A tentoni nel buio di Paolo Polvani/Le mamme nelle bare sono immobili per dovere (Note di lettura a Manuale per mangiare da soli, di Maurizio Evangelista, Edizioni Arcipelago Itaca, 2026)

Appena conclusa la lettura di Manuale per mangiare da soli, per motivi che non riesco a spiegare bene mi è sorto il desiderio di rileggere Il seme del piangere, quel delizioso gioiello di Giorgio Caproni. Tra le possibili motivazioni: riemergere da un’atmosfera pregna di disperazione e di sconfitta e ritrovare il barlume di speranza che si percepisce in quei versi: “Anima mia, sii brava / e và in cerca di lei. / Tu sai cosa darei / se la incontrassi per strada”; o forse per ritrovare le strade illuminate del mattino, tutto Corso Amedeo, quella Livorno popolare che “correva con lei a lavorare”, Livorno che odorava di barche, attraversata dalla bicicletta di Annina, e poi “La notte lungo i Fossi, / quanti cocomeri rossi”. Ecco, Caproni sa commuovere, sa dove alligna il seme del piangere, e tuttavia lo fa in una maniera che non rinuncia al sole, al mare, alla bellezza delle ragazze, al frusciare delle biciclette, e non rinuncia ad una certa tenerezza: “Dille chi ti ha mandato: / suo figlio, il suo fidanzato”.

Rileggere Caproni perché anche la poesia di Maurizio Evangelista ha questo effetto: si pianta dentro il cuore e non se ne vuole andare, diventa un’ossessione. Entrambe le raccolte affrontano lo stesso identico tema: la perdita della mamma. Nel Manuale per mangiare da soli si respira un’atmosfera di condanna sin dai primissimi versi, quelli che inaugurano il libro, fin da quando il medico dice; “Signora / anche il giorno / adesso / si accorcia”, e la frase ha il valore di una profezia. 

foto di Lewis Hine

La raccolta si articola in quattro diverse sezioni, e misura il tempo intercorso tra Il seme del piangere, uscito nel ’59 per Garzanti, e la raccolta di Evangelista, pubblicata non più di tre mesi fa: in mezzo c’è stata la pop art, ci sono stati i grandi film di Hollywood e le attrici di Cinecittà, (“regista / rallenta un po’ / questo mio finale è troppo serio”) che riaffiorano a tratti, a sprazzi, a ricordarci che il dolore ha qualcosa di pop, nel senso di popolare, e anche di spettacolare, di ampiamente condiviso; emerge qui la consapevolezza che il finale è un precipitare che non lascia scampo, e nella stagione autunno-chemio i capelli cadono come moda.

La seconda sezione ha per titolo La bambina ha partorito, perché si sa, le mamme malate sono bambine scomposte, capricciose, e quasi chiedono scusa per l’inconveniente. Ecco, direi che tutta l’atmosfera è pregna del sentimento di ineluttabilità della scomparsa. Le immagini sono tutte relative ad interni, a stanze soffocanti: le mamme malate si spostano appena nel letto, camminano scalze, conservano le medicine nei barattoli di marmellata, e soprattutto sono consapevoli, sanno dell’esistenza di un mostro sotto il letto:

il mostro sotto il letto non ha gambe

 rapisce le mamme

 non ha occhi naso bocca

 non bacia tuo figlio per l’ultima volta

Tutto questo costituisce il prodromo al Manuale per mangiare da soli, perché è lì che la pasta si scuoce da sola. Non ci sono soltanto i mostri senza gambe, senza bocca, sotto il letto, il padrone della casa è diventato un tarlo:

 

sulla buccia lucida del frutto

 scava un tarlo

 è il vero padrone di casa

 ma resta nascosto

 

Il mostro sotto il letto e il tarlo diventato padrone della casa possiedono una valenza metaforica molto potente, rimandano a quella condanna definitiva che costituisce il motivo dominante dell’intera raccolta, tutta giocata sull’inevitabilità della perdita, sulla apparente normalità di certi gesti che nascondono lo strazio: “qualcuno solleva il lenzuolo / con la stessa cura / con cui si archivia una pratica”. E quando tutto è compiuto “le labbra sono state chiuse / per impedire al vuoto di uscire”.

Manuale per mangiare da soli racconta una storia con la potenza di versi scabri, essenziali, la cui nudità esercita sul lettore un effetto moltiplicatore del senso, annuncia sin dall’inizio che non ci saranno sconti, che nessun finale sarà diverso da quello prospettato, e che sarà difficile staccarsi, prendere le distanze da questi versi, perché si appigliano, si artigliano direi, e fanno questo strano effetto: si guarda la raccolta con dentro il cuore l’angoscia e la disperazione del figlio che vede allontanarsi la propria madre, e si desidera riaprire il libro, sfogliarlo, e ritornarci su ancora e ancora.   

 

 

foto di Lewis Hine

 

il dottore dice

 ritenta

 l’estate

 è finita

 non serve

 il mare

 la tinta

 la maglia

 più corta

 guardi il cielo

 signora

 anche il giorno

 adesso

 si accorcia

 

 

°     °     °     °     °

 

 

le mamme malate sono bambine

 

scomposte

 capricciose

 con la schiena

 appena piegata nel carrozzino

 

 girate verso il figlio sono senza età

 domandano

 perché

 perché sono qua

 

 

°     °     °     °     °

 

 

le mamme malate spariscono senza disturbare

 quasi chiedono scusa per l’inconveniente

 

 non parlano

 non dicono – sto svanendo

 si spostano appena nel letto

 

 le tocchi

 sono molli

 poi niente

 poi la puzza

 

 

°     °     °     °     °

 

 

le mamme malate camminano scalze

 

 giocano a fare le bambine coi pastelli a cera

 si truccano le palpebre come ombre

 la sera

 

 ridono piano – non guardano in alto

 

 ora parlano solo nei sogni

 e dicono parole in inglese

 hanno lo sguardo di chi già sa

 quando dire

 bye bye

 quando se ne va

 

 

°     °     °     °     °

 

 

le mamme malate conservano le medicine nei barattoli di

                   marmellata

 le mescolano coi cucchiaini

 o con il coltello da burro

 

 dicono

 che se il figlio dorme di schiena

 sogna cosa strane

 

 

 li piegano in tre

 li mettono sotto al materasso

 «così non ti vengono storti»

 

 i sogni

 

 e con la punta dello spillo

 li fissano al muro

 

 

°     °     °     °     °

 

 

le mamme nelle bare sono immobili per dovere

 e tu pensi che forse anche da vive

 non sono andate dove volevano

 

 ma sono più brave adesso

 che non sbagliano più il tempo

 e possono ovunque senza chiedere il permesso

 

 

 

 

Poeta e animatore culturale, Maurizio Evangelista vive a Bisceglie. Con la silloge Mr. Me, pubblicata nel 2022 da Arcipelago Itaca e vincitrice del Premio nazionale della casa editrice, avvia un percorso poetico che trova, nel 2024, un significativo riconoscimento con l’inclusione del ciclo di poesie Il tempo che resta nel l’Ottavo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago Itaca). Attivo anche come lettore critico, collabora con il “Quotidiano di Bari” e con il blog “Pubblicazioni Letterariæ”. Dal 2010 è ideatore, organizzatore e direttore artistico della “Notte di Poesia al Dolmen di Bisceglie”. Ha presentato la propria ricerca poetica in contesti internazionali, tra cui il Festival di poesia di Varsavia e il Trireme della Poesia Ionica a Saranda. Il suo lavoro ha ricevuto particolare attenzione in Serbia, dove una sua plaquette ha ottenuto il premio della critica nella città di Sremski Karlovci.