A tentoni nel buio di Paolo Polvani / Nell’increspatura di un grido (note di lettura a La statua inesistenza, di Serena Mansueto, L’Arcolaio editore, 2024)
Maneggiare un libro di poesie richiede la stessa accortezza indispensabile a chi decida di mettere ordine in una cristalliera, una speciale delicatezza che impedisca rotture; in un libro di poesie prima ancora della maestria artigianale nel disporre le parole, si agitano le esperienze, vi vibrano le emozioni, i sentimenti più segreti e riposti, affiorano correnti invisibili ad occhio nudo, increspature sulla superficie che a volte sono ignote persino a chi le ha scritte.
Così in questo poemetto di Serena Mansueto, La statua inesistenza, mi colpisce la richiesta, contenuta nelle note finali libro: evitare di chiedersi se le vicende che hanno originato i versi attengano alla sfera privata dell’autrice, se siano sue esperienze dirette o meno: “Reputo oltremodo irrilevante, e secondario, per il lettore, rintracciare elementi di autobiografismo nei versi di questo libro: le vicende umane emergenti incarnano e simbolizzano sfaccettature comuni a moltissime persone, trovandosi il più delle volte, e inesorabilmente, nel sommerso del non-detto”. Ora, sebbene non sia possibile disgiungere i versi dalle vicende che li hanno generati, mi sembra rispettoso nei confronti della richiesta dell’autrice non addentrarmi nel rintracciare elementi di auto biografismo ma limitarmi alle impressioni, alle suggestioni rivenienti dalla tessitura testuale, dall’irradiarsi delle sensazioni di fronte alle parole disposte in forma di poesia. Dunque il primissimo annuncio contenuto nel verso che inizia il poema, è la presenza di un seme: “Piccolo, piccolissimo, il seme / ancorato come una goletta nella rada / crea il suo nido nel nucleo di luce”. Si tratta di un messaggero che scodinzola da vicino, si tratta di una “goccia-uovo” che “segna una devozione / un respiro al futuro”. Si tratta dunque di un annuncio e di una vibrazione che aspirano a una realizzazione. Siamo dunque in presenza di un evento che tende a ingrandire il mondo, e tornano alla mente i versi di una poesia di Rilke, Annunciazione. Le parole dell’Angelo:
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

foto di Laura Marie Cieplik
La responsabilità che comporta la nascita di una nuova vita, la trasformazione del corpo, il riflesso dell’esperienza sul duplice piano psichico e fisico, sono evidenziati nella struttura che l’autrice ha dato al poema: la prima poesia ha per titolo “interiore n. 1”, e nella parte iniziale prosegue la serie degli interiori fino al numero sette; mentre i titoli designati dalla parola “esteriore” arrivano fino al numero venticinque, e in questa seconda designazione sono ricompresi gli aspetti che riguardano l’ambiente, le persone che fanno da contorno alle vicende. Si parla qui del lato anfibio, del bagno nell’inquietudine, “Ma ogni spacco peserà aurore, tu le vedrai / tra nove mesi”.
Come vengono raccontati questi primi giorni dopo la scoperta? Segreto e ignoto sono aggettivi che danno voce al mistero della vita che germoglia, e “il lombrico ha un respiro / branchiale sotto l’humus della pancia” e l’autrice si domanda che “forma raccoglie / la cosa minima, la crisalide di pelle”. I versi si tengono stretti a un procedimento narrativo, a una cronologia, ci raccontano il procedere delle sensazioni, delle esperienze, delle visioni. Parlando della sua La statua inesistenza, l’autrice, ancora nella nota finale, parla di “un processo di ricerca e di impegno personale nei confronti della poesia, con un atteggiamento e un approccio maggiormente profondo rispetto al passato”. Non conosco le prove precedenti dell’autrice, ma avverto tutta la tensione nella ricerca del modo esatto di rivestire di parole le vicende di cui il libro si occupa. Già nella poesia che apre la raccolta, il termine “devozione”, e il verso successivo: “un respiro al futuro”, fanno presagire esiti formali di buona ed efficace consistenza, e anche una sufficiente padronanza di tecniche narrative che tengano stretta l’attenzione del lettore: “Ma l’imprevisto è una bocca aperta sul dorso / dei giorni”. Così apprendiamo che “lentamente / scolpisce due braccia due gambe una testa / lunare, il cordone celestiale / sotto l’ombra dei pini”. Negli anni scorsi la poesia ha registrato alcune prove molto buone nel descrivere la perdita, l’abbandono, penso, a puro titolo d’esempio, ad alcune bravissime autrici, come Patrizia Baglione, Francesca Del Moro. Anche in questo libro l’idea della perdita viene centellinata, somministrata per gradi, per passaggi minimi, fino alla dichiarazione esplicita:
Il tuo nome è impronunciabile
non ci sarai
nella composizione dell’alba, per la prima luce.
Così prende vita, a partire da una mancanza, da un abbandono, “la statua inesistenza”, titolo che stabilisce un bilico, la ricerca di un equilibrio tra l’interiore e l’esteriore, tra il dolore e l’ambizione, la tensione ad una accettazione. Non è facile districarsi, a livello formale, tra le diverse tensioni, eppure, nonostante la giovane età dell’autrice, il risultato appare maturo e degno del massimo rispetto, i sentimenti non vengono mai urlati, se ne avverte lo spessore nelle scelte lessicali, ritmiche, nell’atmosfera complessiva che avvolge lo svelamento delle vicende.
Ma in noi amore mio
rimane una risata paralizzata come la torta
in frigo e il festeggiato che non arriverà
a spegnere i suoi anni.

foto di Laura Marie Cieplik
interiore n.1
Piccolo, piccolissimo, il seme
ancorato come una goletta nella rada
crea il suo nido nel nucleo di luce.
Un messaggero scodinzola da vicino
sullo strato del vetrino, è la storia dei secoli
dei secondi fitti a ingrandire il mondo.
Uno solo insieme agli altri, un esercito
di foglie con i rami sguainati
e un frullo d’ali nella confusione di fedeli
abbacinati dalla goccia-uovo: come loro
segna una devozione
un respiro al futuro.
° ° ° ° °
esteriore n.14
Il tuo nome è impronunciabile
non ci sarai
nella composizione dell’alba, per la prima luce.
Ho perso una cosa mai detta.
Il male ha cominciato a prendersi l’aria
dal collo, La deglutizione è un colpo di vita
accade a me questa cosa accaduta.
Compongo il numero di mia madre. Sono lì
mollusco di cenere, l’elevarsi della carrucola.
Mia madre, mio padre – allineati come due abeti –
stanno per conoscere una storia, per toccare
la statua inesistenza.
° ° ° ° °
esteriore n. 22
Ho portato mio figlio – solo nella voce –
l’incastro della pancia sull’orlo dei vasi
la conversione delle ossa, un nuovo atrio
da arredare.
Il coro di ombre è fuggito dalla sua cesta
non resta che la strada levigata della collina
Tornano le mosche sui vetri
colonie di zanzare nei sottovasi.
Da lontano sposto le mani spezzando la luce
dalle forme unite
e come i rondoni non tocco mai le righe della terra
vivo nello stormo continuo
nell’increspatura di un grido.

Serena Mansueto ha esordito nel 2020 con la silloge Travestimenti (Eretica Edizioni). È stata inclusa nell’antologia della nuovissima poesia pugliese I cieli della preistoria a cura di Antonio Bux (Marco Saya Edizioni 2022). Suoi inediti sono stati pubblicati nel nono Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea (Raffaelli Editore 2022), nella rubrica La Bottega della poesia di Repubblica – Bari a cura di Vittorino Curci, su Atelier Poesia e Poesia Ultracontemporanea. È redattrice per Laboratori poesia e scrive per lit-blog e riviste letterarie. Una prima stesura de La statua inesistenza ha vinto il 3° premio, come silloge inedita, alla XXX edizione del premio Renato Giorgi.




















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