli migranti, la solitudine che assale chi è lontano da casa, di chi non sa dove distendere il corpo affaticato,
chi è completamente sradicato dalle abitudini degli affetti e ciò fa dire ad Adamo disperato a pag.26 : ti cerco, appoggiata alla ringhiera/ barcollante di un ponte/ di confine/ nella tua preghiera/ che si allunga sulla linea del fronte e oltrepassa la brughiera// dove i piedi inciampano / nelle radici e nelle fessure/ di un fango antico, che ancora chiedono da bere// Ora le poesie affrontano doloranti un altro aspetto dei poveri della terra., coloro che  sono stati
sradicati a viva forza dalle proprie case, dai campi sequestrati dai coloni, costretti a diventare nomadi pure se sul proprio territorio .
Scrive Eva a pag. 29 “Vennero alla porta ed erano soldati” e noi con la memoria pensiamo immediatamente a quei soldati tedeschi che passarono casa per casa alla ricerca di ebrei nel ‘43 per deportarli nei campi di concentramento. Poi aggiunge “Vennero alla porta. Ed erano ruspe/ la nostra terra all’improvviso era d’intralcio “…

…….e ancora “Vennero alla porta ed erano i vicini/ venuti a cancellare il nostro nome-……….” vennero alla porta ed

era la fame -”
Ma la speranza deve sopravvivere, l’amore deve rinascere nei passi di Eva che invoca nella disperazione a pag.40 :……. Vieni,qui dove non ho paura del soldato che arriva/perché già infinite volte mi ha seppellita/vieni, qui dove posso
fermarmi e guardare la bomba /che esplode/ fino a farmi cadere in frantumi/ ed ecco la fiducia nella vita appare nei due versi finali :perché qui sai che anche se muore la parte/ non potrà mai morire l’intero//
 
Adamo raccoglie la voce implorante della sua metà e a pag. 42 risponde “Vieni, c’è ancora strada da fare/ avrò bisogno di te, per non inciampare “.  Quanta fragilità è racchiusa in quel “per non inciampare “ ! Due esseri umani
provati dal freddo, vinti dalla fame e dalla sete, violentati e privati del loro diritto di essere umani che cercano di aiutarsi l’un l’altra per rimettersi in piedi e sopravvivere al Male che devasta il mondo intero.
 
Eva risponde così a pag,43: Ho lasciato miei capelli nel bosco / ai fili dei ragni che continueranno oltre di me la loro antica tessitura/………- agli alberi ho lasciato le mie mani/ perché si raccolgano più fitti/ tutto intorno alle chiome/……..
“il mio ventre l’ho deposto nel prato/ perché sia gravido si steli/……………e il viaggio si fa lieve come il passo dei morti/che come polvere danzano la sera/ in controluce //
 
Adamo con euforia sente che il miracolo del ricongiungimento sta per succedere scrive a pag. 45 ; “Ho ritrovato i tuoi capelli/ li ho ritrovati sul fazzoletto di canapa../ , ho ritrovato le tue mani,/ le ho ritrovate nel legno degli zoccoli “… ho ripercorso tutte le volte del tuo ventre/e ho scordato il pudore del tuo seno/……e conclude con questa meraviglia
 
“Si, posso riprendere il cammino,/immaginare rallentamenti e deviazioni/trovare tra le carte da ramino/ il giallo di un mistero di limoni./……….Posso farne il seme che ricuce/ solchi e suoni / e rallenta il passo della luce//
 
Per ragioni di spazio ho dovuto riportare solo quei versi che hanno generato in me forti emozioni e commozione, ma tutta l’opera è permeata della bravura dei due autori, per cui vorrei invitare i lettori di queste mie parole a esaminare con calma e cura tutta l’opera.
 
Luigi Paraboschi
14-15 febbraio 2026