Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Virginia Veludo
Cassetti
Cassetti ordinati nella tua stanza:
mutande, pigiami, cinture e magliette.
Cassetti ordinati nella cucina:
stracci, coltelli, forchette e cucchiai.
Cassetti ordinati anche nel bagno:
rossetti, rasoi, creme e pinzette
e poi in giro
armadi e comodini
stracolmi di:
scarpe, vinili, servizi di piatti,
vetrine che espongono
bicchieri, ninnoli, argenterie
cassetti,
cassetti,
cassetti di accumulo,
cassetti in cui metti le tue cose in più,
che poi perlopiù è tutto un in più,
un tutto ordinato, incasellato
piegato e stirato.
Collochi tutto al suo cazzo di posto.
Però se tu chiudi un lato del tubo,
lo schifo dall’altro si gonfia e straborda.
Allora se avanzi per quel corridoio
l’ordine esonda e puzza di merda.
Se vai poco oltre e cambi la stanza
eccola lì la fogna del resto.
È lì che ristagna
quello che esplode,
che lascia mutande sporche nel bagno,
che lascia le unghie tagliate per terra,
quello che puzza
di polvere e puzza di droga e di fumo,
di giacche che sanno di cane bagnato,
quello che scoppia,
misto al sudore di ascelle inzuppate,
di putridi piedi e denti cariati.
Niente con lui trova un cazzo di posto.
Poi proprio nel mezzo, tra quelle due stanze,
c’è anche la vecchia,
la vecchia mollata,
la vecchia che urta,
la vecchia che resta coi suoi 90 anni
tra un rutto o un reflusso alla fine del pasto
che resta sospeso in mezzo alla gola:
sospeso a metà fra il respiro e l’affanno,
sospeso fra il sudicio avanzo buttato,
e tutto quell’ordine
tutto quell’ordine finto
e così edulcorato.
*
La signora Maffeo
La signora Maffeo
siede al centro della sala
e aspetta.
Le sue dita usurate
picchiettano sulla tavola,
i suoi occhi vispi
cercano un servitore.
La signora Maffeo
non ha più tempo di aspettare,
ma aspetta.
Ha finito la pazienza:
i suoi capelli dritti
come soldati albini
pretendono ascolto.
La signora Maffeo
vuole solo una cacio e pepe: ben cotta
senza agrumi
pasta corta
poco sale
vino ghiacciato
bianco fermo
appena uscito
dal freezer
La signora Maffeo
borbotta sui nuovi usi
del pianeta.
La sua pelle la giustifica
a lei tutto è concesso:
anche il tatuaggio
è sbiadito sulla mano.
La signora Maffeo
consuma il suo pasto
masticando
goffamente, ciancica
proteste contro la cameriera
forse la invidia
lei ancora si muove.
La signora Maffeo
odia la sua cacio e pepe: mal cotta
con gli agrumi
pasta lunga
troppo sale
vino un po’ andato
giallognolo e marcio
appena uscito
da una palude
La signora Maffeo
non vuole più niente:
solo finire la sua bottiglia
tiepida e amata
e fissare quel punto,
l’unico fermo
nel caos della sala.
La signora Maffeo
reclama il suo conto,
insoddisfatta
d’abitudine, della cena,
della vita tutta,
paga, sbuffa
se ne va di corsa.
Come sempre
dalle tasche
niente mancia.
*
La donna linda
La donna linda ha le mani di guanto:
la pelle ha forma di spugna e pulisce
le sedie, la tavola e tutti i tappeti,
pulisce instancabile ogni granello,
rimuove la polvere, l’unto e le macchie.
La donna linda ha i piedi di straccio,
i germi li schiaccia sbattendo i talloni,
pesanti li porta dovunque sbuffando.
La terra e le foglie da sotto le suole
le sbatte, le sciacqua, le lava, le smembra.
La donna linda camminando veloce
scappa dai corpi e dal loro sudore,
lei teme del mondo ogni sua infezione.
È tatuata la sua mascherina,
nell’alcool si lava la sera anche il cuore.
La donna linda vive in carta velina:
lei non può inspirare le parti dell’aria,
né onde, né luce, né suoni toccare.
Può sopravvivere dentro un sacchetto,
rimane a distanza, lontana dal vento.
Lei pensa così di salvarsi le membra,
che il fegato brilli e la bile risplenda,
lei pensa così di restare pulita,
lei pensa così di scacciare la morte
però nel frattempo contagia la vita.
Virginia Veludo è nata nel 1989, laureata in filosofia, insegnante, mamma. Qualunque forma esca sarà migliore della prima, Edizioni Effetto 2024, è la sua opera poetica prima.
I testi di Virginia Veludo che qui presentiamo, tratti dalla sua opera prima poetica, incarnano una sorta di crepuscolarismo pulp dove il quotidiano si fa grottesco, l’intimità domestica implode in sordide esplosioni di disagio, nell’esito versificato e, quindi, decompresso, estratto dai dolori dell’anima e in ultimo raffinato, del disordine e dell’alienazione dell’individuo ultracontemporaneo. L’ordine borghese di natura ossessivo-compulsiva (“Cassetti”) si rivela una maschera che nasconde il marcio, mentre la “signora Maffeo” e la “donna linda” sono archetipi di una decadenza che si consuma nel gesto banale di una solitudine di plastica. Ogni descrizione, ogni tratteggio, ricordano in qualche modo la versione punk di un paesaggio umano gozzaniano. Il linguaggio crudo e iperrealista amplifica il contrasto tra apparenza e decomposizione, tra una realtà senza fronzoli e una dolenza esistenziale stratificata nella più intima dimensione della coscienza. L’umanità qui non si sublima: si disintegra, tra muffa, sudore e cacio e pepe sbagliata. Si tratta, a ben vedere, di un crepuscolo non malinconico, ma viscerale, in cui le macchie dell’anima sono senza redenzione giacché la vita si vive senza scopo, come la poesia si scrive senza, in fondo, sapere perché. Originale, se non proprio il presupposto, di certo la resa poetica di questo crepuscolarismo 3.0 (il 2.0 è, graziaddìo, La ragazza Carla del grande Pagliarani); aspettiamo con fiducia ulteriori sviluppi.



















17/11/2025 alle 07:18
Testi molto interessanti: uno sguardo aperto sulla vacuità. I piccoli riti quotidiani come cerimonia apotropaica contro la morte sempre in agguato. Mi piace molto la definizione ” crepuscolarismo pulp” di Sonia Caporossi.