Prefazione di Ivano Mugnaini a:
INTINGO LE DITA NELLA PAROLA
di Donatella Nardin
(Macabor Editore)

“Vieni, saremo solo noi due / – diceva l’ombra assisa / sulle spalle ossute del tempo – / vieni, diceva, in quel punto / perfetto di luce in cui, / affratellati, saggiare eternità / e bellezza.” Questi, versi tratti dalla poesia “L’attesa”, aiutano a cogliere alcuni nuclei tematici della raccolta, o più esattamente ci mostrano alcuni simboli, spesso contrapposti, in un dialogo che possiede una direzione ben precisa, ineludibile. L’ombra assisa, quasi una rappresentazione grafica dell’uomo prostrato dallo scorrere degli anni e dagli eventi, si rivolge ad un destinatario che forse è la stessa persona di cui rappresenta la proiezione (un po’ come l’eliotiano J. Alfred Prufrock che sussurra a sé stesso “Let us go you and I”), e lo esorta a dirigersi assieme a lei in un punto ideale, ma anche esistente nella realtà, in cui, finalmente riconciliati e armonici, potranno saggiare eternità e bellezza.
Il verbo “saggiare” è sicuramente interessante e rivelatore. Trasmette l’idea di una verifica accurata, concreta, come se due concetti in apparenza astratti e impalpabili si potessero in realtà toccare. Tutto ciò ci riconduce al titolo della raccolta, possente e accattivante, e alla poesia eponima, collocata all’inizio del libro, subito dopo l’Esordio. La riporto qui nella sua interezza in quanto racchiude in sé molti punti cardine su cui vale la pena soffermarci: “Intingo le dita nella parola / come in una luce ribelle / per dare voce a qualche oscurità, / per smentire le assenze, / le cose perdute e perdonate, / in comunione e tenerezza, / gli amori fatti a pezzi / e poi inghiottiti con il coraggio / della fragilità. / Compagna del mio poco / e del mio nulla, scrivo / come respiro, le note acerbe / infilate nella gola, nel pallido / gioire canto la poca vita / che mi resta e senza pelle / quel sentire clandestino / e senza un dove l’altrove / che chiama in pienezza / e verità.”
È una danza di contrasti, la lirica in questione, ma anche il libro nella sua interezza. La comunione e la tenerezza si affiancano agli amori fatti a pezzi e inghiottiti dalla fragilità. E le note della malinconia e della solitudine si infilano nella gola, nel gioire, pallido, della poca vita che resta.
La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, il libro di Mario Praz divenuto da tempo un punto di riferimento non solo di un determinato periodo storico-letterario ma di un modo di fare poesia mostrando la linfa, il sangue e il sudore del vivere, del desiderare, dell’essere carne e ossa nel gorgo del tempo, genera qui, in questa raccolta, un’eco assolutamente singolare, di appartenenza talmente atipica da collocarsi agli antipodi lasciando comunque il sapore, il sentore di una correlazione fatta di sincerità di approccio più che di corrispondenza tematica.
In altre parole, questa raccolta scritta da un’autrice che, come sanno i suoi lettori e come testimoniano le sue opere precedenti, scrive versi raffinati, lievi e profondi ma mai gridati, in questo libro si è comunque inoltrata sul terreno di esplorazioni di sentieri ai margini di rocce taglienti. La ferocia del tempo, la lama del ricordo che consola ma logora e lacera, gli inganni di amori esangui e solitudini inesorabili, sono ritratti qui con mano lieve ma senza sconti. In questo suo libro, Donatella Nardin non si è accontentata di sfiorare la superficie delle cose e delle pagine. Stavolta ha scelto, forse per istinto o forse per necessità, di intingere a fondo le dita nella parola. L’immagine è chiara e non ammette edulcorazioni.
Il verbo intingere evoca immediatamente la presenza di materia liquida, più o meno densa ma comunque tale da dover essere penetrata, sentendone l’essenza e assumendola, tramite quella condivisione, quello sporcarsi, che è possente e simbolico. Chiaramente l’autrice non si snatura. Anche nell’atto di compiere tramite la scrittura il carnalissimo gesto, conserva lo stile a lei proprio, il controllo, la misura di impronta classica. Ma, in modo altrettanto nitido, evidenzia abissi e mete agognate, desiderate nel profondo. Mette in connessione tramite il filo rosso della poesia, la dimensione corporea e il pensiero, la riflessione sui gesti e sulle azioni che costituiscono il canto della poca vita che resta e “quel sentire clandestino / e senza un dove l’altrove / che chiama in pienezza / e verità.” Non è un caso allora che i versi di Antonio Machado tratti da Forse in sogno la mano scelti a fare da esergo alla raccolta recitino: “E umile venne fino al nostro labbro / un’onda di poche parole vere.”
Le dita sono quelle umane, quelle con cui si accarezza e si pugnala, si forgiano capolavori e si perpetrano atrocità. Ma, anche in ossequio a quella misura classica a cui si è fatto più volte cenno, quella che pervade i libri precedenti dell’autrice, tra cui Rosa del battito e L’occhio verde dei prati, vengono in mente anche altre dita, anch’esse pervase dalla bellezza, intrise di tempo e del desiderio di superarne i confini. “Dita rosa dell’alba” è l’espressione poetica riferita alla dea greca Eos, e alla sua corrispondente romana, Aurora. Il termine ha origine nell’epiteto omerico ῥοδοδάκτυλος, ossia “dalle dita rosate”. Questa espressione descrive il colore rosato che il cielo assume al sorgere del sole, quando Eos apre le porte del giorno per permettere al sole di iniziare il suo corso.
Eòs spalancava le porte al Sole per poter attraversare tutto il cielo da Est a Ovest. La dea Aurora si rinnova ogni mattina all’alba e vola attraverso il cielo, annunciando l’arrivo della mattina; nell’Iliade e nell’Odissea l’arrivo dell’alba è spesso descritto con la formula “apparve Aurora dalle dita di rosa”. Anche Dante Alighieri vi fa cenno nel Purgatorio nel canto II e nel canto IX dove è citata come “la concubina di Titone antico”.
Leggendo la raccolta si trovano molti passaggi evocativi, descrizioni pregevoli anche sul piano per così dire “coloristico”. Ma tutto in questa raccolta è orientato anche, in misura non secondaria, all’esplorazione tattile della realtà. Il che corrisponde, fuor di metafora, ad una ricerca senza sconti e senza edulcorazioni di verità, anche scomode, spesso dolorose. Non a caso, in questo contesto, viene fatto di osservare che la Sezione 2 del libro, denominata “Il tempo bianco”, si apre con l’epigrafe tratta dai seguenti versi di Wislawa Szymborska: “Non è troppo per me il sole, l’aurora? / Che cosa può farne l’umana creatura? / Sono qui un istante, un solo minuto. / Non saprò del prima, del dopo, non li avrò vissuti.”

foto di Paolo Zanardi
Puntualmente la Nardin si ispira ai versi della poetessa polacca e li fa propri, li interiorizza e forse è il caso di dire che li “somatizza” con uguale trasporto, dando vita a “Inevasive risposte”, la poesia che apre la Sezione sopracitata: “Il giallo acceso delle colline / appena inverate: / batte forte l’ignoto all’inizio / dei tempi – e dei corpi e dei venti / e spettinato il germoglio -. / Ma dove si stava prima di questo, / prima del mondo e di noi? / E dove si andrà? / Macchia lo sguardo d’inevase / risposte la mente, è un tracollo / improvviso intrecciato cupo / alla fronte, batte forte nel petto / un tempo bianco / che nulla trattiene e nulla dice”.
Il rosa idilliaco dell’alba qui diventa giallo acceso (forse il colore della pazzia, caro a Van Gogh) delle colline appena inverate, ossia da poco sorte e forse ancora dominate dall’opposto del vero, quell’ignoto primordiale che, ancora una volta, abbina la materia solida dei corpi e l’inafferrabile inconsistenza dei venti. Quel germoglio spettinato, oltre ad essere un’immagine esteticamente compiuta, potrebbe perfino richiamare il velleitario tentativo della ragione di assumere forma rispecchiando codici e geometrie troppo astratte e indecifrabili. Giungono a questo punto, ineluttabili, le umanissime domande sul dove e sul come, sul prima e sul dopo. L’assenza di risposte è una macchia che non si limita a stare in un angolo. Colpisce forte nel petto, spazzando via il colore e lasciando solamente un tempo bianco, privo di forme e colori individuabili, in grado solo di confermare un silenzio che niente lascia di sé, e di noi.
Senza compiacersi di autofustigazioni, ma con un omaggio reverente alla verità, per quanto scomoda e penosa, la Nardin guarda in direzione dell’abisso. Non si scorda la bellezza dei prati verdi e dei loro occhi incantati, né il battito tenace e struggente delle rose. Ma sceglie, qui ed ora, nei versi di questa raccolta, un approccio tattile, per cercare, nelle pieghe delle parole il bello perduto, quello ancora da inseguire giorno dopo giorno, ma anche il tempo bianco, privo di pupille, privo di espressioni in cui l’uomo possa specchiarsi trovando le chiavi per cogliere il senso del mistero o almeno per trattenere quello che, poco o tanto, giusto o sbagliato che sia, costituisce l’essenza del viaggio, il percorso e la meta.
Non impone verità assolute, la Nardin. Non esprime un ottimismo privo di dubbi o di chiaroscuri né, dal canto opposto, non descrive tenebre privi di spiragli potenziali di luce. Con questo libro, tramite parole che hanno saputo farsi “tattili”, razionali e dionisiache al tempo stesso, ha percorso le strade dei ricordi, della realtà nuda e cruda, ma anche del necessario e forse salvifico dominio onirico, “quel punto / perfetto di luce in cui, / affratellati, [possiamo] saggiare eternità / e bellezza.” Ha saputo e voluto esprime uno sguardo duplice e onnicomprensivo, per vedere al tempo stesso buio e luce, pena e speranza.

Al punto che potremmo dire che la poesia “Tu ed io” può essere vista non solo come una sorta di messaggio ad un destinatario di fondamentale importanza per l’autrice, ma anche, spostando l’ottica e il focus, come una sintesi dell’intero libro e come un dialogo dell’autrice con se stessa, con la coesistenza di stati d’animo contrapposti che sono in fondo la natura autentica della verità e della poesia: “Io, la tua vita, così traboccante / di colori e passioni / perennemente sopiti. / Io, la tua vita, come una fitta / colpevole dentro il respiro. / Tu ferma nell’acqua – sempre / slegata da me nel fluire veloce / degli anni – ed io a chiamarti / per nome nel fuoco e nell’ombra […] Forse solo quando i nostri bianchi / capelli ritorneranno fili / di pioggia e inizieranno / le gemme invernali a convocare / il distacco, unite ritorneremo / all’origine prima, nel regno alato, / medicato dal sacro, pieno / di viole e d’incanti, semplicemente / pieno di noi.”
Ivano Mugnaini



















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