I volti della voce, di Enza Silvestrini,
Iuppiter Edizioni, Napoli, 2025, recensione di Carlo Di Legge

Una sola voce può assumere molte sembianze, perché gli aspetti cambiano come le fasi del giorno, come le fasi della vita. Ma si potrebbe anche pensare, il che non esclude l’altra possibilità, che una voce, pur restando la stessa, possa “cambiare faccia” nel senso che “La verità è ciò che più si contraddice” e la verità dei volti/persone qui consiste appunto nel mutamento.
I personaggi molto raramente vengono descritti nei caratteri del volto, nei dettagli. C’è “Io”, raramente minuscolo (i pronomi sono in maiuscola perché sono pro-nomi proprî, persone-volti), attorniato da Qualcuno ovvero gli altri. C’è “Lui” che lavora nella “Grande Ditta”, v’è un “Uno” ipotetico ma anche parte dell’esperienza, in mera immagine che, rispetto al “Lui” reale, fin quando c’è, viene evocato e sarebbe “l’Altro”, c’è l’amica (in minuscolo), c’è la “Madre” (o Mia Madre ma anche “La Madre”: continuamente), presenza di memoria che s’intende influisca sul presente. Difatti “c’è Mio Padre e il Padre, ma è meno importante”. La voce della madre di continuo racconta miti, poi nelle pagine finali assume volto d’uccello, e gli uccelli possono assumere volti mitologici: un esempio efficace di mitogonia nelle nostre vite già da sùbito (“Sono nata dalla sua testa”). Una speranza surreale, amara, attraversa tutto lo scritto, è che dai gabbiani della “città di mare” in cui si ambienta la prima parte, “forse avanzerà una nuova stirpe di uomini”.
V’è un “qui e ora” (corsivi nel testo) che ovviamente s’intendono sempre diversi, ma restando sempre, nella storia, “incerti … spazio e tempo”. In più punti una storia descritta nel suo tempo, qui e ora, si connette alla classicità greca, perché il presente è fatto di passato e la voce della madre irrompe nel presente narrando miti: anche la madre sconfina in La Madre.
Una convalescenza, già alla prima pagina: sùbito un ospedale, un incidente d’auto; ma un incidente d’auto non può essere “la malattia da cui vengo” e in realtà si tratta di “elaborare il lutto” (corsivo nel testo). L’inizio si riconnette ad altre parti del racconto solo in modo cinematografico, porzioni di tempo non consecutive sono “montate” in giustapposizione: “Ora… accade dopo la convalescenza; … tutto ritorna a prima, un prima diverso in cui era assente la convalescenza”.

foto di Gianni Berengo Gardin
Parte in retrospettiva la narrazione della “storia con Lui” da quando “Io” ha saputo di essere la “Lei” di “Lui”. Unico dettaglio del volto di Lui: “occhi stretti come lame” tanto in desiderio come quando è in collera. La scrittura di pensiero di Enza Silvestrini ricerca descrizione in essenze, come se l’Io narrante dovesse partecipare meno che può alla storia e le persone fossero come tipi, schemi.
Ci sono un “Noi” in cui “Lui” si assentava spesso per lavoro, le conversazioni con Lui, riferite in terza persona, rievocazioni-escursioni continue tra passato molto “lontano da ora” e presente, il lavoro nella Grande Biblioteca, l’acqua del mare, il silenzio…
La caduta reale, per strada, è l’espediente della storia che permette di vedere, il colpo di scena: “Lui” è in città, si scambia tenerezze con un’altra, e “Io vedo”. Vedere senza voler essere visti: davvero una brutta caduta.
Il ricordo del rapporto con “Lui”, la caduta e il tradimento, fanno trama. La seconda parte del libro consiste nella convalescenza. il ritorno alla casa della Madre, alla sua morte. Se ne esplora la casa, i cassetti finora chiusi vengono aperti. Poi, da questo qui ed ora, guarire sarà un cercare che non trova. In direzione del passato si attraversa il mare: viaggio reale nei paesi oltre l’Adriatico come viaggio immaginario. Si cerca cosa? Si seppellisce Lui, lo si archivia.
L’immaginazione risplende in chiusura: un canto femminile in un paese lontano, una voce di cui non è dato vedere la provenienza che “potrebbe essere La Madre di mia Madre e di tutte le madri. Lei, in quella voce, è la mia lingua”. I volti della voce sono tutti al femminile.
Carlo Di Legge
Enza Silvestrini è nata a Pomigliano d’Arco nel 1972 e vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato le raccolte di poesia Controtempo (Oèdipus, 2018), Partenze (Manni, 2009); il romanzo Sulla soglia di piccole porte (Iuppiter, 2012, seconda ediz.); il racconto Lido Mappatella (libro d’artista per ilfilodipartenope, 2012); la favola in versi sul tema dell’omofobia Diversi amori (illustrazioni di Barbara Balbi, Iuppiter, 2013). Collabora con la rivista “Poesia”, è redattrice di “Levania, rivista di poesia” e responsabile regionale del Pen Club Italia Onlus.



















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