Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Antonio Sacco

Haiku

far pace con sé
far pace con chiunque –
ulivo in fiore

*

fragili foglie –
dimentico le offese
di passo in passo

*

le sue iridi…
l’arcobaleno inizia
dai fiori di iris

Antonio Sacco è nato ad Agropoli nel 1984, vive e compone versi nel cuore del Parco Nazionale del Cilento (Salerno). È uno studioso e un ricercatore di poesia di origine giapponese (soprattutto di poesia haiku). Ha pubblicato su molte riviste internazionali dedicate a questo genere poetico, oltre a essere l’autore di numerosi articoli sia tecnici sia divulgativi sulla poesia di origine giapponese. Dal 2017 cura la rubrica chiamata Echi da Shikishima per la rivista digitale Poesia del Nostro Tempo, proponendo non solo recensioni o interviste, ma anche articoli di approfondimento su vari aspetti del genere haikai. Nel 2018, nel 2019 e nel 2020 è stato inserito nella European top 100 most creative haiku author (Haiku Euro Top). Già giudice in tre concorsi nazionali di poesia per la sezione haiku, ha, inoltre, pubblicato due raccolte poetiche di haiku. Il Nuovo manuale di scrittura haikai. Vademecum pratico per comporre poesie haiku e altri generi poetici di origine giapponese è la sua seconda opera pubblicata con Edizioni Nulla Die nel 2025.

L’haiku, per sua conformazione strutturale e intenzionale di base, di norma non ha mai un semplice valore descrittivo, piuttosto trasferisce la logica del dato naturale nel dominio dell’umano per ampliarne le risonanze e le possibilità significative. Antonio Sacco conosce bene i meccanismi espressivi della brevitas indotta dalla forma haiku; ecco che, in questa terna inedita, l’autore lavora su una poetica della riconciliazione come gesto minimo, dove l’etica si condensa in fenomeni naturali che non fungono da semplice correlativo oggettivo, ma da matrice comportamentale. Nell’ulivo in fiore del primo testo, la pace con sé e con l’altro è un processo vegetale dove la fioritura si manifesta come espansione silenziosa, un puro accadere osteso al lettore come atto fenomenico; mentre, nel secondo componimento, la fragilità delle foglie introduce una cinetica del perdono: quando dice “dimentico le offese / di passo in passo”, egli sembra perseguire un ritmo corporeo in cui il camminare diventa dispositivo di erosione del risentimento, come se la natura suggerisse una pedagogia del transito: ciò che è fragile non trattiene, lascia andare. Il terzo haiku, d’altro canto, sposta l’asse verso una epifania cromatica, in cui le iridi come soglia da cui l’arcobaleno “inizia” e l’iris come fiore che ne custodisce la genealogia mostrano come Sacco sappia lavorare sulla metafora originaria: non l’arcobaleno inteso abitualmente come simbolo “di”, bensì considerato come fenomeno (si diceva) che nasce da un volto e da un fiore, in una continuità tra umano e vegetale che dissolve la separazione dei piani. Insieme, i tre haiku compongono una micro‑suite che potrei definire incentrata sul tema della metamorfosi gentile: la natura è agente, l’umano ne risulta un residuo, un corpo di fondo, un’eco, un atomico resto estasiato, contemplante e curioso. Sacco conferma la sua capacità di far emergere, nel brevissimo, una etica della leggerezza non prona alle leggi dell’immagine facile, sottoponendo poeticamente il lettore a una vera e propria disciplina dello sguardo.