A tentoni nel buio di Paolo Polvani/Sono convinta che nel mio sangue ci sia la luce (note di lettura a Salvare il necessario, di Clery Celeste, Pietre Vive Editore, 2023)

Avevo letto questo libro quando era uscito, e l’avevo riposto tra i libri da rileggere. Mi affascinava il titolo, suggerisce l’incombenza di un disastro; e mi affascinava l’inquietudine che riesce a trasmettere l’immagine di copertina, quella maternità a cavallo, opera di Fabrizio Riccardi, così delineata e insieme allusiva.
Il libro si compone di quattro movimenti, come nella tradizione della musica classica, e in certo qual modo rispecchia o almeno rimanda alle atmosfere suggerite in quei movimenti. Nel primo movimento una certa insistenza sulla claustrofobia farebbe pensare a recenti avvenimenti legati all’epidemia di Covid: “siamo costretti a chiuderci in casa”, e, sempre nella composizione che inizia la raccolta: “Chiamatelo pure come vi pare / questa alternativa sepoltura / questo ingombro di paura”, ma poi nella quarta di copertina leggo: “L’opera traccia un lungo itinerario che comincia ancora prima del lockdown, anticipandone – specie nella sezione d’apertura – le atmosfere, il senso di claustrofobia, lo straniamento che crea un rapporto a tratti disturbante con la casa”.
Dunque poesie che hanno anticipato l’evento della pandemia, e semplicemente hanno registrato il senso di soffocamento di cui parla Bifo nel libro Respirare – Caos e poesia. Nello specifico un brano che ho più volte riportato a proposito di libri in cui le difficoltà del respiro si rendono evidenti e l’ansia da soffocamento ottunde il pensiero e le azioni. Brano che riprendo ancora una volta (e su cui non ritornerò ancora, sebbene il presente induca a suggerire che il problema sia ancora lì, vivo e irrisolto!).
“Il senso di soffocamento predomina ovunque, nelle metropoli strangolate dall’inquinamento, nella condizione di milioni di rifugiati detenuti in campi di concentramento in tutto il bacino del Mediterraneo, nel sequestro di un milione di palestinesi isolati a Gaza dagli strangolatori israeliani, nella condizione precaria della maggioranza dei lavoratori sfruttati, nella pervasiva paura della violenza, della guerra, dell’aggressività”.
Il libro di Bifo è uscito nel 2019, e questo brano risulta anticipare il peggioramento di tante situazioni, l’insorgere di nuove guerre, le nuove derive autoritarie in varie parti del mondo, l’inasprirsi della crisi climatica e ambientale.
Nel libro Salvare il necessario l’atmosfera di soffocamento appare concentrata in un perimetro esistenziale: “Sono priva di ogni volontà / una forma qualunque di vita distesa”. E ancora: “stesa sul divano / respiro il necessario”; con una prevalenza dedicata agli interni:
La stanza è stata per tanti anni la stessa
insieme abbiamo sostituito alcuni pezzi
la scrivania grande, la sedia comoda.
Abbiamo cambiato altri interni
senza acquisti né resi
ci siamo tenuti dentro il legno marcio
le termiti andavano dove volevano.

foto di Ara Guler
La parola buio ricorre più volte: “Era un buio di cantine dentro gli occhi”, e ancora: “arrivare al centro di me / estrarre tutto il buio”.
Ma di quale necessario si parla in questo libro? Vari indizi sono disseminati lungo i versi, ma molta discrezionalità è lasciata all’immaginazione del lettore. Il necessario viene identificato con l’amore? quell’amore che ritorna sempre, “composto o smembrato”, quell’amore che abita nel sorriso della cassiera, nel ciclista cui si regala un gesto gentile, e se non sarà “del mio cuore / va bene lo stesso”; e diverse suggestioni e ipotesi si potrebbero avanzare, ognuna legata ai versi; e tuttavia a me pare che il necessario sia legato al discorso poetico, alla misura, alla sobrietà, alla essenziale precisione che sale dalla lettura dei testi, alla scoperta che la parola, una volta ritrovata, contiene tutto quello che serve:
“Non ci era concessa la parola
vivevamo muti e sofferenti”
Ma una volta recuperata è bene farne dono, affrancarsi dalla sofferenza, finalmente affermare: “Sono convinta che nel mio sangue ci sia la luce”.
Era stato così libero l’inizio
poi è arrivata la paura.
Ha trovato un nido in questo cranio
coperto da capelli e cuoio fresco.
Ho dato la colpa a un giorno preciso
come un incidente che ti sfianca
invece era quello che sono sempre stata
Il rifiuto, la perdita, il giudizio.
° ° ° ° °
Mi ha detto che ci sono volte
che pensa anche al balcone
al cuscino stretto sulla faccia
sono frazioni – spazi aperti
come frane della coscienza
che due figli che urlano insieme
sono a volte solo l’egoismo dei bambini.
° ° ° ° °

foto di Ara Guler
Vi guardo essere felici
ma per me la fine è in tutto
dove ogni cosa
cresce e poi si spezza
e l’amore che esponete
si secca davanti a tutta quell’aria.
° ° ° ° °
La particolarità delle bisce è che quando stanno sugli alberi
pendono come lampadari, puoi puntarle col fucile
assorbono tutto il piombo come un dono nella pancia
Non lasciano neanche la presa e il boato dello sparo
è una consegna di grido.
° ° ° ° °
Questa volta sono stata io
diventare disumana è stato semplice
radere al suolo ogni impianto collettivo
nessun contatto visivo, nessun contatto
uditivo. Apriva la bocca come i pesci
il vecchio di fianco a me in treno
roteava gli occhi in una apnea indolore.
° ° ° ° °
Mia madre mi chiede se voglio un’arancia, “te la sbuccio” dice
e io che vorrei solo un amore come quello dei salmoni
oltre le possibilità della corrente, quasi arrivati
alla meta si fermano, porgono le branchie
all’acqua nuova, aprono la bocca ci fanno entrare
tutto il coraggio necessario e poi l’ultimo salto
il rischio, l’amore di una vita.
° ° ° ° °

Clery Celeste (Forlì, 1991) è laureata con lode in tecniche di radiologia medica e lavora presso l’unità operativa di Medicina Nucleare. È diplomata in counseling transpersonale integrato. È runologa ed esperta di tradizione sacra norrena. La sua opera prima, edita nel 2014, è La traccia delle vene (Lieto-colle – Pordenonelegge).




















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