La pazienza delle meduse di Carla Ghisani,

Interno Libri Edizioni, 2026

 

 

recensione di Ivano Mugnaini

 

Nel mare placido del confessionalismo da diario sociale, del lirismo anestetizzato e del nostalgico recupero pop degli anni Ottanta (letto come mera cartolina vintage), il libro di Carla Ghisani compare e attraversa lo spazio visivo e mentale in forma di medusa, senza pretendere di mutare la qualità e il moto delle acque ma concedendosi il diritto e il privilegio di essere urticante e fuori contesto. L’autrice (cremonese, cresciuta sulle sponde del Po, case manager in un Istituto Oncologico) non scrive per cercare facili empatie o per compiacere il lettore. La sua è una poesia che scava, seziona, affonda le mani nella materia organica e nel dolore per estrarne una verità radicale. Come nota Alberto Bertoni nella postfazione, la sua non è nostalgia, né utopia: «Al principio di tutto non c’è passato, non c’è futuro». C’è solo un presente assoluto, un “olocausto interiore” in cui l’io lirico si confronta con i nodi inestricabili della propria biologia e del proprio destino.

Dimenticate le metafore logore sui “cuori infranti”. Ghisani guarda al corpo umano e alla mente con gli occhi di chi lavora ogni giorno a ridosso della malattia e in presenza della morte. L’anatomia diventa geografia del destino, la biologia diventa metafisica. Bertoni coglie nel segno quando evidenzia come l’autrice utilizzi un principio fisiologico per descrivere la fallibilità della salvezza umana. Ne è prova, tra gli altri, questo passaggio in cui l’anatomia cerebrale si fa metafora dell’inganno della sopravvivenza: Non credono ti salverà il Circolo di Willis, / il misterioso anello arterioso alla base del cervello / nessun umano possiede un cerchio completo / di questo inganno sottile alla salvezza. Incipit III- 1985 La nevicata (p. 38).

Molta poesia contemporanea pecca di narcisismo: l’Io è al centro, padrone e signore del verso. In Ghisani accade l’esatto opposto. È la parola stessa a possedere l’autrice, a infestarla. Si tratta di una «metamorfosi già in qualche modo compiuta», e le parole sono uno sciame di meduse: trasparenti, gelatinose, ma capaci di paralizzare e marchiare a fuoco. La poetessa non domina il linguaggio, ne è punta e avvelenata: Ricordo il momento esatto in cui ho iniziato a cercare le parole, / o forse hanno cominciato loro a cercarmi / sciame di meduse. Incipit I – 1978 La vita, la morte e altre facezie (p. 9).

Lontano dall’antropocentrismo dilagante, l’io lirico di Ghisani si sente estraneo alla razza umana, percependosi come una bestia senza branco, un alieno in perenne muta. Non c’è nulla di “carino” o mainstream nella sua natura; c’è piuttosto la consapevolezza feroce di essere fatti della stessa polvere primordiale e degli stessi istinti predatori. In questo senso, la sua voce ricorda per visceralità e slancio cosmico certa poesia di Alda Merini, ma filtrata attraverso la lucidità clinica e scientifica di un Primo Levi e le vertigini esistenziali di Milo De Angelis. L’istinto è l’unica bussola rimasta in un mondo devastato: Adesso mi nascondo sotto la superficie, / fra l’erba, sotto il pelo dell’acqua, / nel tronco, sotto la roccia, / nelle celle delle api. Incipit IV- 1986 Di bambini adulti (p. 48).

Se oggi va di moda citare gli anni Ottanta per rimpiangere un’estetica retrò, per Ghisani quel decennio (che attraversa gli Incipit del libro) è il teatro di traumi originari e aperti: la perdita di un figlio, l’ombra di un padre fantasma, la guerra fredda del giudizio. Il tempo non è un rifugio, ma un ciclone. La sua è una poesia dell’Apocalisse, intesa come “Rivelazione” dolorosa della ferocia umana, in un’epoca in cui la storia sembra aver smarrito il senso dell’etica: Nel 2025 si è concluso il ciclo del serpente, / nella muta della pelle ci aspettano i nove anni del cavallo, / ma niente cambia davvero se non l’Apocalisse / occhieggiante fra le menti dei folli che governano i mondi, VIII. Di mali sottili, guerre e pace (p. 118).

 

Ciò che distingue La pazienza delle meduse da tanta poesia del dolore oggi in circolazione, spesso ridotta a lamento sterile o a estetizzazione della malattia, è lo sguardo clinico, quasi anatomopatologico, che Ghisani riserva alla propria stessa esistenza. La sua esperienza quotidiana a ridosso dell’oncologia non sfocia nella pietas, ma in una lucidità che trasforma la biologia in metafisica. Il corpo non è un tempio, è un laboratorio a cielo aperto, un campo minato genetico. Come scrive in versi di una potenza tellurica, la malattia e il trauma non sono eventi esterni, ma difetti di fabbrica inscritti nel DNA, in una sorta di apocalisse cellulare che anticipa e giustifica il crollo: Siamo nati malati di cose che non sappiamo, / piccole apocalissi nascoste nelle cellule, / filamenti di destino ignoto, detonatori pronti all’innesco / /bombe mitocondriali al napalm (p. 110). 

Questa consapevolezza di essere “nati malati, storti” richiama alla mente la disperazione lucida e tagliente di Antonia Pozzi, ma filtrata attraverso una coscienza scientifica contemporanea che ricorda ancora il Primo Levi del Sistema Periodico, dove ogni elemento, ogni molecola, racconta una storia di legami e di rotture. La poetessa si descrive come una preda, un incrocio di follia e acume, in una confessione che ha il sapore di una cartella clinica dell’esistenza: Sono nata esasperata di sogni, di ansia e voluttà nascoste / Sono nata malata, storta, e mi han regalato in dote / nessun peso inutile bellezza / il sentire precario e travagliato della preda / la comprensione eccessiva dell’altro / il poco amore verso me stessa / Rinasco sempre con fatica dalla tara di follia e acume / intrecciati come edera, abbarbicata al nulla della mia inesistenza.

Se spesso si tende a cercare rassicuranti identificazioni, a creare comunità di intenti o a cavalcare l’onda del “ci sono passato anch’io”, Ghisani opera un taglio netto. La sua è una poesia dell’alterità radicale, dell’estraneità. L’io lirico si percepisce come un alieno, una creatura incapace di aderire ai codici della “finta benevolenza” umana. In questo rifiuto dell’antropocentrismo, la sua voce si fa selvatica, ma con un’asciuttezza che evita qualsiasi compiacimento teatrale. L’io si ritrae nella natura, si fa insetto, si fa bestia, trovando nella solitudine l’unica forma di libertà possibile: Ed è come se la mia vita fosse stata un labirinto di alte / mura che infine ho scelto di attraversare per non restare / eternamente nascosta, camuffata tra simili che non capisco… / Sola nella folla, sola davanti a uno specchio, mai bambina, mai adulta, mai del tutto umana / Una bestia priva di branco, senza voce / Ricordami strana, libera, viva, / sola. Ed è come se la mia vita fosse (p. 26-27)

Questa condizione di “straniera al mondo” raggiunge il suo apice visionario quando l’istinto predatorio e la sensualità si fondono in un’immagine di rara, perturbante bellezza, dove l’amore stesso perde ogni connotato umano per farsi forza cosmica, creatrice e distruttiva: Quando ho una cortina di stelle sbriciolate sulla schiena e sono lupa, sono un mostro, / con l’amore sulle punte delle dita e lussuria nella bocca / Attraverso boschi di rami e pietre, una creatura ancora piccola e affamata… / Sono certa di poche cose / che siamo soli relativamente veri / colmi di desideri / e che siamo tutti, tutti quanti / stranieri al mondo. Quando ho una cortina di stelle (p. 71-72)

Alberto Bertoni definisce il nucleo del libro un “olocausto interiore”. È una definizione che spazza via ogni possibile lettura nostalgica. Dimenticate le spalline imbottite, la Milano da bere o il pop nostalgico: per Ghisani gli anni Ottanta sono la scena del crimine, il luogo di traumi che non smettono di sanguinare nel presente. Il tempo non è un rifugio, ma una guerra continua, sia interiore che storica, in cui la ferocia umana non ha mai smesso di evolversi, cambiando solo le armi: Sopravvissuta all’olocausto interiore, / alla guerra fredda del giudizio perpetrata senza risparmio di colpi, / alla sete di osservare ogni cosa al microscopio della memoria visiva che mi asserve… / In questa distopia di finta benevolenza e di vera viltà, / non ci siamo molto distanziati dalla nostra natura sanguinaria, / dai sacrifici umani, / dai riti propiziatori. 

Questa Apocalisse non appartiene solo al passato, ma è la condizione perenne del mondo, in un presente in cui la storia sembra aver smarrito ogni etica, lasciandoci alla deriva in un “ciclo del serpente” che ci spoglia di ogni umana pietà. La poesia di Ghisani diventa così viaggio negli inferi della propria biologia e della propria memoria, da cui si emerge non salvati, ma consapevoli, con la “pazienza delle meduse” che attendono le correnti per farsi trasportare, fidandosi dell’abisso: Nel 2025 si è concluso il ciclo del serpente, / nella muta della pelle ci aspettano i nove anni del cavallo, / ma niente cambia davvero se non l’Apocalisse / occhieggiante fra le menti dei folli che governano i mondi / Nel transito si stanno perdendo altre sembianze umane / L’accezione della parola duole, poco vale, maschere sono cadute rovinosamente dai volti, / la ferocia della razza si svela cruda e sanguinaria come mai prima.

La pazienza delle meduse è un libro che richiede, per l’appunto, capacità di attesa condotta agli estremi. Fino a perdere i contatti con la spiaggia attrezzata traboccante di creature simili tra loro pronte a recitare quotidianamente il copione condiviso. Attendere fino ad essere quel mare che sa farsi gelido e vero, ancestrale, costringendoci a ripescare nel nostro profondo salvifiche e mortifere realtà.

Questo libro non è adatto per chi cerca un piantino simpatico, che fa chic ed è à la page per qualche manciata di minuti prima di rigettarsi in un gelato mangiato nel mezzo di una folla in apparenza innocua o in una serie Netflix stordente di rutilanti banalità. Questo libro è per chi ama quei percorsi scomodi, pietrosi, che, dopo infiniti tornanti, ti portano in un punto in cui si è infinitamente soli. In compagnia delle verità che tendiamo a celare a noi stessi con cura. Si è soli, di fronte ai versi della Ghisani. Con il tormento e con il piacere, entrambi forti, di trovare parole che ci fanno recuperare, dentro, l’urgenza sanguinante di domande sul senso del nostro faticoso andare giorno dopo giorno verso un niente che non ha risposte se non nell’accettazione dell’autentica natura umana, senza sconti e senza infingimenti.

È un libro per lettori affini, La pazienza delle meduse, che sanno bene che ciascuno resterà solo con la propria individuale verità ma ognuno avrà avuto il bene della condivisione di attimi di consapevolezza da strappare al telone verde di una realtà fittizia venduta come autentica.

Sono versi che non si possono consumare in fretta, sono un’immersione in acque profonde e talvolta gelide. Carla Ghisani ci ricorda che la poesia non è un passatempo, non è intrattenimento, e non è nemmeno terapia. È un confronto spietato con l’abisso. 

In un’epoca di versi leggeri, pensati per essere condivisi in una storia di Facebook o di Instagram tra rutilanti effetti cromatici e dimenticati un secondo dopo, Ghisani consegna al lettore un’opera densa, carnale, scientifica e disperatamente vitale. Un libro che si imprime sottopelle come il veleno di un tentacolo, e che conferma la presenza di un’autrice felicemente atipica, selvatica, scomoda e sincera, medusa non priva di miele e veleno, in questo tempo di facili e vuoti conformismi.

 

 

 

 

                                                                                                                                         Ivano     Mugnaini