A tentoni nel buio di Paolo Polvani/Fanno parte dell’atmosfera i mandarini verdi (Alcune domande a  Barbara Mastroviti su L’esame dell’inverno, Interno Libri Edizioni, 2026)

 

  • Per la scelta dei titoli adotti un criterio preciso? Che significato ha per te “L’esame dell’inverno”?

A quasi tutte le poesie contenute nella raccolta non ho affidato titolo e lo prendono dal primo verso, per lasciare al lettore libertà interpretativa Ma ci sono componimenti che lo hanno richiesto, allora il titolo diventa imminenza, anticipazione e al tempo stesso sintesi. Le poesie che hanno titolo sono soprattutto quelle alle quali do un connotato di insegna, che si veda da lontano. Sono, per me, abbastanza importanti e torno  “al Chiaro” il lago dove ho praticato canottaggio da bambina, luogo di natura, sport e condivisione.

“L’esame dell’inverno” – “chiede aiuto” – l’aiuto che si cerca quando si tratta di mettere nero su bianco, di trovare una soluzione. Il vomere è una parte dell’aratro che ara la Terra, è un lavoro di coscienza, lavorare se stessi in questo tempo qui, svellendo il superfluo e i dolori. Come chiedo in Spirito “Affinare, è questo che ci viene chiesto”?

  • In alcuni versi trovo tracce di autobiografia, per esempio -Le notti dei pensieri antagonisti-, -una serie di addominali prima della corsa-, quanta percentuale di autobiografia nei tuoi versi?

Trovi bene, questo richiamo trae forza poetica dai momenti in cui si consumano i pensieri nei loro contrari, in cui a trovarla una risposta chiara, si è fortunati. Non succede quasi mai. La percentuale, non la so, ma il vissuto preme più o meno consapevolmente nella scrittura. L’operazione metaforica è un esercizio di abilità poetica, usato in base al proprio stile espressivo, compare naturalmente; in questo accostamento c’è uno spiraglio dal quale filtra aria, luce, dipende. Una trasparenza, che penso sia libera di venire fuori e basta. In cui il lettore sente una identificazione o no. “Le notti dei pensieri antagonisti-, -una serie di addominali prima della corsa” nascono queste immagini da ricordi. Do lettura a una passeggiata nei vicoli del paese con il mio ragazzo, alle frasi di un libro che leggevamo insieme, alla metafora dell’amore, prima di lasciarci e correre via.

 

  • “Gennaio già ondeggia di grano”: certi tuoi versi appaiono come folgorazioni improvvise che illuminano l’intera raccolta. Credo di non essere il primo a rilevarlo.

Sono contenta di questa rinnovata osservazione. Sia Alessandro Franci in Dominio della Terra, che Alessandro Moscè in L’esame dell’inverno hanno rilevato queste rifrazioni, inconsapevoli per me. Questi stralci figurativi vengono da un’ammirazione incondizionata, questo sì. Lo sguardo che dilata un particolare, rompe uno stato solo apparentemente immobile.

“Ma gennaio già ondeggia di grano”, contenuta proprio nella sezione “In coda”, definisce la svolta che anticipa nei verdi fili d’erba, tutta la pienezza del grano, del frutto che è pane, rinascita concreta di vita, vera festa, colori. Una manifestazione futura, il germe di domani nel superamento dell’inverno, esperimento della vita, metamorfosi.

  • “In memoria / di chi ha camminato lì e fugge avanti”. Che importanza ha nei tuoi versi la memoria?

Ha un’importanza elevata, diciamo fondamentale. Quando non avremo più memoria, torneremo al nulla. Coltivare la memoria, è un fatto di presenza, è soprattutto questo lo scopo dei miei versi, li lego alla Terra, alle Persone sperando in una connessione che sia risonante per l’altro nella poesia. Perché tutta la memoria, la nostra e di qualsiasi essere, è impressa nel posto in cui viviamo. Dunque, si realizza un rapporto di reciprocità. Va scritta e ricordata a memoria la relazione indissolubile, anche quando si tenta nei modi più triviali di interromperla. Speriamo che la vita abbia sempre la maggiore. 

  • “L’infinito fidarsi”: il tema della fiducia ricorre nei tuoi versi, quanto è indispensabile la fiducia nella vita, e quanto la fiducia nella poesia?

Credo nelle persone e penso che la fiducia sia la maggior dimostrazione di umanità che diamo all’altro. La fiducia è ben riposta, fin quando non viene tradita, questa è una determinazione delle civiltà nella storia, nelle sacre scritture, e nella società di oggi. Ma è anche la scusa che innesca concatenazioni di odio e guerra perpetrati. Il perdono, non parlo del perdono religioso, è un’azione che purifica il pregresso, l’errore. Li annulla. Emancipa una visione dalla quale si riparte. Fidarsi è apertura, diffidare chiusura. In questa chiave si va avanti costruendo non distruggendo. Ma è difficilissimo da fare. E ancora una volta, la poesia svolge un ruolo sociale rilevante.

 

  • Gli angeli custodi sono presenti nella tradizione letteraria del ‘900. Ci sono poeti che hanno ispirato e segnato la tua produzione?

Questa domanda mi fa subito pensare a Cristina Campo, alla sua poesia “Sensi Soprannaturali”, e ad Angelo Maria Ripellino nella sua “Vivere è stare svegli”. Sono due poeti che amo, ma penso anche alla contemporanea Antonella Anedda con “Notti di pace occidentale”. Nelle mie raccolte, ci sono richiami che in pochi versi cercano di liberare l’immanente verso il trascendente. Madre Coeleste da “Appunti sulla poesia (verso libero)” – da questo libro, quella che citi Come fanno gli angeli custodi? e Mareggiare.

 

  • Una delle poesie più belle dell’intera raccolta ha per titolo Focolare. A me pare un inno alla stabilità, alla sicurezza, alla fiducia nella vita. È così?

Ti ringrazio, Paolo, per questa domanda. Pure in questa scelta, hai notato un passaggio importante nella relazione tra il mio vissuto e la poesia. Focolare entra, non a caso, nell’ultima sezione del libro “Ossigeno terzo elemento”, in cui sono le persone a dare il gusto e la ragione di vita. Qui, l’evocazione corre a visioni circondate dall’amore familiare, ai gesti di cura dei nonni. Non il superfluo degli accomodamenti moderni vince – nella visuale alimentare di fattibilità economica e commerciale, in cui si perde il gusto – ma la gioia dei giorni lontani, nello straordinario calore dell’imperfetto. Una fruttiera sbeccata, e qualche frutto ancora colto a mano, gli avanzi, insomma, che fanno il focolare. Da un punto di vista stilistico, questo testo conta molto sull’ossimoro che crea un paradosso temporale ed emotivo.

 

 

 

Furono vicoli e terrazze

le frasi sottolineate forte di Hesse

le notti dei pensieri antagonisti

l’orologio guasto che inquina il cassetto

e una serie di addominali prima

della corsa.

 

Sono tutte cose superate dagli eventi

dai vantaggi, dai viaggi

per il nostro successo

ma un fatto preciso ci fa riconoscere

lo stato precoce che racchiudeva gli effetti

di una storia,

la sua capacità di allungare i tempi brevi.

 

 

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Come fanno gli angeli custodi?

a tenerci nell’odore forte di umano

e avere colloqui riparatori

con la bestia che ci sveste

e lascia i brandelli.

 

 

 

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Le lumache mangiano l’insalata

tenera che pianto, ce n’è per tutti.

I cespi hanno le foglie erose

dal passaggio di una striscia di bava

che luccica. È il privilegio dell’orto

quel tratteggio astrale – il radicchio

amaro è l’unico che si salva.

 

 

 

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al Chiaro

 

 

Gara o non gara,

vivere di attimi. Il fischio era il premio

del percorso fatto.

Quanti pomeriggi al lago

nel segno dell’alga intorno al remo

che si toglieva a distanza come il pensiero.

 

Dopo la canoa,

a largo per l’allenamento si nuotava

in pieno maggio.

 

I salici davano una mano

per il sole sul pontile,

e il lancio del sasso in cerchi d’acqua.

 

 

 

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Focolare

 

 

Nel piatto grande ho messo le specialità

d’autunno,

sui pompelmi a quest’ora fulge la luce

il sole batte forte sul lato buono

della cucina,

moderna di attrezzi tradizionali.

Fanno parte dell’atmosfera i mandarini verdi

(ibridi chiamati arcobal) e non protesto più,

non protesto più di non ritrovare il sapore aspro

o zuccherino a sorpresa, non omologato

alla ricerca di mercato, all’obbligato soddisfacimento.

In un lampo, olfatto e mente fuggono alla credenza

sul piatto sbeccato con la mezza mela,

i cachi e le noci col mallo, il rosmarino.

Tra i due posti meno di mezzo secolo.

Cosa significa il lavoro umano lontano, non me

lo chiedo, lo perdo al market tra i kiwi spazzolati

l’uva, le mele cerate, i fichi d’india lisci..

A quest’ora, chissà dove saranno le spine

e dove i semi?

 

 

 

 

 

 

Barbara Mastroviti nata a Chiusi (SI) nel 1970, vive a Città della Pieve (PG). Si occupa di amministrazione contabile e gestionale. Ha integrato la sua formazione economica con studi di Lingua e Letteratura Italiana e Storia della Filosofia, presso l’Università di Siena. Ai fini preparatori ha frequentato corsi di lettura ad alta voce e di stilistica

poetica. Nel 2024 ha pubblicato le raccolte Dominio della Terra (Società Editrice Fiorentina) e Appunti sulla poesia (verso libero) (Il Convivio Editore). Di recente è uscita, in Romania, la silloge Ti darei gli occhi (Ti-as da ochii) Eikon-Cosmopoli. Finalista e premiata in concorsi letterari nazionali, terza al XXX Premio “Ossi di Seppia” (2024/2025), ha ottenuto menzioni d’onore ai Premi “L’Alloro di Dante”, “Città di Fermo”, “Terra di Virgilio” (2024).