A tentoni nel buio di Paolo Polvani/ E tra i sivoni della ceppaia un incendio di papaveri (note di lettura per Alla controra..Sulla Murgia sotto la pioggia, di Luigi Lafranceschina, Tabula fati editore, 2026)
Il libro di Luigi Lafranceschina presenta elementi che potrebbero indurre a facili critiche: appare rigidamente incasellato in una successione cronologica, inizia e si sviluppa partendo dall’ambiente circostante, dal susseguirsi dei ritmi stagionali; è inoltre strettamente autobiografico, dalla nascita all’infanzia e all’adolescenza, tratteggiando le figure dei genitori, del lavoro, dell’atmosfera familiare. Inoltre è intriso di nostalgia per la civiltà contadina da un bel pezzo defunta: abitudini, modi di pensare e di festeggiare la vita e la morte, l’asprezza e la precarietà del lavoro nei campi. Tutte modalità che difficilmente indurrebbero ad affascinare il pubblico, specie un pubblico giovane.
Tuttavia presenta un aspetto che ribalta questi assunti iniziali e ne fa un libro addirittura entusiasmante, oltre che indimenticabile, regala una lettura fragorosa come fuochi d’artificio estivi, si legge sentendo salire il piacere della creazione, ed è l’invenzione di una lingua.
Quale merito più grande per un poeta dell’invenzione di una lingua? Non è scritto in italiano, quell’italiano che si immagina trabocchi da un libro di poesia, e nemmeno è scritto in dialetto, modalità espressiva che negli ultimi decenni è riuscita a conquistare un discreto pubblico e a meritarsi l’attenzione di critici e di appassionati.
In che lingua è scritto? In una lingua mescidata, dicono gli esperti. A me sembra una bellissima, scoppiettante lingua che non esisteva prima: un italiano intessuto, innestato, infarcito di dialettismi, di parole che in molti casi neanche sospettavamo, un tessuto linguistico di pura invenzione e di purissima tradizione, sebbene i due termini appaiano contraddittori.
Alla luce di questa lingua luminosa il carattere strettamente autobiografico diventa assolutamente affascinante, le piccole vicende dell’autore bambino assurgono a universali, diventano patrimonio condiviso, almeno per tutti quelli nati tra gli anni ’50 / ’60. E per i più giovani?

foto di Giuseppe Palumbo
Per quelli sarà sicuramente interessante la scoperta di una civiltà contadina che molti assolutamente ignorano. Frequento da alcuni anni un gruppo di lettura composto prevalentemente da giovani. Queste ragazze e questi ragazzi non hanno mai visto un carretto trainato da un cavallo, spesso accompagnato da un cagnolino e da una lampada a petrolio che illuminava un esiguo tratto di strada, non hanno visto le tracce copiose che i cavalli lasciavano lungo le vie cittadine, non sanno che i cavalli condividevano gli stessi spazi dei padroni, alloggiavano nelle stesse case.
Non hanno visto le mandorle stese al sole ad asciugare, né i fichi ad essiccare sulle terrazze o nelle vie cittadine. Non hanno mai sentito parlare delle masciare, donne dedite a riti magici, a togliere e mettere fatture, a levare spaventi. Non hanno ricordi dei serti di pomodorini, di aglio, di cipolle appesi ai muri delle case.
In questo libro scoprono infiniti aspetti di quella civiltà che non esiste più, ma che è esistita fino alla fine degli anni ’70, allorché è stata soppiantata dalla civiltà industriale, quando da ogni sottano sottratto all’agricoltura arrivava il ticchettio delle macchine per le maglierie, per le scarpe, si affacciava un nuovo mondo.
In questo libro il nuovo mondo è la lingua:
Le matizze le sciarrette i pagghiari
i ciucci di fatica
con i calzoni a zompafossi
le lacrime e le gasteme
delle vendemmie sfertue
la voce e i cunti andighi
di chi non c’è più
E si racconta di quando “gli nzerti di agli / cipolle e peperoncini /e piènnoli di pomodori / si appendevano alla trave / sotto al soppalco”, e la scrittura come possibilità di memoria, di conservazione: “E scrivo per non farle sckattare / di raggia e di malangonia”.

foto di Giuseppe Palumbo
QUI SONO NATO
Qui sono nato e cresciuto
Dove il tempo si conta ancora
A processioni e spari di bengala
La vita di squincio era un peso
E i bambini occhi incrostati
Correvano a perdifiato
Dietro lacerte da angappare
O tirando stambate a buatti
Vacandi di pelati.
Qui sono nato e cresciuto
Dove la terra è più siccitosa
La pioggia ogni morte di papa
E l’acqua aveva odore di lavanda
Che abbacava agli uccelli la fame
E riempiva di fichi e chiaconi
Le palte del cozzalo.
Qui sono nato e cresciuto
Dove si faceva l’amore alla scusa
Le donne menne appese fianchi scofanati
Scampavano il freddo alla frascera
Carezzandosi rosciue sulle gambe
Cuocevano il ragù sulla fornacella
Girando per ore che non si attaccava
E ti salutavano affacciate sulla gnostra
Con le mani di massa di farina.
Qui sono nato e cresciuto
Nella terra che attizza i ricordi
Dove accattavi a muzzo le cime di rape
Lasco il maltempo ma a spezzarti le gambe
E il vecchio cippone stagionato
Non allentava la casa
Manco se scoffolava o sconocchiava
Dopo una mena o un tramoto
Tanto prima o poi s’aveva da sckattare
E la banda e il cuonzo era assicurato.
Qui sono nato e cresciuto
Respirato giorno dopo giorno
Nella terra dei tataranni
Dove il grano e la gramegna
Crescono ancora sul palmo della mano
E qui tra cent’anni prenderò il volo
Piangendo a tanto una lacrima!
° ° ° ° °
UN INFERNO L’ESTATE
Un inferno da noi l’estate!
Nella terra dei tataranni
Quando la stella avvampa
E ajata il fafugno
Il bambore ti spezza le gambe
T’intruglia e ti cassa i pensieri
Si ammutano le parole
E la fiacca ti piglia e ti spompa
E cola sudore goccia a goccia
Dalla cima dei capelli
Fino ai piedi lungo lo spinale.
E sudano pure le case
Persiane e porte inzerrate
La papazza ti comanda a bacchetta
I cristiani sembrano morti.
Un inferno da noi l’estate!
Strade deserte alla controra
Si squaglia il manto di catrame
Il basilico collassa nella grasta
E la palomma sotto la gronda.
Sopravvive a tanto bambore
Solo il sogno di un’ogna di fresco
E sugli ulivi di Lama Balice
Il trapano stracco delle cicale.
° ° ° ° °

foto di Giuseppe Palumbo
MIRACOLO DELLA PRIMAVERA
Piccioso e strafottente
Come sempre marzo
Ma dopo tante bizze
Pare che si è dato una calmata
E nell’orto di mbà Nanuccio
L’albero della mimosa
Da tempo appapazzato
Si è caricato di una iosa di giallo
E tra i sivoni della ceppaia
Un incendio di papaveri!
Più in là oltre il cancello
Che dà sull’inchianata di Lama Balice
A uno jato di scirocco
Che ti arrizza la pelle
Sono esplose le campanule
Rosa bianche viola
E un’ogna di sole ha spatriato le nuvole
Mandato al diavolo l’inverno
Smammato la malangonia.
Le prime palomme cedronelle
Sciamano per l’aria
E la capa risuscita e si mette al bello.
Oh! Miracolo della primavera!
° ° ° ° °
LA MIA INFANZIA
Da una naca di seconda mano
Il mio primo affaccio al mondo
Dopo una guerra carogna
E pianti a iosa notte e giorno
E disperate ninnananne di mamma
Ma il sonno non l’angappavo
Manco se alla menna mi attaccavo.
Dal nuovo nato presto sfrattato
E slattato a pane a cialledda
Per crescere ambressa ambressa.
Di sera mi incantava la luna
E sognavo volevo una scala
Per toccarla rubarle una fetta.
A piedi scalzi d’estate per i campi
Calzoni a zompafossi con le toppe
E accoccolato per ore sotto l’ulivo
Sckami di cicale e di piche
A occhi spampanati seguivo
L’andirivieni delle formiche
Ed era festa per il palato
Quando la cesta era colma di fichi.
In un grigio sottano stonacato
Grembiulino nero cartella di cartone
Singhiozzi e lacrime a dirotto
Il mio primo giorno di scuola
Facciamani sporche d’inchiostro
Per tutti i giorni dell’anno
E sgridate e lavate di capa
Da una maestra di poche parole
Pronta all’ira e parca nell’amore.
Ma volò in fretta la mia infanzia
Aquilone di carta di giornale
E più truvoli gli anni a seguire
Tra appunti quaderni e libri fattizzi.
Ma potessi tornare indietro
Fermerei il tempo a quella stagione!
° ° ° ° °
C’ERA UNA VOLTA…
C’era una volta la mia infanzia
Spersa col passare degli anni
Addore di terra e finocchietto
Quando ginocchia scorciate
correvo dietro una palomma
Tra i filari di vigne incinte
E le fiamme dei papaveri
E i gelsi rossi mi cadevano addosso
Tra la nuca e il collo.
C’era una volta la mia infanzia
Addore di sudore e uascezza
Quando alle controre d’agosto
Sotto il sole tiravo alla lippa
O nuzzi di albicocche alla badessa
Con Tambone e Gammalesta.
C’era una volta la mia infanzia
Addore di sogni e aquiloni
Di carta di giornale e colla di pane
Che a levarli in volo facevo il fiatone
Ma che sfigati cadevano a picco
nella lauta della marana.
C’era una volta la mia infanzia
Nel paese dei tataranni
Esuvie oggi di giochi e risate
La mia infanzia povera postbellica
Cresciuta a pane a cialledda
Lo stomaco sazio di fame
Ma senza crucci per la capa!
° ° ° ° °

Luigi Lafrancescina nato a Corato vive da tempo a Bitonto. È stato docente di lettere nel Liceo Linguistico, di Didattica nell’Istituto Magistrale e nell’Università di Bari, di Pedagogia e Educazione Interculturale nell’Istituto di Scienze Religiose di Trani. Autore di numerosi saggi sulla pedagogia, monografie su pedagogisti e educatori meridionali, su autori di Letteratura per l’infanzia, prefazioni a sillogi poetiche, scrive poesie in dialetto e in lingua mescidata, alcune presenti nella raccolta Odi alimentari (Tabula Fati, Chieti 2020) a cura di D. Giancane, sulla rivista “La Vallisa” (nn. 116-124, Bari, 2021-2025) e nella raccolta L’isola di Gary (2021) e L’isola di Gary Paesaggi di guerra e di pace (2022) a cura di M.P. Latorre e S. Marano. Tre racconti brevi sono presenti rispettivamente nel volume Surrealia: Segnali dall’Oltre e altri racconti, Università della Poesia Juan Ramon Jimenez, 2021, acura di V. Davoli e D. Giancane e nel volume Racconti di pace contro ogni guerra (Adda, 2022) a cura di D. Giancane. Ha pubblicato due sillogi. In dialetto: Dòppe la vennégne. Penzìire e arrecùrde (Edizioni dal Sud, Bari 2023); in lingua mescidata: Cercasi civiltà contadina dispersa nello smog (Università della poesia J. R: Jimenéz, Bari 2024).





















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