Così è (se vi pare) di Piero Vannuccini- Lo Studio letterario,  INTERVISTA con un esperto, il prof. Roberto Batisti

 

Sonetto della Scuola poetica Siciliana sotto Federico II (uno dei primi esempi di scrittura poetica in volgare italico, XIII secolo)

 

Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’aggio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.

 

Giacomo da Lentini

 

 

LO STUDIO LETTERARIO – INTERVISTA

Per studio letterario possiamo intendere genericamente una impostazione scolastica e accademica rivolta a prodotti di letteratura (poesia, prosa), del presente e del passato, che ne analizza gli aspetti filologici, glottologici, grammaticali, lessicali, semantici, simbolici, stilistici, storici, filosofici, politici e tutto quanto può essere funzionale a un’immersione consapevole nelle opere. A chi e a che cosa servono? Per rispondere a questa domanda bisogna dividere i soggetti coinvolti in tre categorie: gli analisti/critici (e gli editori o agenti interessati), i fruitori (lettori, acquirenti) e i creatori (poeti, scrittori). Il mio approccio, a qualcuno risulterà evidente, non è quello di chi ha compiuto studi letterari, se non limitatamente alla Scuola secondaria fino al liceo classico, ma amo ragionare sulla realtà e chiedo scusa se nel mio approccio inserisco concetti troppo banali per chi è del ramo, o discutibili, nel qual caso prego appunto di discuterne interagendo. Proprio per tale motivo ho pensato di avvalermi dell’aiuto, in modalità di intervista, dell’autorevole figura del prof. Roberto Batisti, il quale, dopo gli studi in filologia classica all’università di Bologna (coronati dal dottorato di ricerca), ha proseguito il suo percorso professionale dividendosi fra l’insegnamento delle materie letterarie nella scuola superiore e l’attività di ricerca accademica nell’àmbito della lingua greca antica, e parallelamente portando avanti un’attività di critico letterario militante, con particolare interesse per la poesia italiana contemporanea.

N.B.-Nelle risposte sono anche contenuti degli hyperlink che rimandano a interessanti approfondimenti di argomenti citati.

 

 

Confermi la mia credenza che esempi di Scuola letteraria sono la Facoltà Universitaria di Lettere, con le sue varie specializzazioni, e il corso di Laurea Magistrale in Linguistica? Ce ne sono altre?

Quelli che citi sono sicuramente alcuni dei percorsi formativi di livello universitario (non tutti!) che offrono una formazione umanistica. Vero è che per chi non è dentro all’ambiente accademico risultano spesso confuse le opportune distinzioni tra Scuole (ex Facoltà), Dipartimenti, Corsi di Laurea, e anche fra gli stessi titoli di studio (ricordo un servizio delle Iene di alcuni anni fa da cui emergeva una triste, totale ignoranza su cosa fosse un dottorato di ricerca; e vedi il fenomeno tutto italiano per cui, dopo la famigerata riforma del “3+2”, chi ha conseguito una laurea triennale e poi la magistrale – ex ‘specialistica’ – nella stessa disciplina è descritto dai giornalisti, e a volte anche da sé stesso, come una persona “con due lauree”). D’altronde, la burocrazia universitaria, come quella scolastica, è spesso un magmatico rompicapo anche per chi la naviga quotidianamente. Comunque, al di là dei formalismi, essendo io ininterrottamente e a vario titolo parte di questo mondo da ormai vent’anni (argh!), non ho una percezione troppo netta di come esso venga visto da fuori. Forse come “un giardino di delizie e una spietata consorteria massonica” al contempo, ipotizzavo recensendo il bel romanzo autobiografico Il pieno di felicità di Cecilia Ghidotti (minimum fax, 2018), che fra le altre cose racconta bene ‘da dentro’ i travagli di una giovane ricercatrice precaria, e che consiglio a chi è curioso di questo mondo. Da parte mia, direi che non esistono tanto ‘Scuole letterarie’ con un’intimidatoria maiuscola, quanto, ripeto, vari percorsi che possono dare una formazione di tipo linguistico-letterario, sia pure con tagli diversi.

 

In quale o quali delle tre categorie (analisti, fruitori, creatori) ti collochi?

Tecnicamente, in tutte e tre, premesso che l’attività di fruitore è il presupposto essenziale e implicito delle altre due. Al momento, mi considero, anche per preponderanza quantitativa, più ‘critico’ (attività che svolgo con una certa continuità, fra saggi, presentazioni, recensioni, postfazioni, etc.) che ‘creatore’ (ho pubblicato poco, saltuariamente, non sempre in sedi ortodosse o col mio vero nome, e scrivo poesie a ritmi tutt’altro che serrati): ma non per mettere in ombra quest’ultimo ruolo, che intendo tener vivo in futuro, e che si nutre del dialogo con gli altri due.

 

  • Analisti/critici/editori: necessitano a tuo parere di una preparazione accademica il più possibile completa, tale da permettere loro di identificare contenuti qualitativi e innovativi dei prodotti letterari, saperli contestualizzare e prevederne l’impatto sui fruitori, più o meno selezionati?

Sì. Se per la pura attività creativa una preparazione tecnico-teorica, pur estremamente utile, non è sufficiente né necessaria, per quella critica è indispensabile. Questo, però, a prescindere che la preparazione venga acquisita – e l’attività critica esercitata – all’università o altrove.

Qual è, secondo il tuo pensiero, l’utilità di chi si occupa di recensire o in genere di giudicare i lavori altrui?

Molto semplicemente, è un’attività essenziale. Un ecosistema letterario in cui la critica fatica a respirare, non è sano (basta guardare alla situazione italiana odierna). Ma direi di più. Chiunque legga e scriva non può non essere, al contempo, critico, nel senso che esercita la facoltà di giudizio su ciò che legge, e – si spera – su ciò che scrive. La critica in questo senso va distinta dalla professione di studioso o filologo, che per uno scrittore è legittimo non voler intraprendere, così come è legittimo per uno studioso di mestiere non esercitare anche un’attività creativa in proprio. Ma se questa ‘separazione delle carriere’ è comune e forse inevitabile in una società moderna (sebbene non sarà un caso che molti dei più grandi scrittori, da Dante a Leopardi a Baudelaire, a Proust a Eliot a Montale…, siano stati anche acutissimi critici pur senza essere accademici di mestiere), sarebbe fuorviante pensare che possa darsi una separazione fra i ruoli di chi legge, chi scrive, e chi esercita il proprio senso critico: un po’ come, nel linguaggio, è artificiale (seppur necessaria) la separazione tra il ruolo di parlante e quello di ascoltatore, visto che tutti noi siamo costantemente l’una e l’altra cosa.

 

  • Fruitori

(Non necessitano di trattazione separata dal momento che l’intervistato li include nelle altre due categorie)

 

  • Creatori di arte letteraria o di altro genere (musicale, visivo, teatrale) possono uscire sia da studi accademici dedicati che da puro talento, unitamente a esperienze di vita?

Assolutamente sì! Una preparazione accademica non è precondizione necessaria – né sufficiente – per creare opere di valore. Può avviare a letture formative che altrimenti non s’incontrerebbero, e fornire una serie di ferramenta linguistiche, metriche, stilistiche utili a chi scrive: ma sono tutte cose che si possono acquisire anche al di fuori dell’università. Ricordiamo, per stare banalmente sul più canonico Novecento italiano, che Gadda era ingegnere, Montale non era laureato, e che, si parva licet, molti ottimi autori odierni non hanno fatto studi specialistici a carattere letterario.

È essenziale per loro avere indossato i panni del fruitore, cioè avere letto, avere ascoltato musica, avere osservato disegni, dipinti e sculture, avere assistito a rappresentazioni?

Direi proprio di sì. Per quanto talento naturale si possa covare dentro di sé, e pur sempre riconoscendo che in tutte le arti emerge ogni tanto il genio brado, il naïf, l’outsider, tuttavia avere meditato l’opera altrui e avere una cognizione dell’orizzonte entro cui ci si muove è essenziale per evitare di produrre opere ingenue e kitsch. È diventato un luogo comune dire che in Italia si scrive troppo e si legge troppo poco, e non son sicuro che ciò sia sempre vero (ad esempio, nella mia esperienza gli appassionati di poesia sono spesso lettori ‘forti’, attivi e curiosi; il problema, semmai, è che tutti gli altri lettori non conoscono quasi nulla della migliore poesia contemporanea). Però, repetita iuvant: se non si è letto quel che hanno scritto e vanno scrivendo gli altri, anche qualora si possieda un grande talento si rischia, nel migliore dei casi, di rifare inconsapevolmente il già fatto.

Partendo dalla constatazione storica che una formazione accademica non è indispensabile alla creatività letteraria, si apre una discussione con chi afferma che addirittura essa sarebbe controproducente, in quanto inibirebbe il flusso spontaneo dell’espressione emotiva tradotta in parole; qual è la tua posizione su questo punto?

Non sono d’accordo. Come ho detto più sopra, penso che una formazione accademica in àmbito linguistico-letterario possa solo arricchire il bagaglio di strumenti e competenze di chi aspira a scrivere. Se in quella persona una vocazione alla scrittura c’è, sarebbe probabilmente emersa comunque, ma tali strumenti aiutano a esprimerla meglio. Di solito, lo spontaneismo espressivo non produce arte memorabile: meglio, quindi, dotarsi di tutto ciò che aiuta a contenerlo, indirizzarlo, affinarlo. Detto dell’utilità degli studi per l’arte, il danno che – casomai – può venirne non sta, a mio avviso, nell’inibizione di un’espressività sorgiva, quanto nell’assimilazione troppo acriticamente entusiastica di un determinato modello stilistico o di una determinata teoria filosofico-letteraria. Spesso, a diciotto o vent’anni ci s’innamora follemente di un autore o di uno studioso, magari proprio perché s’incontrano docenti abili e appassionati che ce ne fanno innamorare. Col rischio di farsene troppo condizionare: lo stile diventa oggetto d’imitazione pedissequa, la teoria diventa gabbia cognitiva e concettuale.

Forse può esser più interessante riflettere sulla mia esperienza concreta, abbandonando il terreno delle generalizzazioni. Nel mio caso, gli studi accademici che ho intrapreso – e di fatto mai abbandonato, dal momento che ora faccio ricerca nello stesso àmbito – sono stati sì di tipo umanistico, ma specificamente antichistico, e oltretutto con un orientamento assai ‘tecnico’, filologico e glottologico, più che letterario. Ciò ha fatto sì che l’interesse per le letterature contemporanee restasse sempre per me una passione collaterale, sicuramente connessa in molti modi con ciò che studiavo, ma tendenzialmente separata. E penso quindi di averla potuta coltivare cogliendo i vantaggi di entrambe le situazioni: mettendo a frutto l’accresciuta consapevolezza linguistica e le variegate suggestioni culturali che venivano dai miei studi, ma sempre concedendomi la libertà e la leggerezza che spettano a un (serissimo) hobby individuale.

Penso che questo percorso abbia avuto conseguenze tanto sul mio stile come poeta che sul mio approccio e i miei interessi come critico. Nelle mie poesie, ad esempio quelle confluite nel libro sperimentale a sei mani Hula Apocalisse pubblicato da Prufrock spa nel 2018, le allusioni storiche o i brandelli d’erudizione sono spesso tema e materia (anche ‘bruta’) della scrittura; non però per volontà di far sfoggio d’erudizione, ma perché inevitabilmente li assorbivo come parte del mio quotidiano. Non a caso, il riuso che ne faccio è idiosincratico, sovente scanzonato e comunque senza speciali riguardi filologici, non diverso da quello che posso fare per citazioni di tutt’altra e meno nobile provenienza (fumetti, videogiochi, trash internettiano, saggistica parascientifica, graffiti sul sedile di un bus…): ci tengo molto a non essere (percepito come) un ‘poeta classicista’.

Da critico, in diversi interventi mi sono invece interessato a quei poeti che, in anni recenti, per parlare di sé e del mondo d’oggi hanno sfruttato un’erudizione di tipo storico o filologico-linguistico, facendo rivivere episodi dell’antichità, indagando da archeologi le stratificazioni del paesaggio, o interrogandosi sul destino di popoli e idiomi scomparsi. (Last but not least, a riprova della vitalità di questo filone, vorrei citare un buon libro di cui non ho ancora potuto scrivere – ma lo ha fatto ottimamente Roberto R. Corsi –: Le spente lingue di Damiano Sinfonico). Naturalmente, si tratta di una linea che suscita il mio interesse anche perché incrocia i miei temi di ricerca e ha consonanze con la mia prassi di scrittura. In altre sedi ho provato inoltre ad argomentare che questo apparente rifugio nel passato sia una strategia dissimulata per ragionare sul presente, evitando le tentazioni della cattiva retorica in cui tanto facilmente si cade quando si prendono di petto temi ancora scottanti di cronaca.

Per inciso, a Hula Apocalisse è capitata, per motivi simili, una sorte critica prevedibilmente ambigua: nelle prime recensioni si avvertiva una certa perplessità, se non addirittura disagio, verso una scrittura che sembrava elitaria e politicamente disfattista, “una consumata arcadia” di “poesie scritte sul banco nell’ora di Filologia italiana”. Io direi invece che erano le poesie di chi nell’ora di filologia prendeva appunti, e poi da grande ha cercato in essi le parole per rivolgersi ai dèmoni – quelli privati, e quelli che tutti possiamo veder svolazzare fuori dalla finestra. O per dirla con le parole di Marco Malvestio, complice – con Francesco Brancati – in quell’impresa: “un esercizio di erudizione al sangue: […] usare i temi e le forme della tradizione per parlare di qualcosa di molto presente, a me e non solo a me”. Non esattamente un’Arcadia! Mi fa piacere, infatti, che letture arrivate in séguito, come quella di Alessandra Corbetta su AlmaPoesia, abbiano riconosciuto la natura sperimentale e non disimpegnata del nostro libro, la cui “voluta complessità strutturale e compositiva molto riesce a dirci di fenomeni e cambiamenti in corso, fornendoci una chiave di lettura non scontata per quello che già sta accadendo e che tutti ci riguarda”.

Per tornare dal nostro caso individuale al tema generale dell’intervista: Hula Apocalisse non voleva espressamente fare letteratura generazionale né settoriale, ma era, di fatto, il libro di tre giovani studiosi di materie umanistiche (cosa che peraltro continuiamo a essere, solo un po’ meno giovani). Inevitabilmente rifletteva un approccio alla realtà che era a sua volta informato dai nostri studi. Nel suo piccolo, dunque, la contrastante ricezione del nostro libro può essere un buon case study dei pro e contro dell’accademia per la poesia.

 


 

Roberto Batisti, nato a Bologna nel 1985, dopo gli studi classici ha conseguito il Dottorato di ricerca in Culture letterarie, filologiche e storiche (Università di Bologna, 2014), l’abilitazione all’insegnamento delle lingue classiche nella scuola superiore (TFA II ciclo, 2014/15), e l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) come professore universitario di II fascia in Lingua e letteratura greca (2024). È docente di ruolo di latino e greco presso l’IIS “Paradisi” di Vignola (Mo).

Attualmente lavora come borsista di ricerca nell’àmbito del progetto europeo ERC “PURA. Purism In Antiquity” presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, e come docente a contratto di Storia della lingua greca (Università di Venezia) e Dialettologia greca (Università di Pavia). Tra i suoi interessi: linguistica e dialettologia del greco antico, storia del pensiero grammaticale antico, lessicografia atticista, linguistica storico-comparativa indoeuropea, metodi e modelli grammaticali per l’insegnamento delle lingue classiche, analisi stilistica e tematica della poesia italiana contemporanea.

Come critico letterario militante, scrive di poesia e altri temi culturali su “La Balena Bianca”, di cui è redattore dal 2020, e varie altre riviste. Ha pubblicato, con Francesco Brancati e Marco Malvestio, il libro di poesia sperimentale Hula Apocalisse (Ed. Prufrock spa, 2018).