Flavio Vacchetta
“Per Aspera ad Astra”
Il Cielo Stellato edizioni, 2023
Recensione di Ivano Mugnaini

È una poesia coraggiosa, fuori dagli schemi e dai cliché, quella di Flavio Vacchetta. Non è scritta per piacere agli altri o per compiacere l’ego, ma (e non accade di frequente), è messa nero su bianco senza filtri per dare forma di parola a pensieri e stati d’animo sinceri. Le poesie di Per Aspera ad Astra contengono ciò che l’autore vuole condividere con chi lo legge, come lo condividerebbe con chi si siede accanto a lui su una panchina o sulla sedia di un bar, tra un sorriso e una riflessione profonda, sul tempo e sulla vita, sulle nuvole leggere e quelle cupe, sulle foglie che cadono, sui sorrisi che diventano pianto e lottano per tornare chiari e luminosi.
Le liriche di questo libro sono scelte con cura, ponderate per rivolgersi a tutti e a nessuno, agli amici del bar, quei pochi in grado di capire senza annegare tutto in birra, vino e banalità. Ma soprattutto Vacchetta ha scritto e scelto queste poesie per parlare, tramite i versi, a se stesso e alle persone che ha amato e ama davvero fino al punto che rivolgersi a loro equivale a dialogare con il suo vero sé, con quello che i dotti chiamerebbero forse ego, i buoni definirebbero anima, e gli altri, quelli che sanno quanto la parola sia immensa e onnicomprensiva, chiamerebbero amore.
Questo libro è lieve, in apparenza. In realtà è un resoconto accurato, dissimulato da salvifica ironia (forse per evitare lacrime e grida di rabbia). Si tratta di un libro di poesie d’amore. Nell’accezione più ampia possibile del termine, tanto grande da abbracciare rapporti interpersonali ma anche passioni, libri, osservazioni del cosmo, idee, cose affini e cose distanti rispetto al modo di vedere e di pensare dell’autore.
Il titolo è basato su una frase notissima, citata spesso come motto. È un emblema, il simbolo di una vita trascorsa lottando contro gli eventi per giungere a una meta da sempre auspicata. È un titolo ossimorico. Da un lato fa riferimento a ciò che è lontano, alieno, aggressivo, ossia i dolori, le amarezze, i lutti. Dal lato opposto, la forza, la volontà, il punto di arrivo che coincide anche con la partenza: la serenità conquistata, a dispetto di tutto, con a fianco le persone amate, ma anche le cose, le parole, le poesie, quelle lette e scritte e quelle tenute dentro negli anni, a fare forza nei momenti brutti e a dare ulteriore slancio negli attimi di gioia e di passione.
Un amore, è giusto ribadirlo, conquistato con tenacia, mai scontato, in tutte le sue forme e manifestazioni: lieve, incorporeo, religioso e spirituale, e l’amore sanguigno, carnale, tattile, avido di contatto e compenetrazione.
Si parte dal dolore. Dalla cognizione profonda del dolore. Ma lo sguardo si alza verso le stelle. Dal buio verso la luce. È questa la direzione che Vacchetta sceglie. Dichiara egli stesso in modo inequivocabile questa opzione fondamentale racchiusa, come detto, nel motto latino “Per Aspera ad Astra”. La vita è navigazione aspra e rischiosa. La stella polare è il riferimento di chi naviga, anche e soprattutto nei mari in tempesta. A livello poetico e umano (e nell’autore le due dimensioni coincidono) la scelta essenziale è quella di cercare comunque ciò che riluce. Anche come omaggio alla memoria di coloro che il destino ha strappato via, senza mai riuscire, tuttavia, a cancellarli dai luoghi preziosi del cuore e della memoria.
“Dalla terra al cielo verso l’infinito sconosciuto, si svela la sua anima di figlio, di marito, padre e nonno; in queste poesie si percepisce fortemente come siano presenti molte pagine di tristezza, di paura, di pena. Sembra quasi che il sorriso sia scomparso”, osserva Paolo Dompé nella prefazione. L’annotazione contiene valutazioni esatte e veritiere. C’è tuttavia, nella considerazione conclusiva del brano citato, il verbo “sembrare” che lascia intravedere uno sfondo più complesso e variegato.
“Figlio mio,
spirito di levante,
sei nella nube
vincitrice e libera
anima rosa
di roseto;
Non sono necessarie
parole per una malattia,
tantomeno preghiere,
solo l’aria
che respiro
mi aleggia.”
La nube è “vincitrice e libera”. Il sorriso persiste, così come il “vitalismo” che è proprio dell’autore. Si sono trasformati, consci delle ferite del tempo e del destino. Ma sono rimasti tenacemente vivi. Riprendendo la metafora del dialogo a cui si è fatto ricorso in precedenza, possiamo dire che Vacchetta racconta tramite i versi gli accadimenti di una vita e il suo sguardo sul mondo e sull’esistenza umana. Anche nella descrizione di eventi cupi e dolorosi resta la volontà di scambiare comunque un sorriso con il lettore-interlocutore. Per empatia, per istinto e desiderio di fornire un quadro completo, comprendente tutti i colori che si incontrano nel percorso attraverso i luoghi e i tempi.
“Credi tu che
davanti a Malattia,
oh mio Mattia,
i nostri occhi
siano incollati
come foglie tremanti?
O che i nostri volti
le loro carezze
si archino nel cielo?
Eppure la vita
l’ho amata e.. tanto
e.. non poco.”
Quell’eppure è un colpo di timone, un cambio di scia attuato e descritto con coraggio. Questo libro è senza dubbio originale, meritevole di attenzione. Perché si percepisce che non è stato scritto per cercare facili apprezzamenti e vanagloria fine a se stessa, ma per dare forma a tutto ciò che si conserva con cura e si dona selezionando i destinatari, in corso d’opera. Come il vino di una vita, da versare solo a chi apprezzerà, senza fretta e senza lasciare bicchieri vuoti o distrattamente gettati sul tavolo per correre altrove o vedere le notifiche di un telefonino. A loro, a questi compagni di viaggio veri o immaginari, Vacchetta sente di potere parlare di sé, rivelando le chiavi per entrare nella stanze più intime e segrete:
“Eppure sono nato
con un’ossessione
indistruttibile:
sterco-poesia.
Figlio mio
ammalato
ti capiterà di avere
batticuore
ad ore;
Hai presente
quell’enigma
destinazione eternità?
Correggilo.
Amo la parola
che resta
silenziosa
tra le unghie
un po’.
Ti lascio sola
ma coniata
a dovere.
Quel bacio in macchina
quell’universo in
una goccia di speranza.”
Sterco-poesia è una definizione che non vuole essere dissacrante. Rappresenta, piuttosto, la volontà di ricondurre tutto a una dimensione autentica, non artificiosa. L’ironia, non svilisce, non annienta. È una forma di difesa, uno schermo protettivo che consente di indirizzare lo sguardo nella ferita (lieve o profonda), nell’abisso, ma anche nel sublime, essenziale alla vita, salvifico.
Lo sguardo di Vacchetta spazia, e a tratti propone anche sprazzi di umorismo, come ad esempio, nella poesia “Lei-Lui”:
“Quel meraviglioso bacio in macchina
che nome professa?
Lei: ti amo ma è finita;
Lui: è finita ma ti amo;
chi dei due ama?
E godendo vissero
infelici ma scontenti,
forse arrabbiati,
sicuramente incazzati.”
Nel libro è presente l’ironia, in varie forme. Ironia tragica, come nel teatro greco antico, che trasmette il senso del presagio della catastrofe, oppure la descrizione di una catastrofe che ha già avuto luogo. Uno dei possibili esempi si trova nella poesia “Eppur si Covid”:
“Politici, sapienti, medici
e i cittadini
così lontani;
Sarà lieto morire
per rivivere;
Al cimitero vedo morti,
mi parlano di silenzio divino;
chiedo spiegazioni,
rientrano in tana e fanno casino”.
Ironia (dal greco εἰρωνεία, «dissimulazione») consiste nell’affermare qualcosa con lo scopo di ridicolizzare o sottolineare concetti per generare riflessioni. L’ironia implica una critica, ma si differenzia nettamente dal sarcasmo, che implica anche disprezzo. In Vacchetta c’è ironia ma con la comprensione costante ed empatica delle debolezze e delle fragilità umane.
L’ironia in questo libro è sempre un invito implicito a pensare o a cogliere elementi importanti, simbolici. L’autore, con gli stessi intenti, esercita anche l’arte preziosa dell’autoironia. L’ironia socratica piace molto a Vacchetta. Consiste nella pretesa di mostrarsi ignorante, per indicare esattamente il contrario, in fondo. La poesia “Laurea” è un esempio tra i più significativi:
“Studio per laurearmi
in “aldilà”
sottosezione “eternità”,
per un posto
trentennale che
o lo superi
o sei cadavere;
Se il Signore va in pensione
mi crea confusione
e vado nel pallone;
Cercate le vostre putride ossa
nei cieli sparsi.”
L’ironia psicologica implica un tipo di indagine sul comportamento umano, per la quale si fa riferimento a Sigmund Freud. È già in parte “auto-ironia”, nel senso che i fenomeni di cui si occupa e i problemi che pone riguardano la mente umana in generale e quindi anche la psicoanalisi.
“Come dire
che ero a casa
ma nulla,
non mi rispondeva
Di nulla
come di contadino ostile al maltempo
ché gli devasta il sognato raccolto.
La tua vita,
la vita tua?
posto nel vuoto
Qui allora
comportamento
che nuoce
Sa di fiammifero
che il cibo cuoce,
si fa per dire.
Misterioso fiume,
posso dire che
manco hai ragione,
Sei immenso
amaro, umano
sei finto
finito, sfinito;
Il freddo per te,
un souvenir
chiaro ed incolto.”
In letteratura, l’ironia è una figura retorica in cui vi è una discordanza oppure una connessione con il vero, che va al di là del semplice ed evidente significato della parola.
“Ciao Betelgeuse,
chiaramente ti amo,
e non voglio che venga rapita
dalla solita ignoranza umana;
Ti ricorderò sempre,
non ti spegnerai mai;
Ho vissuto in vita
di vita accanto alle stelle
mie e belle
ciao LU.BE.
Vi voglio bene.”
La poesia “Spesso” è una sorta di autoritratto, realistico e sincero (parola chiave), dell’autore in cui tutta la gamma dei temi e dei toni a cui si è fatto cenno viene utilizzata per realizzare un quadro completo:
“Io spesso spero troppo
e troppo spesso spero vero;
Cerco Amore
ma non so amare;
La mia testa s’affossa
tra tanta tenerezza,
ondeggio, barcollo
ma testa sul collo
verso Terramadre
ad ogni carezza.
Gioia
tra spigoli addormentati
delle nuvole mie
Solitudine del mio corpo
la consegno in viaggio
su treni sconnessi
alla tua emozione.
Davvero
ci credo,
la vedo
Esultanza
a ruota
di speranza.
Mi mangerei tutta la terramadre
con tutto lo sperma presente,
andrei a cercare i morti nei cimiteri
per eliminarli.
Verrei a patti colle tenebre
eliminerei la luce
per reinventarla;
Farei pubblicità per il vino
ad esaltarne la miseria,
reciderei i genitali ai poeti
insensibili ai furori appelli del sesso;
Essere presente contemporaneamente
nel cimitero di Piozzo
e sulla tomba nel deserto di reduan;
Cominciare ad esistere
quando si è morti
lasciandosi alle spalle
non altro che una storia…
Ho vissuto bene
e lo confesso;
Poesia, mestiere
per incapaci.”
Vacchetta esprime l’Amore (con la A maiuscola), la sua necessità. Ma manifesta anche un sentimento di contrasto rispetto ai mali e alle debolezze del mondo tout court e del mondo della scrittura in particolare. Fortissimi i versi in cui Vacchetta si scaglia contro i poeti che ignorano la forza anche dell’amore carnale, e la minaccia a cui dà voce ha un che di dantesco, la legge del contrappasso.
Il sensuale, inteso letteralmente, come dimensione percepita tramite vista, udito, tatto, olfatto, gusto, si unisce e si salda, in Vacchetta, alla riflessione, al ragionamento, al pensiero astratto. Che tuttavia a sua volta acquista corpo, tramite l’ibridazione di cui si è detto, così come la concretezza acquisisce profondità e spessore simbolico.
In poche parole, il desiderio dell’autore, messo in pratica sulla carta e con gesti e azioni effettive, puntualmente rispecchiate anche dalla scrittura, è descrivere la vita a 360 gradi. Ma non prima di averla vissuta, percepita, tra carezze e pugni dritti negli zigomi. Perché senza la gioia del piacere e la ferita sanguinante del dolore non si piò arrivare alla pienezza dell’espressione che è fondamento essenziale della poesia. Quasi un sesto senso. Un dono grande e un altrettanto grande peso, per i Sisifo che la vivono e ne sentono la reale necessità.
L’amore (anche sensuale) per la parola, non cancella comunque la coscienza dei suoi limiti:
“Amo la parola che resta silenziosa
tra le unghie
un po’.
Ti lascio sola ma coniata
a dovere
Quel bacio in macchina quell’universo in
una goccia di speranza.”
Il libro contiene anche citazioni letterarie (dirette o indirette), tra cui questa da Pavese:
“Verranno i tuoi occhi,
verrà la morte,
ci sarà natura e cosmo
altro non saprei, muto
decifrare
è chiaro che si vive di rendita
indomita.
Sei luce e mattina,
sei da possedere
in un letto di acqua,
respiro di mattino;
Consegnare malgrado
occhi e seni
alla bella morte.
Amore che geme
pulsa
scoppia
sbava copiosamente;
Il mio amico mi dice
che la sua amica
è buona e volpona.
Brucia di amore
la mia attesa
per il tuo silenzio.
Amarti immerso
in frantoio d’olio
misto a buganville
presso Riva.”
Ci sono anche frasi che oltre a fungere da “esergo” o da note esplicative ci offrono codici per interpretare non solo le singole Sezioni ma la struttura complessiva del libro: “Se nell’universo statico quadrimensionale di Enstein il cambiamento è apparente e nulla muta, mi chiedo che fine facciano i sogni e cosa possa sognare un padre morto di un figlio vivo (Jorge Luis Borges).”
La caratteristica di maggior rilievo di questo libro è sapere unire, con naturalezza e spontaneità, in virtù dell’ispirazione e della scrittura sincera a cui si è più volte fatto riferimento, il livello colto con espressioni colloquiali, dirette, volutamente scelte per evitare che prevalga la dimensione retorica e impalpabile propria di molte composizioni artefatte e di maniera:
“La luna porta con sé umori e rutti
che sbadigliano eterni;
La luna in terrazza bella
svestita d’alba
muore d’onde nei capelli,
amore di cuore,
sogno malincolia,
uomo distratto;
Che forse, oh scandaloso cristo di dio,
il coronavirus sia più potente di te?
Che astropoesia in tempo sospetto
pare indicibile ombra-pensiero
sia pensiero comunemente dette
moltiplicazione di galassie?
Che poi credere
ad elisse del dolore?
Vai oltre lo senti quel rumore
a turno stellare?
È come premere la fronte
al cospetto di astri-angeli.”
Un libro lieve e intenso, fatto di sentimenti antichi e attualissimi, distanti dalle mode effimere e alienanti. Racchiude tutta la gamma dei sentimenti umani. Dal dolore, al rammarico, allo stupore ironico per l’andazzo tragicomico di molte vicende umane. Un libro in cui l’amore, nelle accezioni più autentiche di affetto, spiritualità e fede, non è mai reso cieco. Permane sempre e comunque l’ironia che non ha un effetto sminuente, ma, al contrario, rende tutto più pregnante e profondo. Vacchetta non esclude dai suoi mezzi espressivi la sensualità, la carnalità. Così come sente di dover fare ricorso a tratti a un registro colloquiale, esplicito, per dare forza a versi che altrimenti risulterebbero annacquati, anodini. Per Aspera ad Astra è un autoritratto, un giornale di bordo in cui si descrive nei dettagli il viaggio esistenziale tra dolori, gioie ed emozioni. È scritto con genuinità. Senza edulcorare e senza cercare frasi imbellettate. È scritto facendo ricorso ad una poesia vera la cui fascinazione nasce da una passionale e costante adesione al reale.
Ivano Mugnaini



















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