Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Igor Bischi

Le repliche serali

Ripara i sipari sgualciti del teatro della vita.
Con un filo di ironia tagliente cuce la verità e il silenzio su tele vuote. Che dispone tra le poltroncine delle repliche serali, dove i bis le attraversano e si scompongono, come nell’esperimento della doppia fenditura. Lo spettatore altera la scena, soprattutto quando non è presente. La tua assenza in qualsiasi spettacolo cambia l’essenza della realtà. L’attore, a causa tua, è vivo e morto al tempo stesso.

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Senza titolo 112

Ascendo sulle tue discese, limito i danni, beccheggio sui rivoli di carta vetrata, e scendo ad ammirare dal basso le tue vette salate.

Mi abbandono alle veglie oniriche di battesimi ormai evaporati. Le messe sconsacrate e spente, poggiate sul frigo. Distrattamente. Che ancora colano candele d’incenso e marmo. E quel fantasma che mi ha parlato tanto di te. Ti portava ovunque senza che neanche ti accorgessi. Come il cane del vicino al ritorno dalle liturgie la domenica.

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Appositi stampi

La colpa non è nostra, come non lo è l’amore, la verità, il silenzio.
Noi non abbiamo nulla, neanche le mani, le illusioni, il suono dei pianoforti, le scorciatoie inconfessabili. Indichiamo la notte, e questo basta, non c’è altro su cui ragionare.
Se poni un obiettivo muore, perché la freccia lo colpisce o perché si degrada col tempo se non lo colpisce.
Il desiderio ha vita più breve, ma il meccanismo non cambia. Non abbiamo colpa, ma il non saperlo ci condanna ad averla. Quando emerge la coscienza, obiettivi e desideri si trasformano nei processi di respirazione cellulare. La sublimazione nei disturbi alimentari delle frustrazioni si tramuta in energia consapevole. L’oro torna ad essere un minerale, un gioco di luce e riflessi che riverbera l’eco di antiche tradizioni.
Se vuoi inventare la colpa disponi di tutto il materiale per forgiarla e assemblarla negli appositi e comodi stampi. Ma non puoi evitare che durante il processo di smaltimento finisca per invadere le spiagge, già colme di rifiuti e plastica.

Igor Bischi è poeta e compositore autodidatta di musica orchestrale ed elettronica. In gioventù ha studiato filosofia, e ha poi svolto un percorso professionale nel settore informatico. Attualmente si dedica allo studio della fisiologia umana. La sua scrittura poetica nasce da visioni che affiorano da un “altrove” simbolico ed è attraversata da una percezione del reale filtrata da una sensibilità neurodivergente. Vive a Firenze. Alcune sue poesie sono in corso di pubblicazione sulla rivista Gradiva – International Journal of Italian Poetry.

La parola prosopoetica di Igor Bischi sembra attuarsi nelle modalità di una liturgia desacralizzata e accessibile, il cui intendo principale è quello di gettare un’ancora di comprensibilità su fondali finora esplorati principalmente dalle scritture di ricerca. Le immagini utilizzate sono, così, riferimenti cartesiani, chiari e distinti, che però ostendono un significato non euclideo, perturbabile, indecidibile. In Le repliche serali, ad esempio, la scena teatrale diventa una sorta di laboratorio quantistico dove lo spettatore è assente e l’attore, come il gatto Schrödinger, è vivo e morto al tempo stesso. Qui la scrittura, sempre alterata dall’osservazione esterna del fruitore, mette in crisi la nozione di realtà come dato oggettivo, tale che in questa rivisitazione prosopoetica dell’indeterminazione heisenberghiana ciò che permane è la presenza dell’assenza; ma è in Senza titolo 112 che la liturgia si consuma in immagini domestiche e residuali: messe spente sul frigo, candele che colano distrattamente, un fantasma che porta con sé la memoria del sacro. È un paesaggio in cui il religioso sopravvive come eco, come ente svaporato nell’indistinzione, come fantasma che abita un quotidiano dove il luogo di questa trasfigurazione è la parola e la parola soltanto. In Appositi stampi la riflessione si fa ancor più filosofica: qui, la colpa non è originaria, bensì un prodotto effettuale, un artefatto che può essere forgiato e smaltito e che inevitabilmente invade lo spazio comune come rifiuto, rigetto, rimozione persino. La responsabilità individuale e collettiva si trasforma in detrito che contamina il mondo come la plastica sulle spiagge, senza rimedio né redenzione. Attraverso i tre testi si attua, in termini esistenziali, una sorta di climax ascendente di tensione individuale, scandita da un motore dialettico che prende il nome di assenza. E’ l’assenza dello spettatore, del sacro, della colpa originaria che a sua volta diventa, in cortocircuito, il motore di una nuova presenza: la scena alterata, la liturgia fantasma, la colpa artificiale. La scrittura di Igor Bischi assume la funzione di un dispositivo di sublimazione e smaltimento del perturbante che “lavora sotto”, che indaga le piaghe più remote e purulente della coscienza.