Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Ianus Pravo

*

come la testa prosegue la spalla
dell’estraneo egli l’estraneo
il sorriso che rallenta ogni azione
nella palude del suo significante
si forma in te
la sua forma
la sua forma muta di sangue
coalescenza guarita dal suo innascere
nella paternità della tua paternità
sono solo nomi
maktub è scritto
oppure Al Qadr? servi la necessità
marchi con la mano la rupe del tuo volto
les jeux du ciel
chiudigli gli occhi
gli occhi rimasero aperti
tra Shibuya e Akihabara Kamimachi Shoujo
dentro neon rosso sangue intermittenze azzurrro sangue
la spuma del capo inclinato sull’asse della spalla
vibrazioni di bianco nel rosso azzurro sangue
gli occhi aperti sul disprezzo del Dio
Mariendorf le leggere dita dell’erba
accarezzano i bordi del rettangolo di cemento
questo telone di fondo che
diviene osteomalacia del tatto
rosa rosae l’animale mangiatore di rose non ha
rose da mangiare eo itum introexitus
il vortice del tatto sulla forma-luce

*

l’uomo chiaro
la torcia innalzata sulle braccia
conserte di uno svogliato
Cristo l’uomo chiaro
in cima al trionfo
del suo multiplo
Kaspar
solus non est
per un oggetto ordinato non hai bisogno di una frase
per un oggetto ordinato ti basta il nome dell’oggetto
ma è il nome di un transito
il venir meno dell’oggetto nel nome
in ogni istante il morire nell’Ivan Il’ic
vedere l’essere visto
nel con-essere in cui si ostenta
come una dea stuprata
non si sparga nella sala il sangue di Chopin
una idea deformata
ogni chiarezza
di uomo

*

Augenblick

Mutter, ich bin dumm
l’orgoglio del castigo che così abbandona la colpa
questa tristezza che è la ferocia dell’allegria
nel battito di ciglia in cui una goccia cade al suolo
dall’orlo della brocca
Notre Dame des Fleurs ti copro di sputi come di rose
Notre Dame de Feu ti prego
allegrezza di Stammheim
allegrezza e trasparenza del potlatch-figlio
in cui sacrifichi l’energia della tua carne
nel gesto insistito su un oggetto inesistente
nel tuo tentennare nella tua falsità
nel cum-captum di forca&lupanare
nel cum-captum di instans&momentum
nella latrina di te figlia
sul rettile di te figlia
attorcigliata al tempo-brótos
all’inerzia dell’orgoglio non
sommato che allo spurgo del sorriso
ha annodato due volte la striscia sotto il mento
e ha lasciato la sedia

NOTE:

Mariendorf: è il cimitero in cui è sepolta Ulrike Meinhof.

Kamimachi Shoujo: “ragazze in attesa di Dio”, in Giappone indica giovani adolescenti che scappano di casa a causa di situazioni familiari critiche o abusi, rifugiandosi per strada o in locali notturni e offrendo compagnia o favori sessuali in cambio di un posto dove dormire.

ha annodato due volte la striscia sotto il mento / e ha lasciato la sedia: parole del rapporto medico sulla morte di Ulrike Meinhof.

Ianus Pravo è nato a Treviso, vive da molti anni a Barcellona (Spagna). Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi di poesia: Senz’arma che dia carne all’imperium, con Leopoldo María Panero, pref. di Andrea Ponso, note critiche di Paolo Valesio e Alessandro Polcri, SEF edizioni, Firenze, 2011 – (versione spagnola: El Ángel Caído Ediciones, Las Palmas de Gran Canaria, 2015); Il cervo giudicato, (postfazione di Maria Grazia Insinga), Anterem Edizioni, Verona, 2022; Plaga – Pro statuere , Edizioni dello Straniero, Napoli, 2024; Levkas (prefazione di Diego Riccobene), Il Convivio Editore, Catania, 2024. Nel libro Il tappeto e la farfalla. La poesia come evento antropologico, a cura di Cristiana Panella e Carlo Salzani (2026, Puntoacapo Editrice) è presente con il monologo teatrale “L’ira della rosa”. Ha tradotto in italiano, di Leopoldo María Panero: Narciso nell’accordo estremo dei flauti, Azimut Editore, Roma, 2005; Dal Manicomio di Mondragón, Azimut Editore, Roma, 2007; Peter Pan non è che un nome, (con Sebastiano Gatto), Poesie 1970-2009, Il Ponte del Sale Editore, Rovigo, 2011; Il cervo applaudito, EDB Edizioni, Milano, 2013.

Il trittico di Ianus Pravo che qui presentiamo, tratto dalla silloge inedita Catoptromanzie, si muove come un corpo che non ha ancora deciso se essere proprio o altrui: una fenomenologia dell’estraneità incarnata, dove vige la prassi mutazionale della coalescenza. La poesia di Pravo, lo sappiamo tutti molto bene, complicatamente accade. E accade sempre nel punto in cui il soggetto si scinde tra visum e visor, tra ciò che nomina e ciò che nel nome dilegua. Il dettato procede per giunture anatomiche, come se la lingua fosse un’articolazione che tenta di tenere insieme ciò che per natura implica una necessaria disgregazione. La spalla, la testa, gli occhi: non sono organi, ma punti di contatto tra identità e significante, dove l’estraneo è un innesto, un “maktub” che oltrepassa il fatalismo banale e si ostende come scrittura del corpo. Il riferimento alle Kamimachi Shoujo e a Mariendorf introduce una geografia del trauma lungi da qualsivoglia didascalia. Il neon rosso sangue e l’azzurro sangue, frequenze emotive, vibrano fotoni di un mondo che non concede riparo. L’osteomalacia del tatto è una diagnosi metafisica: la percezione stessa si ammorbidisce, perde struttura, diventa telone, superficie di proiezione, abbaglio dell’intelletto. Qui la poesia vibra nell’autarchia violenta di un corpo che si offre in pasto, come un passaggio, una trasmutazione del senso delle cose. Il Cristo “svogliato”, l’uomo chiaro, Kaspar: se la poesia di Pravo fosse semplicemente simbolica, intorteremmo tutti due parole d’analisi trita dipanando misteri poetici solo apparenti, e invece no: le figurazioni praviane sono sempre fondazionali di un intero universo, soprattutto quando si strutturano secondo lo schema dei residuati psichici o iconici (che poi sono lo stesso), come se la cultura occidentale fosse un deposito di immagini che hanno perso la loro funzione e chiedono di essere riattivate liturgicamente nel tempio della parola di cui Ianus, nascostamente, altri non è che il cerimoniere disilluso. Il nome dell’oggetto è in Pravo sempre un transito: l’oggetto muore nel nome, come Ivan Il’ič muore nella percezione del proprio essere visto. Qui Pravo lavora, quindi, sulla trasparenza fenomenologica dell’immagine: ogni figura è un multiplo, un riflesso che non si lascia fissare, se anche il sangue di Chopin è un paradosso: la musica come corpo, il corpo come musica, la chiarezza e distinzione che collassano nella teratologia oscura e confusa della realtà, laddove l’uomo chiaro è chiaro perché è svuotato, non perché illumini alcunché. Ed è in questa oscurità rivelatrice che la sezione in questione diviene una vera e propria meditazione sulla crisi dell’ontologia occidentale, sulla fantasmatica ormai ovvia e patente dell’oggetto. La terza parte, invece, è un istante che si dilata come una membrana viscerale ricolma di intere genealogie di colpa, sacrificio, eros, violenza. Nulla in Ianus Pravo è semplice orpello od ostentazione: le sue citazioni barocche e debordanti sono chirurgia della visione, incisioni spietate nell’escara dell’anima. “Mutter, ich bin dumm” è un ritorno al punto zero della soggettività, dove l’identità è un errore, una mancanza, una confessione. Forse. Notre Dame des Fleurs e Notre Dame de Feu aprono una linea Genet–mistica–politica, ponendo in essere l’accadimento di una santità rovesciata come una rosa sputata. Il potlatch-figlio è un’immagine potentissima: il sacrificio che esula la perdita come esibizione dell’energia, come gesto generatore di un vuoto fertile. Il riferimento a Stammheim e alla morte di Ulrike Meinhof introduce la dimensione politica di una sanguigna metafisica dell’atto estremo. La striscia annodata sotto il mento è un dettaglio che non si può leggere senza timore e tremore: Pravo lo trasforma in un segno, un punto di non ritorno dove il corpo diventa linguaggio e il linguaggio diventa corpo (morto). Il trittico, carnalmente, non a caso si chiude su un’immagine di torsione: il rettile, il tempo-brótos, lo spurgo del sorriso che rovescia sul malcapitato lettore i fluidi della putrescina di ogni semantica, di ogni univoca intenzionalità. È un Augenblick privo di salvezza, eppure rivela. Rivela soprattutto l’immensa significanza di un poeta visionario e schivo, vero outsider del verso in Italia, che andrebbe certamente, l’ho sempre detto, ben più lungimirantemente letto e considerato.