A tentoni nel buio di Paolo Polvani /Nella gioia di essere al mondo (Note di lettura a Eléa, di Bruno Di Pietro, Les Flaneurs Edizioni, 2024)

Un altro mistero legato alla poesia è la sensazione di disagio, al limite del senso di colpa, che assale poeti anche importanti, riconosciuti, famosi. Credo si tratti di sana modestia, piuttosto che di propensione a ricercare un’utilità immediata per la poesia. Per esempio questa dichiarazione di Montale alla cerimonia di premiazione del premio Nobel: “Io sono qui perché ho scritto, poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile”.
La Szymborska sembra rincarare la dose, quando è toccato a lei parlare durante la cerimonia del Nobel: “Il poeta odierno è scettico e diffidente anche e soprattutto nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta, quasi se ne vergognasse”. Sempre nello stesso discorso di ringraziamento la Szymborska afferma che soltanto Brodskij si presentava come poeta, avendolo il regime sovietico bollato come parassita e rinchiuso in carcere in quanto non produttore di alcuna utilità.
Uguale disagio leggo nel titolo della raccolta forse più famosa di Patrizia Cavalli, Le mie poesie non cambieranno il mondo. Intanto il mondo cambia per i fatti suoi, con o senza poesia, e non è demandato alla poesia far cadere i governi o modificare gli assetti economici. Certo sarebbe cosa buona e giusta se con una sola poesia la Santanchè, se condannata, prendesse la via delle patrie galere, o certi disgustosi ex ministri dell’interno sperimentassero di persona la raccolta dei pomodori a un euro netto di paga all’ora sotto il sole feroce di agosto.
Ma tutto questo attiene alla magia bianca, ai tridui di preghiera, alle catene di daimoku, non è richiesto alla poesia.
È vero che da un punto di vista dell’utilità materiale con la poesia non si battono i chiodi, non si sturano i lavandini, e anche da una prospettiva di commestibilità non è raccomandabile ingerire versi. Ancora Brodskij dice che la poesia è la forma più alta di eloquio umano, e che solo gli esseri umani usano un linguaggio articolato e complesso.
Credo che con le parole abbiamo tutti un rapporto molto intimo, profondo, ma anche inconsapevole. Tutto quello che esiste, esiste perché c’è una parola che lo definisce. Sono convinto che ogni parola sia nata come metafora, la parola acqua non è l’acqua, è il vestito che doniamo all’acqua per riconoscerla, dunque la lingua nasce come procedimento poetico, in territorio metaforico. I poeti dunque sono giardinieri della lingua, mettono ordine o disordine nelle parole, le caricano di significato fino a farle esplodere.
Inoltre rivelano la musica che vibra dentro ogni parola, fino ad elevarla in canto. Prendo per esempio questa semplicissima sequenza di versi da Elea, di Bruno Di Pietro:
Piove nella piana
dove dimora e gracida
la primitiva rana.
Oppure un’altra sequenza altrettanto icastica e felice: “La bouganville è in rigoglio / il melograno in fiore / ponente pettina il grano”. Nel saggio che accompagna il libro, Daniele Ventre afferma: “Un quadro paesaggistico interiorizzato, che richiama la maniera virgiliana di trattare il rapporto tra uomo e natura, e il modo in cui quest’ultima parla all’uomo”.
Il libro è ripartito in tre distinti capitoli cui corrispondono titoli di grande suggestione: il primo è Eos, il nome della dea greca dell’alba, il secondo Kronos, dio del tempo e dell’agricoltura, il terzo è Fusis, natura.
L’intera raccolta è intrisa di luce meridiana, e soprattutto procede con passo meridiano, rispecchia l’atmosfera del primo capitolo del saggio di Franco Cassano, Il pensiero meridiano, dal titolo emblematico Andare lenti: “Andare lenti sono le stazioni intermedie, i capistazione, i bagagli antichi e i gabinetti, la ghiaia e i piccoli giardini, i passaggi a livello con gente che aspetta, un vecchio carro con un giovane cavallo, una scarsità che non si vergogna, una fontana pubblica, una persiana con occhi nascosti all’ombra. Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore e pronti a esplodere”.
La presenza del mare come sorgente di inquietudine e limite da valicare: ancora da Franco Cassano, Il pensiero meridiano: “(Le terre) i cui abitanti hanno dentro di sé il mare, sono agitati dall’inquietudine di chi sa che non esiste solo un orizzonte, un paese e un accento”. Inoltre la luce, come definizione e misura di ogni cosa, “La luce greca / si posa sui boschi / sulle ombre scure / del Gelbison.”
Cala l’ultimo sole.
Sulla riva i bambini giocano.
Saltano i sassi lanciati
sulle acque calme del mare.
Ci accompagna in questo viaggio la figura di Parmenide, a volte guida nel viaggio, a volte amico trattato con affettuosa ironia: “Parmenide convertito al divenire”, in altri versi imprescindibile riferimento: “Parmenide studia / come bonificare la palude”.
Importante notare che di tutti i filosofi greci, Parmenide ed Empedocle sono stati i soli ad esporre le loro teorie in forma poetica. Credo che generazioni di giovanissimi studenti si siano affacciati al pensiero filosofico con estrema curiosità, entusiasmo e spirito di ricerca, affascinati dalle prime riflessioni dei presocratici, che immettevano con immediatezza all’essenza della filosofia. Così “Parmenide asserisce semplicemente “È”. Il centro del ragionamento è che ciò che non è non può neppure essere pensato in quanto non si può pensare al nulla. Quel che non può essere pensato non può essere, e quindi quel che può essere può essere pensato” (da Bertrand Russell, La saggezza dell’Occidente).
Ecco come la personale enciclopedia di un autore, il suo bagaglio di passioni, curiosità, ricerca, può contagiare il lettore e indurlo a superare i propri limiti, ad ampliare il perimetro della passione e della curiosità, e in questo il limite del verso svolge un ruolo assimilabile al limite della riva marina, genera inquietudine, favorisce l’impulso a spingersi più in là, di varcare la soglia del proprio limite personale e mettersi a nuotare in direzione dell’altro da sé. Anche la luce che sprigiona il verso induce a una riconsiderazione della misura delle cose, e del gusto estetico in cui riconsiderarle.
Dunque ai poeti piace che siano gli altri a gratificarli con l’appellativo di poeti. (Non parliamo di quelli che tale appellativo metterebbero sul biglietto da visita, sul campanello di casa, lo ricamerebbero sulla camicia e sul cappello, e spesso ne usano uno strano, di cappello, per meglio mostrare la loro stramberia di poeti. Quasi sempre questa categoria è quella meno imparentata con la poesia!).
Quando la consapevolezza della contemplazione della lingua raggiunge risultati eccellenti, la definizione di poeta supera qualsiasi forma di disagio, di presunto senso di colpa, e va riconosciuta.

Si mischiano le acque
del cielo e del fiume
con il mare alla foce.
La terra emersa
si compatta agli argini.
Piove nella piana
dove dimora e gracida
la primitiva rana.
° ° ° ° °
Nella gioia
di essere senza fondo
nella gioia
di essere al mondo.
° ° ° ° °
Guardo le ombre in fuga
mentre abbruna.
Il mio viso una ruga,
La luna è a metà viaggio
la marea bassa.
Un abbaglio l’eterno presente
l’ora che non passa.
° ° ° ° °
Il sole inciampa nelle nuvole.
Resta poco del giorno.
All’orizzonte
l’Essere è solitudine.
Almeno i vènti
riportino gli Dei.
La sacra moltitudine.
° ° ° ° °
Guarda come
si srotola il mare
sul fare della sera
silenzioso attraente.
Ti vuole nomade
nelle sue acque.
L’infinito
è deriva della mente.

Bruno Di Pietro (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense. Ha pubblicato fra le altre con Oèdipus Edizioni le raccolte poetiche: Colpa del mare (2002, poi in Colpa del mare e altri poemetti (2018) Impero (2017) Baie (2019) Frammenti del risveglio (2021). Due volte finalista e una segnalazione speciale per Una vita in versi nelle ultime tre edizioni del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano”. Suoi interventi di critica sono apparsi su Nazione Indiana, Frequenze Poetiche, Infiniti mondi, La Clessidra. È presente nel “Dizionario Critico della poesia italiana (1945-2020)” a curia di Mario Fresa. È presente in numerose antologie. Interventi sul suo lavoro poetico sono presenti in riviste cartacee e blog. Fondatore con Gabriele Frasca e Mariano Baino della Casa Editrice “d’If”.




















07/07/2025 alle 09:03
Mi ha incuriosito il tema della supposta inutilita` sociale della poesia; certamente quest’ultima non puo` afferire a un partito, altrimenti si configurerebbe come propaganda, pero` , coltivando la sensibilita` umana e il pensiero astratto e/o artistico produce, a mio parere, un effetto individuale e sociale che contrasta un disegno ben preciso (secondo i complottisti come me), cioe` appianare le menti, offuscare la capacita` di ragionamento, annichilire i valori: ovviamente al fine di disporre di popolazioni disumanizzate da sfruttare come forza lavoro ed esposizione a rischi per la salute con meno contestazioni possibile.
Difficile del resto trovarre qualche applicazione umana che sia totalmente disgiunta dal contesto politico e sociale.
07/07/2025 alle 09:32
Sì caro Piero, penso anch’io che la poesia abbia un’utilità sociale più vasta di quanto possiamo supporre. Sarebbe bello e interessante e proficuo allargare il dibattito e ascoltare più voci. Io penso che occupandosi della lingua, delle parole, la poesia costituisca un prezioso apporto alla possibilità di allargare il pensiero, di oltrepassare i limiti imposti dalla lingua stessa e aprire varchi.