Amén di Sergio Daniele Donati

Il Leggio Libreria Editrice – Chioggia (Venezia), 2023

(Nota di lettura di Carlo Di Legge)

Leggendo il testo poetico, due immagini restano impresse. Una è a p. 37 (ma anche altrove, pp. 54 e 55, …), è sulla paura e sulla storia:

 

… La mia

è una paura gialla,

a forma di stella…

i fumi della storia…

di quella Storia…

 

Inoltre, nonostante si legga degli alberi che “si baciano in alto,/ troppo pudichi per mostrare/al mondo l’intreccio/delle loro radici” (58, 61, 90…) più forte torma l’immagine dei popoli in cammino, in cui c’è la storia se c’è la scrittura, e questo sembra vero per un popolo in particolare, come indicato nell’immagine a p. 81: come le radici della mangrovia.

 

Le nostre radici si nutrono

di cieli umidi e

simboli eterni giocano…

con gli sguardi dei nostri figli…

 

Così dunque le radici della mangrovia, abbandonato il pudore che riguarda gli altri alberi, secondo analogia, si rivelano benefiche e consapevoli. È nella tradizione dei testi sacri alla religione ebraica: l’impegno della scrittura, della tradizione-trasmissione dei rotoli e dei manoscritti (mikra), indica l’incalcolabile valore dato alla parola scritta e allo studio che la riguarda, affinché non venga dimenticata e anzi venga attivamente ricordata e tenuta presente. Le radici, per proseguire con l’analogia, venute all’aria e in luce come le fronde e i rami, hanno un noto effetto rigenerante nell’atmosfera e depurano della salinità l’acqua marina delle coste, su cui l’albero cresce.

 

A questi si legano diversi altri motivi, com’è stato rilevato in prefazione e in dialogo finale, sia esperienziali che sapienziali. Sono perlopiù chiaramente indicati in epigrafe alle sezioni. Menziono il silenzio (Esergo a p. 21…), che connetto al deserto dell’attraversamento, luogo “dove nulla è più, né è mai stato” (77) ma è, allo stesso tempo, “luogo sacro della gestazione”, del tutto-e-niente delle pre-nascite; deserto-silenzio è l’attraversamento che prepara la nascita, l’indeterminato che preluce alla determinazione ma, a rigore, tale è anche ogni luogo, ogni luogo è in questo senso un non luogo, meno e più che un determinato qualcosa.

Il silenzio è l’insufficienza della parola (=balbuzie: la parola è insufficiente e inganna, mostra le cose come vengono dette (Aristotele) ma non “le cose come sono”, che, anzi, vengono in evidenza “dietro il velo di uno sguardo ebete” – 63). La parola cioè s-vela come ri-vela, secondo i noti passaggi heideggeriani –  il deserto si fa e ricrea ogni volta, rispetto alla derridiana metafisica della presenza (dunque della parola), con riguardo alla “evanescenza”, qui nel libro più volte detta; rispetto all’ipotesi (sempre di Derrida) del testo, i cui margini o limiti di senso sono considerati mobili, piuttosto che del libro, alla sua tesi dei limiti e della interpretazione che li sposta (v. Esergo a p. 79…).

Ora, quando la scrittura poetica non sia dedicata a un certo tipo di sperimentalismo, s’intende che un’arte dello scrivere viene qui anche in poesia impiegata: così dev’essere –  una retorica, cioè, intesa non nel negativo che è invalso oggi nell’accezione comune del termine ma intendendo che si connetta il discorso in modo da renderlo più efficace, nel modo migliore per dire il senso.  Così è anche in questo libro, in cui si scrive molto spesso per farsi comprendere; fermo restando che anche la migliore delle retoriche incontra il limite detto in precedenza, quel limite presente nell’effatum, che implica l’indefinito, incommensurabile oceano dell’ineffatum incalzante nella lingua. 

Foto di Sebastiao Salgado

Per noi, nel mondo secolarizzato, i valori dell’assenza e del silenzio, rispetto alle certezze, si fanno o possono farsi certezza dell’assenza e del silenzio. D’accordo, e c’è questo anche, mi pare, qui nel libro.

Ma come non vedere, anche nella rievocazione – “attraversamento”, si legge, di/con Cohen –  la presenza della tradizione; e proprio in quei versi su Cohen, la concezione della lode perfetta nella vocale più acuta, nella ripetizione a fine stanza: “Hai chiamato: eccomi, יִנְנִה “.

Le tracce della tradizione, anche nella menzione del “giudice implacabile” ma “cieco” che giudica con “ironia” (cors. nel testo, 57). Di quale giudice si tratterà qui? Cos’hanno a che fare la cecità, l’ironia con l’immagine che abbiamo della giustizia severa e puntuale del giudice delle scritture? Si sa che l’ironia è una prerogativa forte di questa tradizione e del suo popolo, e che ha diversi sensi. Qualcuno la rintraccia persino in certi passi delle scritture. Ma domando: non sarà “anche” una deliberata intrusione, in testo poetico, del disincantamento del mondo? E dunque, cos’ha a che fare con la “Storia”? Sì, credo possa essere questo. E cos’ha a che fare la trascendenza dell’innominabile rispetto all’immanenza che sembra implicita nel celarsi “tra radici/e foglie della quercia” (66)? Forse qui si profila dell’altro, che ognuno può seguire.

Chi legge è chiamato al rispetto per queste motivazioni e a seguire, se vuole, le suggestioni del pensiero dell’autore: per quella “Storia” con l’iniziale maiuscola, il quella è in corsivo, come si legge. E chi legge trova la presenza dell’altro: a che fare con il motivo dell’altro, è egli stesso “l’altro” rispetto all’altro. L’altro è io. Se l’altro è tale, io sono l’altro rispetto a lui.

Vi sono quindi, nel valore decisivo dato (anche in altri scritti dell’autore) al dialogo e all’altro, motivi del pensiero di Lévinas e di Edmond Jabès. D’altro canto, si noti l’andamento incalzante dell’epigrafe al libro, quel brano iniziale di Paul Celan, a partire dal “tu” che reclama l’interlocutore fin dall’esordio (“Parla anche tu”) e lo tien fermo in domandare ed esclamare: viene rilevato ampiamente in prefazione che l’andamento di tutto il libro di Donati è dialogico. L’altro è necessario.

E poi, una certa idea del simbolico. Si potrà connetterla alla menzione ripetuta della imperfezione del detto (“balbuzie”, non a caso: si tratta del detto, del parlato in particolare – non tanto dello “scritto”): perché nell’immediatezza del contingente, del dire, ogni cosa che è, ogni parola che è detta, rinvia in maniera più evidente a un alone di non-essere-questo e di ciò che è non-detto (v. intervista /dialogo con Gabriela Fantato, alla fine).

L’ultima parte del libro è quella degli “attraversamenti” nella e con la poesia perché si tratta di passare in  deserto e silenzio con il popolo a cui si appartiene, identificabile per via di una origine etnico-culturale illustre e puntuale anche nella poesia e in arte: il poeta attraversa deserto e silenzio di gestazione con il poeta.