A tentoni nel buio di Paolo Polvani | La grammatica ha i colpi di sole (note di lettura a A giugno l’afa è senza nome, di Nicola Cafagna, peQuod 2025)

In un articolo pubblicato da Le parole e le cose, col titolo Pragmatica della poesia non assertiva, Silvia Fantini traccia una linea di demarcazione tra poesia assertiva e poesia non assertiva: “Il contrasto tra una scrittura grammaticalmente comprensibile e una che fa della non comprensibilità una scelta di poetica ha attraversato la poesia del Novecento ed è oggi tuttora riconoscibile. La critica del secolo scorso coniava etichette come novecentismo e antinovecentismo, avanguardia, sperimentalismo, mentre negli anni duemila il dibattito si è spostato sulle definizioni di poesia di ricerca, assertività e non-assertività. La non-assertività è praticata da un testo che mette in crisi la funzione comunicativa, è una comunicatività non-comunicativa”. E più avanti definisce in maniera precisa le caratteristiche di entrambe le modalità espressive: “La poesia assertiva è, insomma, una scrittura dell’autenticità, cioè una poesia concepita come macchina per produrre un’illusione di autenticità, un’aura. Dà vita a un mondo che vuole coincidere con quello reale. Il mondo postulato dalla scrittura non-assertiva, invece, è una versione estetica del paradosso del mentitore: sembra che la poesia dica “questa poesia non è una poesia”. Esiste infine una posizione intermedia, quella che Mariangela Guatteri chiama “intermittenza”. “Un testo letterario è intermittente quando dispiega i suoi effetti in modo discontinuo, cioè quando un po’ conferma e un po’ elude le normali modalità di funzionamento del genere entro cui si iscrive”.
Questa lunga premessa per dire che la poesia di esordio di Nicola Cafagna sicuramente ci tira dentro, come scrive Pasquale Vitagliano nella prefazione, “una dionisiaca danza verbale”. Il postfatore si chiede: “Cosa vogliono dire i versi di Cafagna? Credo che non intendano dire nulla, senza essere per questo insignificanti”. Su quest’ultima affermazione non concordo in pieno. Indubbiamente non c’è quello che una volta si chiamava “la morale”. Qui il messaggio esplicito coincide col piacere della pura, libera creatività. A me pare tuttavia che alcuni nuclei di senso emergano dai versi, alcuni grumi di narrazione, in maniera intermittente, discontinua, e alludano, o almeno riportino, dati dell’esperienza dell’autore, in una sorta di autobiografismo per cenni, per graffi, per bagliori, per suggerimenti, e che la girandola verbale sia mossa dal vento della memoria, dei ricordi, delle esperienze sedimentate dalle quali si sprigiona l’energia che fa muovere il meccanismo della macchina poetica.
Come inevitabile che accada in un flusso verbale incontrollato, l’eros gioca un ruolo primario, e del resto lo stesso procedimento poetico ha sempre una connotazione erotica, sporto com’è in avanti nella pretesa dell’incontro con un destinatario, con un tu presunto, sia pure dentro un movimento di specchi: – tra le dita gli artigli snocciolano / il rosario / della carne – e più avanti una fellatio strepitosa, e ancora: – turgore teoretico del pube / che mi stringeva il cuore / la schiena -; e poi il gusto verticale del piacere, e tutta la prima poesia proposta qui di seguito obbedisce a un impulso erotico: – le mie narici come fragole / sul tuo collo / annusano / le labbra socchiuse -. Una tensione erotica che la scelta lessicale, le giuste pause, le sporgenze ben calibrate, accompagnano ad una resa estetica efficace.

Portogallo 2024, Foto di Paolo Zanardi
Anche i riferimenti continui al corpo fanno parte di questa tensione, mettono in scena una presenza non casuale, come in questa bellissima sequenza: – ciliegie che luccicano nel piatto / in tavola come occhi che accorrono / dove ancora si ride -; e tutta una nominazione di parti del corpo, un’enciclopedia anatomica che suggerisce una presenza continua e una visibilità del corpo: le gengive in corteo sulla sponda del letto, le narici, le ginocchia infette, i piedi neri dell’inferno, la bocca aperta sul citofono spento, la nuca / nel sudore del collo / esausto, e poi le narici, le labbra, le dita, le pupille come ghigliottine, e acutamente sottolinea Vitagliano nella postfazione: “La lettura è assimilabile ad un viaggio continuo in un metaverso non tecnologico né artificiale”.
E anche il viaggio, inteso non in senso puramente metaforico, afferma la sua presenza all’interno dei versi: l’Europa al telefono, e più avanti, col “nostro inglese puntato in gola”: “Laggiù l’America è stanca / scalza / le aragoste al guinzaglio / dei dollari / del pensiero”. e descrizioni di panorami urbani: “mentre rovino da Trinità del Monti”, e ancora: “Prospettiva bucata sulla Neva”, e le isole Vergini allo specchio, e vengono chiamati in causa il Carso, e il Piave, dentro un elenco che sempre in maniera frammentaria riporta in superficie tratti di esperienze.
L’aspetto più interessante, dove forse la resa si presenta nell’abito della festa, sono i reiterati riferimenti alla letteratura e alla poesia, in un continuo rovesciamento a volte parodistico o comunque smitizzante: “Dostoevskij mi irride disteso / in vacanza / ai tropici”, “Giù per la quarta di copertina / finisce il mare” e poi “nel secco residuo le tamerici salmastre” e infine, infilato come una perla finale: “pio bove / che t’amo”.
Nel suo articolo sulla poesia non assertiva Silvia Fantini le riconosce la valenza di un’insurrezione quotidiana: “la non-assertività coincide con un gesto politico: l’opacità pragmatica combatte contro il paradigma della trasparenza usato dalla classe dominante come dispositivo di controllo. A quella trasparenza la scrittura non assertiva oppone una trasparenza solo apparente, perché è il risultato di una programmata opacità, ed esercita, così, una resistenza politica”.
Dunque motivi di discussione e di confronto continui in questa opera d’esordio di un poeta che ha dalla sua uno sguardo giovane e una promessa di ottimi risultati.

Portogallo 2024, foto di Paolo Zanardi
Macedonia di rimmel e canditi
Le mie narici come fragole
sul suo collo
annusano
le labbra socchiuse
di sospiri,
di pocket coffee
Amarene sui glutei
Monetine in fila indiana
tra gli special
che sputano luci
sui seni floridi
dei flipper
L’azoto in frantumi
L’urlo di Tarzan tra i gelati
in fumo
a Natale
una vita fa
° ° ° ° °
Urla senza apostrofo
Le calze bucate
lise
a quattro zampe sui carboni
di seta, al mercato
alla fiera delle nuvole di bava
che scoppiano
al convegno del progresso
e delle sorti pirotecniche
magnifiche
di cui ho bisogno
come di un filo di perle
per essere felice
° ° ° ° °
Parole che cadono a pezzi
come formiche che si dileguano
tra le intercapedini
nelle giunture del ghiaccio
che si scioglie
sul foglio bianco
Orrore dello stipite
in aula
lo scranno nell’olimpo
soglia dell’eterna canizie
Ma le tue labbra sono rigate di rosso
di menta
e le mie mani affondano
nel tuo sudore,
freddo
° ° ° ° °
Fonemi
morfologia del dittongo ignota
la crasi, tra le sbarre
alla pressa un pronome
bucato sul foglio
l’orizzonte
il predicato del disagio
della sintassi d’urgenza
assente
lo iato
il complemento, d’arredo
l’idea
° ° ° ° °
Erogenesi del dubbio
estetico
catecumenale il dolce far niente
la beatitudine oziosa degli endecasillabi
dei versi sciolti in rassegna
nel secco residuo le tamerici salmastre
bruciano ancora il futuro
il rombo dei motori in pegno
nel frigo i codici a barre
i desideri, pio bove
che t’amo

Nicola Cafagna è nato a Barletta, dove vive. A giugno l’afa è senza nome è la sua prima raccolta poetica. Altri suoi scritti e versi sono apparsi su blog e antologie quali “La poesia e lo spirito”, “Giustizia è poesia. Piccola antologia civile” e “Antologia Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio”, decima edizione 2024, risultando tra i poeti segnalati.




















Lascia un commento