A tentoni nel buio di Paolo Polvani / Mi sono fermata e ho versato lacrime (note di lettura su A mani vuote, di Margherita Parrelli, Macabor editore 2024)                    

 

 

Sono le mani a giocare un ruolo centrale nell’economia del libro di Margherita Parrelli: si fanno portatrici di significati, veicolano messaggi, chiariscono, parlano. Fin dall’immagine di copertina, scelta probabilmente operata dall’autrice, quello Studio di mani, una delle opere di Leonardo da Vinci, in cui l’artista dimostra i diversi movimenti: chiusura, apertura, rotazione della mano, accostamento, collegamento e separazione delle dita, flessione ed estensione delle falangi.

Ruolo importante fin dal titolo, A mani vuote, che viene spiegato dalla poetessa nel breve preambolo ai testi in questo modo: “Le mie mani sono vuote, hanno lasciato andare via tutto, trattenendo l’essenziale o qualcosa che vi assomiglia”.

Sono mani che salutano, stringono, o cercano, o semplicemente stanno: “mano nella mano, una lunga fila di saluti”; “a te / che non hai dove riporre le mani”; e soprattutto: “Le sento tra le mie sfiorandole / sanno d’addio”. Sottolineano la difficoltà di un rapporto, come spesso tesi, difficili, complicati sono i rapporti tra madre e figlia.

Scrive Marco Bellini nella prefazione: “Rispetto al rapporto con la madre, Margherita Parrelli si mette in ascolto, attuando una vera e propria immersione tra i ricordi che potremmo considerare cellule germinative in grado di sommuovere vibrazioni carsiche e tensioni affioranti. Mediante questo processo, la parola si dispone al disvelamento di un sentire profondo, nel tentativo di poter anche solo sfiorare risposte senza corpo”.

Infine una rivelazione, la scoperta dell’accettazione, del sentirsi accolti, affidata a pochi, essenziali versi:

 

Carezze ne ricordo poche.

Una volta mi prendesti la mano destra

tra le tue e cominciasti a lisciarne il dorso

una sensazione di esserci mi avvolse.

 

Si dispiega così, attraverso una lingua che manifesta vocazione alla pulizia, alla semplicità, un’aspirazione a comunicare al lettore il groviglio di sentimenti, una successione di indizi, tracce minime, che raccontano di quelle mani che hanno lasciato andare via tutto, trattenendo l’essenziale, e prima di ogni cosa il dubbio: “Non so se sei stata una buona madre / o io una buona figlia”, e afferma: “continuo a non capire nulla di te di me di noi”. Dunque una difficoltà di comunicazione, dettagli che lasciano intuire una falla nello scambio di manifestazioni affettive, e tuttavia il desiderio di un riscatto, di una svolta: “mano nella mano / una lunga fila di saluti alcune fotografie / l’incontro del tuo sorriso”.

Si fa cenno anche ad una lettera di accuse, spedita dall’estero, e per la quale ci si è macchiati, e sulla natura delle macchie, sulla valenza metaforica ci si potrebbe interrogare. La bellezza della raccolta è tutta racchiusa nella lingua rarefatta, essenziale con cui ogni dettaglio viene proposto al lettore, per l’estrema sintesi che aumenta a dismisura la potenza del messaggio:

 

Dopo tanto correre per evitare ostacoli

mi sono fermata e ho versato lacrime

non per la fatica che dovevo ancora fare

ma per tutto quello che non avrei più potuto.

Foto di Hiroshi Sugimoto

Scrive acutamente nella postfazione Rita Pacilio: “Tutto questo in poesia accade attraverso il linguaggio, espressione visionaria del mondo e delle sue creature nel proposito di conciliare l’immagine della realtà e la sua proiezione. Madre e figlia sono le metafore della storia e delle conseguenze prevedibili azzerando punti fermi (tempo e luoghi) e lasciando andare, in un intreccio di svariate verità, l’accaduto, i fatti, il continuo corpo a corpo”.

Un libro di grande agilità e abilità comunicativa, efficace nel processo di coinvolgimento e immedesimazione del lettore nel tema affrontato, perché tutti abbiamo avuto e abbiamo nodi da sciogliere nei confronti delle figure parentali, frizioni e incomprensioni, perché la vita procede in questo modo.

A riprova dell’estensione di questa problematica il monaco buddista Thich Nhat Hanh ritorna spesso sull’argomento, invitando all’ascolto profondo delle figure genitoriali dentro di noi: “Se puoi vedere tua madre come una bambina di cinque anni, allora la puoi perdonare molto facilmente con compassione. La bambina di cinque anni che era tua madre è ancora viva in lei e in te”.

Il capitolo finale, Nel giardino di rose e sassi, testimonia dello sguardo dell’autrice sul mondo, sulla condizione femminile nel mondo, ed è così introdotto: “Purtroppo le tante storie di donne del nostro pianeta e del nostro paese ci ricordano che la nostra attualità è popolata di storie preistoriche che ci camminano accanto”. Sapore di preistoria hanno certe proibizioni tuttora in vigore in alcune parti del mondo:

 

è proibito vedere oltre ciò che si guarda

e più di ogni altra cosa usare gli occhi per leggere

far di conto capire che il mondo è tondo

non ha angoli né strade senza uscita

è proibito farsi domande cercare risposte.

 

 

°      °      °      °      °

 

Foto di Hiroshi Sugimoto

 

Attutita la città si arresta ai vetri stretti

alla penombra gelosa, alle porcellane

 custodite nella carta velina

 a te

che non hai dove riporre le mani

tutte tendini e vene e le tieni sospese.

 Le sento tra le mie sfiorandole

 sanno di addio.

 

 

°     °     °     °     °

 

 

 

Nessun altro luogo è stato

così stralunato e silente

come la tua casa nell’ora meridiana.

 

I tanti quadri a guardare immobili

 

verso il riposo dei divani

 

i libri ben disposti sui tavolini

 

e i fiori finti i fiori secchi i fiori

 

di vaso in vaso di stanza in stanza.

 

Tu minuta rimpicciolita

 

incurvata lumaca sbucciavi il pensiero.

 

Nel raggio di sole che attraversa le finestre

 

incerti voli di polvere cittadina.

 

 

°     °     °     °     °

 

 

Ti sei spenta nel pronto soccorso

 

 iotu separate da altre vite in pericolo

 

 da quattro tendine bianche.

 

 Mentre cercavo di chiamare l’ambulanza

 

 per portarti a morire a casa

 

 il monitor è diventato piatto.

 

 Perché non ti ho preso la mano invece?

 

 

 

°     °     °     °     °

 

 

Non so se sei stata una buona madre

 

 o io una buona figlia

 

 o nessuna delle due qualcosa di buono

 

 non siamo riuscite a capirlo

 

 tante cose stavano a rimproverarci

 

 ma quando ti ho detto che potevi

 

 andare tranquilla, che ce l’avrei fatta

 

 te ne sei andata.

 

 

 

°     °     °     °     °

 

 

 

Vi ho scritto quella lunga lettera d’accusa

 

 con l’inchiostro blu

 

 e sono certa di essermi sporcata

 

 prima di affidarla alla buca delle lettere

 

 gialla con la tromba curva e nera.

 

 Come hai potuto scriverla, mi hai chiesto.

 

 Non sono mai riuscita a risponderti

 

 lo consideravo un mio diritto.

 

 

 

°     °     °     °     °

 

 

Sono stata tua figlia

 

avevamo la stessa forma del bacino

 

e qualcosa del mio viso ti ricorda.

 

Ti ho voluto un bene disarmato

 

come quello di ogni figliofiglia.

 

 

 

°     °     °     °     °

 

 

Nei tuoi cassetti si celebrava

 

il rito dell’eternità

 

foulard della bisnonna

 

guanti del mercatino

 

spille degli anni ottanta

fermacapelli art nouveau

 

resti di profumi in boccette omaggio

 

solidale convivenza di assenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Margherita Parrelli è nata a Roma nel 1967, dove si è laureata in filosofia ed è tornata a vivere dopo quasi venti anni passati tra Gran Bretagna, Francia e Germania. Ha lavorato come freelance per il Bayerischer Rundfunk, la RAI, Il Mattino di Napoli e come insegnante di italiano alla Volkshochschule di Monaco di Baviera. Attualmente si occupa di donne vittime di violenza ed è con sulente familiare. Ha publicato cinque raccolte poetiche: L’orizzonte tra le mani (Lieto Colle, 2011), Falling Down (La Vita Felice, 2014), Pene lope e Antigone – poemetto (La Vita Felice, 2017), Incontro (La Vita Felice, 2022), Tieni la pace in mano (Edizioni Rhegium Julii, 2022). Alcune sue liriche fanno parte di antologie e sono ap parse in riviste online. Per le sue poesie ha ricevuto diversi riconoscimenti.