La parola è responsabilità

 

(Note di lettura di  Carlo Di Legge a Elegie per Calypso, di Maria Consiglia Alvino

Delta3 edizioni, Grottaminarda (AV), 2023)

 

Il percorso di vita di Maria Consiglia Alvino, studiosa di filologia e letterature classiche, la porta a completare il corso di studi tra l’università Federico II di Napoli e Strasburgo, fuori della sua città, ma infine lei ritorna e decide di restare. Il libro risente della vita e anche il titolo “Elegie” vuol dire cosa ben precisa: un genere desunto dalla classicità, che è stato ed è usato per esprimere pensiero e sentire, insieme.

Dunque non si tratta di delectare chi legge, non almeno se s’intenda poesia leggèra di evasione (ma quando è poesia, non saprei mai dire che è “evasione”) ma è pensare che induce a partecipare al sentire presente nei versi.

Le figure di Odisseo e di Calypso, l’abitatrice dell’isola in Odissea e in Dialoghi con Leucò di Pavese, propongono il tema della scelta tra una vita diversa, varia, e la ripetizione dell’uguale. Kierkegaard le definì rispettivamente dimensione estetica ed etica dell’esistere: evidenziano due componenti dell’animo umano. Qui si moltiplicano o cessano le analogie della singola vita alle figure del mito, ché il discorso sarebbe molto più complesso; serve ribadire che la scelta di Maria Consiglia Alvino è stata di tornare e si potrebbe forse definire che è stata scelta per l’uniformità,  scelta opposta a quella di molti della sua generazione, che invece vanno via.

Il mito intanto è efficace perché fa presa nell’esperienza dell’umanità che esso ha tradotto in figure. Il mito greco è una (la?) maniera di guardare le cose dell’autrice, ma con buona approssimazione ognuno di noi può trovarvi le sue figure, come sul mito in generale ipotizzò C. G. Jung: una condizione che a volte può essere avvertita come ostacolo perché ogni cosa ha un lato d’ombra.

Ambienti, paesaggi marini che qui compaiono così di frequente non possono appartenere alla terra natale, essendo Atripalda-Abellinum città dell’entroterra: ma, sempre in generale, con la figura di Calypso si può definire che parli il Mediterraneo: “questo mare/si è preso troppa confidenza,/non ci lascia andare” (37). Non possiamo non dirci mediterranei.

Dunque, benché nello spirito s’agiti Odisseo, l’autrice è piuttosto la ninfa, colei che resta. Anche Odisseo tornerà, dopo lungo vagare; lei torna ma per fermarsi, da giovane. E il libro è il risultato di una tensione di questi contrari, al momento risolta nel senso del restare.

La gran montagna che in lontananza sovrasta i luoghi, Montevergine (torna almeno due volte) è figura del destino e d’una terra con crismi di sacro e d’eternità, con in più alcuni titoli inequivocabili, come Atripalda (AV), via Ferrovia: indicano che la poesia si legge nel contesto. Certo, l’avvertimento della stabilità dà certezze; ma le rassicurazioni hanno un prezzo, si avverte che la propria vita scorre così e così ma avrebbe anche potuto diversamente. Da ciò dipende una vena di malinconia (si è detto che condizione a volte viene percepita come ostacolo), anche perché la gioia è “fugace” e la “paura” “cresce” ed è quella stessa “vita” che, nonostante tutto, “ci ostiniamo a dare” (12): “Tu ridi/senza sapere che questo,/l’abbraccio presente” (29), i “colori” sembra sorridano a me, e invece “mi sopravvivranno” (32) e “io sto qui nel fiume” (33); “tu, bambino, non ti ho dato/la luce per consegnarti alla tenebra./Un dolore mi preme, saperti mortale” (34). Come dire? Certo anche quest’ultimo caso è doppio sentire ma di madre; è saggio lasciare che i destini si compiano e i figli non ci appartengono più, un giorno essi a loro volta potranno dire “Non morte giunge/alle mie labbra, non la voglio/cantare” (35).

foto di Pedro Luis Raota

Restare: anche qui, conflitto, lo scontrarsi tra l’esperienza della cultura che trasforma lo spirito, della mobile e variegata realtà vissuta d’una grande città e, d’altro lato, la relativa povertà di ciò che s’incontra nella propria terra dove sembra che niente possa cambiare realmente: restare diventa una specie di cómpito, viene vissuto come tale, anche nella professione, se la scuola è fattore di cambiamento.

 

Come risultano tali temi nel verso? La formazione classica si fa evidente a chi legge, sebbene il tono generale, salvo impennate, possa sembrare che risenta d’una specie di understatement. A mio parere non è affatto questo: è la lingua di una studiosa di filologia, pervenuta a notevole livello nel farsi della sua maturità, anche crescendo nella comunità dell’avellinese iniziata da Armando Saveriano e sostenuta oggi da molte e diverse altre menti brillanti. Maria Consiglia Alvino è in questa comunità a pieno titolo, come restano attivi e influenti gli altri in ogni luogo d’Italia o altrove. Ci si trova di fronte a poesia estremamente colta nella modalità del suo farsi, la classicità è vissuta pressoché come seconda pelle, da persona consapevole di quel che dice e di come lo scrive, perché se la parola vuol chiamare a partecipare deve farlo nel modo migliore, la parola è responsabilità.

La parola della poesia è cattura delle piccole cose, dette in maniera tranquilla e in semplicità. Ciò che pare insignificante può essere importante. La poesia salva le cose di cui parla? In certo senso è possibile e si può dirlo. Anche qui si potrebbe vedere un nesso alla spiritualità del cantico delle creature?

I versi con le rime interne, anche queste senza eccedere, sparse – come “Non fu per Damasco la rotta/la grotta in cui mi specchiai… Qui è come/restare a sentire/colpiti alle tempie/ansimare lontano/il mare” (41); oppure “quando l’estate era chiara/Ora/il ponte tiene solo di sera” (46).

Estrema, scarna sobrietà è testimonianza di un livello compiuto, assai evoluto di lavoro sulla parola. Questa classica concezione della scrittura poetica privilegia per quanto possibile insieme alla misura anche la chiarezza e, per quanto mi concerne, direi che le due cose possono andare assieme, in ogni autore secondo una diversa strada, mai omologata, e con la massima libertà compatibile col pensiero che qualcuno leggerà.

 

Detto questo, se ne potrebbe solo cominciare a parlare, la poesia come la vita è un mistero. Scrisse Miłosz: “Come accade che si è quello che si è? Da cosa dipende? E chi sarei, se fossi diventato diverso?”. Su questa linea credo si trovino brevi squarci, come i versi di “Sognando un nostos” o parole come “divina/è solo l’assenza” (40) pur se non attribuite a sé stessa:

 

Qui si inizia e si finisce.

Qui solo l’attesa è infinita.

 

la linea d’onda è un’illusione degli occhi

l’orizzonte scolpito quel giorno di maggio

l’azzurro dalla finestra sul porto

quando l’estate era chiara (…)

 

le ombre non muoiono

le vele sono i miei pensieri bianchi.

 

Non mi volto (46).

Maria Consiglia Alvino è nata ad Avellino nel 1987. È laureata in Filologia, Letterature e Civiltà del Mondo Antico; ha conseguito nel 2017 il dottorato di ricerca in Filologia, con specializzazione in letteratura greca antica, presso le Università di Napoli Federico II e Strasburgo. Insegna lettere presso il liceo “V. de Caprariis” di Atripalda (AV), dove vive. Nel 2022 è stato pubblicato il suo romanzo d’esordio A volte la neve (Readaction Editrice) e nel 2023 la sua silloge poetica Elegie per Calypso (Delta 3 Edizioni).