Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Danila Giancipoli
*
Brezza atlantica
Dovrebbe diventare tutto semplice a un certo punto
come prendere un aereo e bagnarsi le scarpe a Nazaré per sbaglio
sedersi sulla sabbia di grumi densi e interrogare un libro che si fa sacro.
Io non è che non ci penso
è che il futuro è diventato grande è diventato diverso.
Adesso voglio solo fare cose buone,
imparare la differenza tra Dostoevskij e Tolstoj
mentre dico a tutti
che comprerò una casa sul mare.
Appassionata e antica, mi si attacca sulla pelle
la Brezza Atlantica.
Ora che non sono più vergine di Oceano,
penso che andrà tutto bene
pure se il corpo cede.
Cartilagini consumate,
cicatrici in bocca
cicatrici dentro
vene troppo sottili
fortunata e quindi umana.
Guarire sembra possibile se l’acqua si racconta immensa
se posso abitare
coste straniere con rigore, con appartenenza.
Mentre lascio le scarpe ad asciugare
una signora ispanica mi parla a gesti
io credo abbia chiesto, timidamente ‒ com’è la sabbia.
Ho risposto go, go. It’s beautiful.
*
La strada per il porto
RM4493. ACQUILA MARINA. STEFANIA. E così via.
Mi sono innamorata delle strade per i porti, e dei porti.
Ho il cuore che pompa rinnovato,
eccitato da corde alberi e bandiere.
Mi piego per osservare e mettermi cose negli occhi
prue in fila e acqua che si rompe ai lati
‒ questo, è meglio dell’amore per un uomo.
Sulla strada per il porto ci puoi camminare con tutta la vergogna del mondo addosso:
tanto è sempre ora di partire.
Con la bocca sporca di cioccolata ordino caffè al Ducale,
dal cinema Fulgor non me ne voglio andare.
Fellini se lo teneva ai bordi del letto, coordinata di futuro
FILM E COLAZIONE ALLE DIECI E TRENTA
lacrime commozione vergogna di vite borghesi
LE ALI DELLA LIBERTÀ. FORREST GUMP.
Allora è vero,
che se ti sporgi oltre la periferia
trovi i miracoli.
Raggiungo l’erba del XXV Aprile e tengo il segno con una cartolina.
Foto color seppia di spiagge e mercati:
sempre più antica mi sta venendo l’anima.
*
Quello che fanno le mani, le cattedrali e la fame
Quando trascino la valigia sul treno, penso che a Dublino non ha piovuto poi così tanto. Prima pioveva di più ad agosto, e ci si poteva rifugiare in quella differenza bagnata. Adesso tutto brucia, su a Nord. Nella mia città, a me sembra che bruci tutto sempre. Me ne vado poi torno, continuo a tornare sempre per quella storia ‒ quella di accaparrarsi il paradiso. Io, la sensazione di casa, la ritrovo nelle facciate delle Chiese, giudicanti. A sua immagine e somiglianza, un disegno rigoroso di quelli che sanno punire. Dio si è fatto scolpire così bene, e io ancora nemmeno gli credo. Nei vinili incartati ‒ ci ho visto case possibili. Negli orologi ‒ ci ho visto la grazia delle case che non tornano; la grazia caduta dei padri; la grazia delle loro ombre. E noi qui a fingere amori codardi ‒ Samuel Beckett.
Nell’alba di Parnell Square, ci ho visto casa per sempre.
Non potete uccidere gli affamati ‒ preferiscono i sobborghi, preferiscono camminare. Se me lo chiedi, ti dirò che le ginocchia mi tengono in piedi; che le mani possono agganciarsi salde, al ferro più freddo delle città. Se me lo chiedi, ancora, ti dirò che non mi muoio di tutto questo perché c’ho le albe ad aspettarmi. Solo per questo, davvero. Non potete uccidere gli affamati, c’hanno le cattedrali dove ricordarsi che un momento di eternità, è meglio. Solo per questo, solo per questo.
Danila Giancipoli, specializzata in analisi del film e arte contemporanea, è laureata presso l’Università di Bologna con una tesi su Pier Paolo Pasolini. Lavora come storyteller e creative strategist. Nel 2025 ha fondato il podcast The Coffee Table, di cui è voce e autrice, e il blog Tavolo n.13: spazi dove unisce la divulgazione letteraria alle storie di viaggio (personali, e non solo). Tiene sempre le poesie di Raymond Carver sul comodino, per orientarsi con le stelle. La prima silloge Tutti i posti che ho chiamato casa (Gruppo Albatros, 2023) è pluripremiata nel 2024: Premio I Murazzi, Premio Internazionale Forma Cultura, Premio Metropoli di Torino. Nello stesso anno pubblica Cinema all’aperto (Interno Libri). Fame del mare è la sua terza silloge poetica.
Fame del mare (Neo Edizioni 2026) è un libro che, sulle prime, appare semplicemente come un diario di viaggio in poesia, una sorta di geografia emotiva dell’interiorità: nulla di nuovo quindi. Eppure, Giancipoli non cerca l’allegoria del viaggio né tantomeno indulge alla rarefazione calcolata. Piuttosto ricerca un contatto diretto con il reale, con le sue superfici salmastre, le sue città ferite, le nostalgie che non chiedono il permesso di affacciarsi alla coscienza. È una voce che si lascia attraversare dall’acqua come da un destino: “La nostalgia dell’oceano contiene tutto quello che ho sempre cercato: la malinconia, la speranza, il caos addosso”, dice l’autrice a Lisbona, sul fiume Tago (o Tejo, in portoghese). Le sezioni del libro sono di per sé città, e le città stanze dell’anima: Lisbona, Rimini, Torino, Dublino brillano di visioni e illuminazioni come ferite che non si rimarginano, per cui ogni pagina, alla fine, è un fotogramma epifanico della realtà. Il mare, come recita il titolo, è il protagonista, ma averne fame vuol dire dismetterne la semplicistica istanza metaforica e renderlo vera mancanza o promessa, amante, dio, pedaggio da pagare all’essere. E non si muore mai di fame in questa condizione esistenziale che possiede la peculiarità dell’immanenza: “Non potete uccidere gli affamati – preferiscono i sobborghi, preferiscono camminare”, dice l’autrice. La lingua è diaristica, diretta, impulsiva persino, ovvero priva di qualsivoglia filtro oserei dire letterario; in Giancipoli la forma coincide con la verità dell’esperienza, fatta di caffè, treni, alberghi, gin, scarpe piene di sabbia, libri comprati e abbandonati, corpi che cedono e ripartono. L’agens è un io poetante giovane ma non ingenuo, già stanco e affamato, che ha di gran lunga esperito la sobria fatica della disillusione. I temi, a dirla tutta, sono abbastanza usuali: il viaggio come identità, la sorellanza come faro intermittente, la letteratura come salvezza, il corpo come luogo di ferite e desideri, la nostalgia come forza che spinge avanti; ma il libro funziona perché è un manifesto di neo-autenticità in quanto esprime la poesia delle mani sporche, dei porti, dei ritorni, ovvero tutto ciò che l’agens ha visto, che è anche ciò che ha perso, mentre tutto ciò che ha perso è l’unica cosa che ha. Oltre la poesia narrativa, la scrittura diaristica, la letteratura di viaggio e di reportage, un’auto‑cartografia dell’anima così potente e matura sembra emergere proprio dalla paura di essere vulnerabile nella propria affamata vitalità, laddove la parola poetica, allora, diventa un riparo, si fa energheia, concrezione di forza, spiraglio di un’esperienza di verità.




















Lascia un commento