A tentoni nel buio di Paolo Polvani/ Nel caìgo de novembre
(Note di lettura a Quatro foto sul muro, di Francesco Sassetto, Arcipelago itaca Edizioni, 2026)

In Quatro foto sul muro alcune parole ricorrono: più volte incontriamo la parola “caìgo”, che nel dialetto veneziano significa nebbia. Nella tradizione popolare viene spesso associata a un’espressione di riscontro pratico come “ca me ligo” (qui mi lego), a indicare il momento in cui i naviganti in laguna, bloccati dalla nebbia fitta, erano costretti ad ormeggiare e legare l’imbarcazione per non perdere la direzione. Più verosimilmente deriva dal latino caligo (caliginis) che significa caligine, nebbia densa o foschia.
Indubbiamente la nebbia è elemento costitutivo del paesaggio veneziano. Iosif Brodskij, che di Venezia è stato appassionato e assiduo ospite, ce ne ha lasciato, in Fondamenta degli incurabili, una suggestiva descrizione: “La nebbia non cancella soltanto i riflessi, ma tutto ciò che abbia forma: edifici, esseri umani, porticati, ponti, statue. Il servizio dei vaporetti è sospeso, gli aeroplani non atterrano né decollano per settimane, le botteghe restano chiuse, la posta non arriva più. È come se una mano brutale avesse rovesciato come guanti tutte quelle infilate di stanze e avesse avvolto la città in quei tendaggi. La sinistra, la destra, l’alto e il basso si scambiano posto, e riesci a trovare la strada solo se sei del luogo”.
Ma in relazione a questa raccolta il caìgo, la nebbia, va oltre l’elemento costitutivo del paesaggio e si fa metafora del tempo presente, la domanda persistente che attraversa i versi è: ma come è potuto accadere che una città come Venezia si sia trasformata in una merce, in un prodotto di consumo? Il significativo titolo di una poesia recita: “i ga copà Venèssia”, e il primo verso è questo: “la ga compràda come ‘na putàna”. Venezia è sempre presente, in ogni testo è protagonista o comprimaria. E tuttavia il nebbione che avvolge le calli e i canali credo si possa estendere come significato all’intero tempo presente, e sottintende le domande che molti di noi si fanno: com’è potuto accadere che l’intero pianeta sia stato svenduto per gli interessi di pochi, com’è precipitata la situazione di degrado se le peggiori destre non fanno che rincorrersi giocando a chi si spinge più in là, a chi oltrepassa i limiti della decenza? perché viene continuamente ignorata la tragedia del disastro climatico?

foto di Fulvio Roiter
Nella postfazione Alfredo Rienzi scrive: “Nella silloge Quatro foto sul muro, Francesco Sassetto conduce il lettore attraverso un paesaggio che è insieme geografico e interiore, severamente attuale e al contempo intagliato in una nostalgia dura, con uno strumento – quel dialetto veneziano che negli anni sessanta “finiva néa scoassèra”, nella pattumiera – che non funge da mero ornamento folcloristico, ma è anche ora, più che mai ora, lingua necessaria, strumento indispensabile per incidere i materiali della realtà con la precisione di un bulino”.
Come in altri precedenti libri di Francesco Sassetto, nei versi si affacciano microstorie, Massud, “bengaèse nel cuor, / venessiàn nèa scarsèa”, che ha trovato il modo di far presto i schèi vendendo cianfrusaglie ai turisti, Giuseppe Corò “a l’anagrafe”, costretto a chiudere un negozio di scarpe per la richiesta esosa di aumento dell’affitto, ma “Bèpi no podéva pagar”, e il cuore gli è scoppiato; gli operai intenti a mangiare un panino seduti sui masségni, e figure familiari nel ricordo, il padre con le mani sporche di attrezzi, i giochi col pallone da bambino, quando la vita sembrava una palla che non va mai nella giusta direzione. Inoltre il riaffacciarsi di amori giovanili, quando ci si guardava negli occhi e non si fissava il display di un telefonino. C’è spazio anche per un gatto di casa sfortunato, cui la malattia impedisce di saltare giù dalla credenza.
Ma il vero protagonista della raccolta è il dialetto veneziano, quello che negli anni ’60, con l’arrivo del benessere, del boom economico, veniva dimenticato, anzi “finiva néa scoassèra”, nella spazzatura, el diaéto.
L’intera struttura poetica si regge su questa lingua del cuore e delle origini, indica l’esistenza di una patria fatta di parole che vengono da un lontano passato e da parole che pur nella loro novità sono inglobate felicemente nel dialetto, per esempio frigo tv termosifòn. Una lingua che funge da battito vitale del respiro, da circolazione sanguigna, non venata dalla nostalgia ma all’assalto coraggioso del presente, con l’ambizione di creare un mondo e donarlo a quanti si riconoscono nel dialetto e a quanti, pur non frequentandolo, ne ammirano la vibrazione costante e la duttilità, la docilità ed una innegabile vitalità inventiva.
Arricchiscono la raccolta sette fotografie dell’autore rielaborate da Manuele Elia Marano, sette foto in cui l’effetto nebbia appare alla ribalta, a sottolineare forse, ancora una volta, le incertezze del presente.

foto di Fulvio Roiter
i operai xe sempre là
sentài sui maségni a magnàr un panìn
a un bòto.
I xe quasi tuti albanesi, moldavi, neri,
i parla pòco mastegàndo pian
quèo che se dise no se sa.
La ràbia de’na volta no
quéa no ghe xe più
o la tien dentro
nel fondo de l’ànema
che gnanca i òci la dise più.
- * *
E po’ rìva l’istà, el sol brùsa
càva el fià.
I operai sta sòto i masegni còi stivài
déntro al pòcio, e man de me pàre
nére dèi fèri a giustàr
el tubo grosso de l’aqua
che còrre la càe.
Bòmbi de suòr. la bòca tirada
el capo comanda cossa xe da far.
La gente passa de sono sesòra, no i vàrda gnanca.
Lòri sta là
sototèra
dove che el sol fa scùra l’ànema
e i òci tase.
Gli operai sono sempre là
seduti sulle pietre a mangiare un panino / all’una. // Sono quasi tutti albanesi, moldavi, africani / parlano poco masticando piano // quello che si dicono non si sa. // La rabbia di un tempo no / quella non c’è più // o la tengono dentro / nel fondo dell’anima // che nemmeno gli occhi raccontano più.
Poi arriva l’estate, il sole brucia / toglie il respiro. // Gli operai stanno sotto le pietre con gli stivali / immersi nel fango, le mani di mio padre / nere dei ferri da lavoro a riparare / la tubatura dell’acqua / che attraversa la calle. // Madidi di sudore, le labbra strette / il capo comanda ciò che bisogna fare. // La gente passa di sopra, nemmeno li guarda. // Loro restano là // sottoterra // dove il sole fa scura l’anima / e tacciono gli occhi.
° ° ° ° °

foto di Fulvio Roiter
da fiòi se zogàva
Lo vedi il rumore di favole spente?
Lo sai che non siamo più niente?
Francesco Guccini
a balòn in campo, mai fato gòl
quéa volta
e dopo gnanca.
La vita paréva ‘na bala che no va
dove ti vòl, la còre via
no ti la ciàpi più.
I àni sessanta, se scominziàva a far un Paese
e desfàr ‘na cità, véndar la casa a Venèssia
‘ndàr in teraférma dove cressèva a grumi
fabriche case casermòni.
Rivàva el frìgo la tivù el termosifòn
finiva néa scoassèra el diaéto
come finìsse la giovinèssa come
se désfa ogni roba se fa pòlvare
paròe su bigliéti scanceài
quatro foto sul muro
da stàr a vardàr.
Da ragazzi si giocava
a pallone in campo, mai segnato un gol / allora // e nemmeno dopo. // La vita somigliava a un pallone che non va / dove vuoi, scappa via / non l’acchiappi più. // Gli anni sessanta, si cominciava a costruire un Paese / e distruggere una città, vendere la casa a Venezia / andare in terraferma dove crescevano a grumi / fabbriche case condomìni. // Arrivavano il frigorifero la televisione il termosifone / finiva nell’immondizia il dialetto // come finisce la giovinezza come / si disfa ogni cosa si fa polvere // parole su biglietti cancellati / quattro foto sul muro // da stare a guardare.
° ° ° ° °
dèsso riva tanti treni
ogni giorno
s-giònfi de gente
che vién par vegnìr
far casìn.
El treno che ciapàvo co tornavo da scuola
a Pregansiòl
– éa coréva da mi, òci de sol –
lo ga cavà.
Massa vecio
butà in qualche scoassèra distante.
El sta là a irrusinìr
co tute e robe finìe
sòra l’erba de catrame
nel siénsio ingeà.
ora arrivano molti treni
ogni giorno / colmi di gente / che viene per venire / / far confusione. // Il treno che prendevo al ritorno dalla scuola / a Preganziol // – lei mi correva incontro, occhi di sole – // l’hanno dismesso. // Obsoleto // gettato in qualche discarica distante. // Rimane lì ad arrugginire / insieme a tutte le cose finite / sull’erba di catrame // in un silenzio gelato.
° ° ° ° °

Francesco Sassetto risiede a Venezia dove è nato nel 1961. Si è laureato in lettere presso l’Università Cà Foscari con una tesi sul commento trecentesco di Francesco Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante. Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca con attività didattica e di ricerca ed ha conseguito, nel 1998, il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’interpretazione”. Insegna lettere presso il Cpia di Venezia (Centro per l’istruzione in età adulta), nella sede associata di Mestre.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto premi e segnalazioni. Suoi testi sono presenti in antologie, riviste, blog e siti web ed ha pubblicato sette raccolte di poesia: Ad un casello impreciso (Valentina Editrice 2010), con prefazione di Stefano Valentini, Background (Dot.com Press-Le voci della luna 2012), con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Valentina Editrice 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse, in dialetto veneziano (Samuele Editore 2017), con prefazione di Alessandro Canzian, Il cielo sta fuori (Arcipelago Itaca 2020), con un saggio di Stefano Valentini, Discanto, in italiano e dialetto veneziano (Arcipelago Itaca 2023), con prefazione di Manuel Cohen, contributi critici di Sandro Pecchiari e Monica Guerra e con cinque immagini di Manuele Elia Marano, Mart (puntoacapo Editrice 2025), con una postfazione di Alfredo Rienzi e quindici immagini di Manuele Elia Marano.




















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