SPAZIO | I LIBRI DI POESIA CHE CONSIGLIO:
“La parte arida della pianura” di Nino Iacovella (Pietre Vive Editore, 2026)

     

 

Ero in riva al mare e stavo leggendo un bellissimo libro di poesie quando, all’improvviso, un’onda è arrivata a sommergere me e il libro. Ora il volume è steso al sole, in fase di asciugatura, a sole quattro pagine dalla fine. Chissà se riuscirò mai a leggere quelle ultime pagine.

 

😱

Il libro si intitola La parte arida della pianura. È un libretto dalla copertina bianca, essenziale. In copertina non compare il nome dell’autore: si vede soltanto un albero stilizzato, opera di Raffaele Auriti, e il marchio della casa editrice Pietre Vive di Antonio Lillo. È una scelta editoriale che Lillo adotta quasi a suggerire un’idea di universalità dell’opera poetica svincolata dall’autore, come se la poesia dovesse precedere il nome di chi la scrive.

Solo alla terza pagina incontriamo finalmente l’autore: Nino Iacovella, poeta milanese ben noto nel panorama poetico contemporaneo e autore di altri libri di grande valore. Seguono una dedica a Massimiliano, «per gratitudine» – immagino si tratti di Massimiliano Damaggio – e poi una dedica autografa rivolta a me, purtroppo cancellata dall’acqua di mare in modo pressoché irreparabile.

 

Si arriva quindi all’introduzione, intitolata Anno Domini 2021. È una prosa di cui non viene dichiarata la paternità, ma che si presume appartenga allo stesso autore. Questa introduzione mi ha fatto pensare immediatamente a 2001: Odissea nello spazio. In effetti l’intero libro sembra costruito come un lungo viaggio attraverso la storia dell’umanità. Potremmo quasi definirlo 2021: odissea nel capitalismo, oppure odissea terrestre, o ancora odissea nel mondo contemporaneo.

Le sezioni che compongono il libro sono: Anno Domini 2021, Il bianco della pagina, Olocene, nuovamente Il bianco della pagina, Lande, Antropia, Dall’alto della storia, Entropia, Madre della violenza, Crash Test e La grotta di Lascaux. Chiudono il volume le note, i ringraziamenti e una breve nota biografica sull’autore.

Scopriamo così che Nino Iacovella è nato a Guardiagrele, in provincia di Chieti, nel 1968. La sua opera precedente è La linea Gustav (Il Leggio, 2019). È inoltre tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion. Vive e lavora a Milano.

 

Sfoglio ora il libro con estrema delicatezza, quasi temendo che le pagine, ancora umide, possano disfarsi tra le dita.

Nella sezione Olocene incontro versi che sembrano raccontare la nascita stessa dell’umanità:

«Il respiro della pianura varcava i tramonti, le albe, una macchia di luce e il sole. Lì apparve la lunga coda degli umani, nomadi in cerca di nuova terra. Avevano il sale tra le labbra, portavano in spalla le radici di una pianta chiamata dolore.»

La poesia di Iacovella si muove continuamente tra mito e antropologia, tra memoria collettiva e presagio. Gli esseri umani compaiono come migranti originari, creature che portano già inscritto in sé il seme della sofferenza e della storia.

 

Poco oltre leggiamo:

«Una notte dischiuse il fuoco dal cerchio dei saggi. Un vecchio, tra sogno e delirio, aprì un varco nel buio.»

L’acquisizione della parola, del fuoco e del racconto coincide con la nascita della civiltà, ma anche con l’origine della violenza. Gli uomini che appariranno poco dopo avranno già sui volti «i segni di un alfabeto chiamato terrore».

 

Nella sezione Lande il paesaggio si fa più concreto e rurale. La terra, l’acqua, il lavoro umano diventano protagonisti di una riflessione sulla fatica e sul rapporto tra uomo e tecnica. È un mondo sospeso tra memoria contadina e modernità industriale, nel quale persino il silenzio sembra conservare tracce di un’antica sapienza.

Particolarmente bella è la poesia che si chiude con questi versi:

«Domani l’alba sfiorerà gli insonni, sarà come farli riemergere da un sogno, vederli nuotare sul limite che li tiene a galla, come fosse la linea di superficie dell’acqua, come fosse l’orizzonte di questa pianura.»

Qui la pianura diventa una metafora esistenziale: uno spazio apparentemente uniforme che coincide con il fragile equilibrio della vita.

 

Con Antropia il libro entra nel presente. La nebbia, i reticolati, le strade che si diradano evocano un paesaggio contemporaneo fatto di esclusioni e confini. È probabilmente una delle sezioni in cui emerge con maggiore forza la dimensione politica dell’opera.

Ancora più incisiva è la poesia che inizia con l’imperativo:

«Spegni la luce mentre il mondo accade a due passi dal telecomando.»

In pochi versi Iacovella costruisce una critica feroce alla società dello spettacolo e dell’informazione permanente. Il notiziario diventa un pugnale che incide cicatrici; la religione, il farmaco e il consumo sembrano fondersi in una stessa liturgia domestica del conforto e della paura.

 

Nella sezione Dall’alto della storia il poeta apre con il mito classico. Sparta, Troia, Elena, gli Achei: il mondo antico non viene evocato come repertorio erudito, ma come specchio del presente. Le guerre, gli assedi e le conquiste continuano a ripetersi sotto altre forme.

 

Arrivando a Entropia, il libro assume toni apertamente satirici. La lingua si fa più complessa e corrosiva. Il lessico aziendale invade la poesia: organigrammi, risorse umane, amministratori delegati. Il mondo del lavoro contemporaneo viene rappresentato come un sistema disciplinare in cui l’efficienza ha sostituito ogni altro valore.

Particolarmente efficace è l’immagine delle «risorse umane accucciate sotto le scrivanie» e delle «formazioni a testuggine» che avanzano sotto gli strali dei dirigenti. L’antica guerra e il moderno management finiscono per apparire come due manifestazioni dello stesso impulso al controllo.

 

A questo punto della lettura si comprende meglio il titolo del libro. La parte arida della pianura non è soltanto un luogo geografico. È una condizione storica e spirituale. È il punto in cui il progresso incontra il proprio deserto, dove l’umanità, dopo aver conquistato il fuoco, la parola, la tecnica e il mercato, si ritrova a interrogarsi nuovamente sul senso del proprio cammino.

 

E mentre il mio esemplare continua ad asciugarsi al sole, con le ultime quattro pagine ancora incollate dall’acqua di mare, mi piace pensare che questo incidente sia diventato una sorta di estensione involontaria del libro stesso: un’opera che parla del tempo, dell’erosione, della fragilità delle cose umane e della loro ostinata capacità di sopravvivere.

 

Ma proseguiamo.

 

Nella sezione Madre della violenza il libro affronta direttamente il tema dell’omicidio e della brutalità umana. Le poesie assumono spesso la forma di una cronaca trasfigurata, dove il dato storico e il dato giudiziario vengono attraversati da una tensione etica e poetica.

Una delle più intense è Cronaca nera, che appare chiaramente dedicata a Pier Paolo Pasolini. La poesia evita qualsiasi retorica commemorativa. Ciò che resta sulla scena è il paesaggio dell’abbandono:

«La notte devia il corso delle povere cose rimaste abbandonate: un cartello rotto, un tubo di ferro, corpi contundenti accanto a un volto sfigurato.»

L’attenzione del poeta si concentra sugli oggetti e sui resti, quasi che la violenza sopravviva nelle cose più ancora che nei racconti. Colpisce soprattutto l’immagine del volto ridotto a «un disegno sbagliato che nessuno riesce a cancellare», metafora terribile dell’irreparabilità del delitto.

Seguono altri testi dedicati a vittime di omicidio: una donna, una prostituta, una condannata a morte e il suo carnefice. Il poeta sembra interrogarsi continuamente sul rapporto tra colpa, giustizia e violenza istituzionale, mostrando come spesso la distinzione tra vittima e carnefice venga inghiottita da una stessa oscurità.

 

Con la sezione Crash Test il libro cambia nuovamente prospettiva. Se nelle sezioni precedenti l’attenzione era rivolta alla storia collettiva e ai grandi movimenti dell’umanità, qui il focus si restringe su persone fragili, disabili, caregiver, operatori che condividono quotidianamente esperienze di dipendenza e assistenza.

È forse una delle parti più sorprendenti dell’intero volume.

Nella poesia che si apre con i versi

«Resta poco tempo per un canto che rompa il silenzio dell’attesa»

il poeta descrive il trasporto di persone con disabilità mentale senza alcuna indulgenza sentimentale. La forza del testo nasce proprio dalla capacità di guardare una realtà difficile senza addolcirla e senza spettacolarizzarla.

Particolarmente intensa è l’immagine finale:

«le nostre e le loro voci si divaricano dall’unisono, come nei gemelli siamesi il battito di un cuore che si biforca in solitudini inseparabili.»

È una delle definizioni più efficaci dell’incontro con la disabilità che compaiano nel libro: una vicinanza assoluta che non coincide mai con una vera fusione, una distanza che continua a esistere proprio dentro la relazione.

Ancora più significativa appare la lunga poesia Ascensione. Qui il poeta sembra raccontare l’ingresso di nuovi operatori o volontari in un mondo che nessuno può davvero comprendere prima di averlo attraversato.

«Che nessuno dica ai novizi cosa li aspetta.»

L’incontro con il corpo disabile viene descritto come una vera e propria esperienza iniziatica. Le immagini sono crude, a tratti persino spietate, ma mai disumanizzanti. Al contrario, proprio la rinuncia a qualsiasi idealizzazione restituisce dignità alle persone descritte.

Nella quarta parte del poemetto compare una straordinaria immagine liturgica:

«Sale lenta la pedana, le nostre teste seguono il corpo innalzarsi.»

L’elevatore meccanico diventa un altare; il gesto assistenziale quotidiano si trasforma in rito; la cura assume una dimensione quasi sacra. Il titolo Ascensione trova qui il proprio significato più profondo. Non è il corpo a elevarsi soltanto. Sono anche coloro che assistono, che imparano a riconoscere nell’atto della cura una forma di appartenenza comune.

 

L’ultima sezione, La grotta di Lascaux, sembra offrire una sorta di approdo finale. Il titolo richiama le celebri grotte francesi che conservano alcune delle più antiche testimonianze artistiche dell’umanità. Non è difficile capire perché Iacovella scelga proprio questa immagine per chiudere il libro.

Dopo aver attraversato l’origine della specie, la nascita della parola, la violenza, la guerra, il lavoro, il capitalismo, la malattia e la fragilità, il poeta torna al nucleo elementare dell’esistenza: una casa, una coppia, un figlio.

L’ultima poesia è una delle più belle e più commoventi dell’intera raccolta.

Un uomo veglia nella notte mentre la neve cade. Osserva la donna e il figlio che dormono. Il tempo sembra improvvisamente contrarsi e dilatarsi insieme: quella stanza domestica diventa la continuazione di tutte le notti attraversate dagli esseri umani fin dall’inizio della storia.

«Abbiamo in grembo un figlio che torna a nascere e siamo soli, un uomo e una donna in cerca di riparo, come da millenni i primi uomini negli inverni freddi e spietati.»

In questi versi si ricompone l’intera architettura del libro. L’umanità che avevamo incontrato all’inizio, durante l’Olocene, ritorna alla fine. Il viaggio si chiude dove era cominciato: presso un fuoco, un rifugio, una famiglia.

L’ultima immagine è quella di qualcuno che vorrebbe lasciare un segno sulle pareti della propria casa, come gli uomini preistorici sulle pareti di Lascaux:

«Il calore dei corpi farà da testimonianza, un segno di vita in una terra graffiata dal gelo e dal distacco.»

Forse è proprio questa la definizione più esatta della poesia secondo Nino Iacovella: lasciare una traccia del proprio passaggio. Non un monumento, non una celebrazione, ma un segno umano, fragile e temporaneo, destinato a resistere per quanto possibile contro il gelo del tempo.

 

E così, paradossalmente, il mio esemplare bagnato dall’acqua del mare sembra essere diventato parte della lettura stessa. Per qualche ora ho temuto di perdere le ultime pagine. Invece sono riuscita a leggerle. E mi fa piacere che sia andata così, perché questo finale restituisce una chiave di lettura dell’intero libro. Dopo aver attraversato la storia, la violenza, il potere e l’entropia del presente, ciò che rimane non è una teoria del mondo, ma il gesto antichissimo di custodire qualcuno nel buio, attendendo insieme l’arrivo della luce.

 

 


Nino Iacovella è nato a Guardiagrele (Chieti) nel 1968. La sua ultima opera in versi è La linea Gustav del 2019 (il Leggio Editore, Chioggia). È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di poesia. Vive e lavora a Milano.