A tentoni nel buio di Paolo Polvani |Tutto è come bevuto, frastornato dalla luce (note di lettura a Pasolini, l’ergastolo della mia vocazione, di Silvano Trevisani, Macabor 2024)

Nel 2024 Silvano Trevisani ha pubblicato, per l’editrice Macabor, “Pasolini: L’ergastolo della mia vocazione. Gli esordi giovanili tra Giacinto Spagnoletti e la Puglia”.
Nel libro si legge che un filo molto solido lega gli esordi di Pasolini e alcuni dei suoi momenti creativi più importanti con il sud e con la Puglia, in particolare con la città di Taranto. Originario di questa città era il poeta e critico letterario Giacinto Spagnoletti; sebbene molto giovane, Spagnoletti si era conquistato un posto importante nel panorama letterario italiano e già nel ‘46 aveva curato la pubblicazione di un’importante antologia della poesia italiana. Negli anni successivi contribuì in maniera significativa a valorizzare la poesia di Pasolini, pubblicandone prima alcune poesie nella rivista I quaderni della fenice, poi in una successiva antologia della poesia italiana in cui figuravano Alda Merini e, strana coincidenza, Michele Pierri, poeta e medico tarantino che nell’82 sposerà la poetessa milanese. Con Spagnoletti, di due anni soltanto più grande, Pasolini intreccerà una proficua corrispondenza.
Alla lettera in cui Spagnoletti lo informa che il suo poemetto All’Italia sarà incluso nell’antologia, Pasolini risponde:
“Non so vedi se vivere così, alla Rimbaud, senza il suo genio, possa ancora risolversi nella vocazione letteraria; ho atroci sospetti per il mio futuro. Ma sono sospetti; praticamente mai come oggi resto così radicato all’abitudine dello scrivere, all’ergastolo della mia vocazione”.

Nel ’50 Pasolini fu a Taranto in qualità di giornalista per seguire un convegno di speleologia, inoltre nella città dei due mari si svolgeva un importante premio letterario, che proseguì per quattro edizioni, dal ’49 al ’52. Un premio importante, il cui presidente di giuria fu Giuseppe Ungaretti, e nel quale si misero in luce scrittori come Gadda, Sereni, Caproni. In una delle prime edizioni Pasolini risultò segnalato, e ricevette un premio in denaro. Inoltre a Taranto tornò nel ’59, ancora in veste di giornalista: la rivista Successo gli affidò dei reportage sulle spiagge italiane. Eccone un significativo brano:

“Da Taranto a Santa Maria di Leuca, luglio. Volo per la costa meno nota d’Italia: mi trascina una gioia tale di vedere che quasi son cieco. Qui infatti tutto minaccia di non essere: la costa piatta, i paesi arabo-normanni (arabi nella parte umile, normanni nella parte eletta, chiese e muraglie), il mare. Tutto è come bevuto, frastornato dalla luce. Riafferro la vita a Gallipoli. Misterioso centro, esistente, di una regione che non esiste. È del resto una città a sé, uno stato, un po’ come Cutro. Perfetta anch’essa, come Taranto, protesa, biancheggiante, in un mare squisito, puro, selvaggio. In quello slanciato ammasso di case bianche, inanellato da lungomari e da moli, la gente vive una vita autonoma, quasi ricca, si direbbe, quasi non ci fosse soluzione di continuità con qualche periodo della storia antica, che io non so, né faccio in tempo a capire: il demone del viaggio mi sospinge giù, verso la punta estrema. Ci si arriva lentamente, mentre intorno la regione si trasforma, si muove in piccole ondulazioni, si ricopre d’ulivi (…) Lo sperduto Salento, severo come una landa settentrionale, coi suoi paesi greci in sciopero secolare; poi l’esplosione di Brindisi, la più caotica, furente, rigurgitante delle spiagge italiane; e le stupende Otranto e Ostuni, le città del silenzio del Sud; e Bari, il modello marino di tutte le città, poi, fino al Gargano: con la cattedrale, di suprema bellezza, sul mare, e, sotto, i neri, biondi malandrini nudi tra gli scogli. Nella memoria, cattedrali e poveri ragazzi nudi, confuse città pericolanti e informi come accampamenti, folle sotto i palchi delle luminarie e i podii bianchi traforati delle bande, sono un solo, sordo frastuono. Che si infrange contro le muraglie del Gargano, il cui periplo, a picco sul mare, tra le severe, deserte montagne, allontana dall’Italia di migliaia di chilometri. Ho perso il battello delle Tremiti, non ci potrò an- dare…”

Infine la Puglia, insieme a Matera e altri luoghi lucani, costituì lo sfondo per il suo film capolavoro, Il vangelo secondo Matteo. A Gioia del Colle, Massafra, Ginosa, Barletta, Castel del Monte, saranno girate alcune sequenze importanti del film.
Scrive nell’introduzione Silvano Trevisani: “Amato, osannato, dileggiato, incompreso, copiato, Pier Paolo Pasolini è una figura centrale nell’Italia nel secondo Novecento”.
Una figura indubbiamente discussa e controversa. In una poesia contenuta in Teorema si legge: “I primi che si amano / sono i poeti e i pittori della generazione precedente, / o dell’inizio del secolo; prendono / nel nostro animo il posto dei padri..” e più avanti, ancora parlando dei poeti: “certi di poter cambiare il marcio mondo / con quattro appassionate parole e un passo da rivoltosi”.
Ma è anche vero che il destino dei padri è quello di essere rovesciati dai figli, così esce ora un libro, che si annuncia destinato ad accendere polemiche, Pasolini addio, di Alfio Squillaci. Nella presentazione sul sito “Preferirei di no”, si legge: “Quest’anno, a novembre, nella notte tra i Santi e i Morti, cade il cinquantesimo anniversario della morte, anzi dell’omicidio, di Pier Paolo Pasolini. Per l’occasione, solo il Comune di Roma patrocina e organizza oltre 100 eventi sull’emerito intellettuale, poeta, regista, giornalista e adescatore di minori. Che due grandi palle”.
Immagino però che paradossalmente questo libro sarebbe piaciuto a Pasolini. Nella poesia che chiude Teorema, parlando di sé il poeta scrive:
È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.
È un urlo che vuol far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all’ansia
si sente qualche vile accento di speranza;
oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda,
dentro a cui risuona, pura, la disperazione”.

E comunque, per celebrare questa importante figura di intellettuale, di artista, di poeta, mi sembra interessante riportare la parte finale di una poesia molto bella (e molto lunga) che Elsa Morante dedicò al poeta pochi mesi dopo la sua uccisione.
La Morante era stata in aspra polemica con Pasolini per via di una stroncatura al suo romanzo La storia, per lungo tempo i rapporti furono interrotti. Credo tuttavia che in questi versi siano contenute molte verità, tra il poeta e la Morante c’era stata un’amicizia molto profonda e proficua, e di certo una conoscenza reciproca intensa.
Ma in verità in verità in verità
quello per cui tu stesso ti credevi un diverso
non era la tua vera diversità.
La tua vera diversità era la poesia.
È quella l’ultima ragione del loro odio
perché i poeti sono il sale della terra
e loro vogliono la terra insipida.
In realtà, LORO sono contro-natura.
E tu sei natura: Poesia cioè natura.
E così, tu adesso hai tagliato la corda.
Non ti curi più dei giornali– [la] preghiera del mattino – con le crisi di governo
e i cali della lira, e decretoni e decretini
e leggi e leggione. Io spero
che un’ultima sola grazia terrena ti resti ancora – per poco –
ossia ridere e sorridere. Che tu di là dove sei– ma per poco ancora – di là, dal Nessun Posto
dove ti trovi ora di passaggio –
che tu sorrida e rida dei loro profitti e speculazioni e rendite accumulate
e fughe dei capitali e tasse evase
e delle loro carriere ecc. Che tu possa riderne e sorriderne per un attimo
prima di tornartene
al Paradiso.
Tu eri un povero
E andavi sull’Alfa come ci vanno i poveri
per farne sfoggio tra i tuoi compaesani: i poveri,
nei tuoi begli abitucci da provinciale ultima moda
come i bambini che ostentano di essere più ricchi degli altri
per bisogno d’amore degli altri.
Tu in realtà questo bramavi: di essere uguale agli altri,
e invece non lo eri. DIVERSO, ma perché?
Perché eri un poeta.
E questo loro non ti perdonano: d’essere un poeta.
Ma tu ridi[ne].
Lasciagli i loro giornali e mezzi di massa
e vattene con le tue poesie solitarie
al Paradiso.
Offri il tuo libro di poesie al guardiano del Paradiso
e vedi come s’apre davanti a te
la porta d’oro
Pier Paolo, amico mio
Roma, 13 febbraio 1976
Elsa Morante

Silvano Trevisani, laureato in Filosofia. Giornali sta professionista è stato per oltre 30 anni capo redattore e responsabile dei servizi culturali del “Corriere del giorno di Puglia e Lucania”, ed è caporedattore del giornale “Nuovo Dialogo”. Ha pubblicato numerosi libri di saggistica, arte e di narrativa. Per quanto riguarda la poesia pubblica la sua prima silloge Poesia nel 1995 con prefazione di Giacinto Spagnoletti (Ed. Amadeus). Seguiranno poi L’altra vita delle parole, edizioni Nemapress, 2012; Mater Terra, illustrata dalla scultrice Lucia Rotundo, edizioni Print Me, 2016. Del 2020, invece, la silloge edita da Manni, Le parole finiranno, non l’amore. Nel 2024 ha pubblicato con Puntoacapo la silloge: Il poeta scomparso e altre storie. Per la Macabor ha realizzato vari saggi, oltre ad aver curato l’antologia La guerra che è in noi, le mo nografie a più voci di Ennio Cavalli, Milo De Angelis, Isabella Leardini (per Secolo donna). In uscita le monografie di Umberto Piersanti e Daniela Pericone (per Secolo donna).




















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