A tentoni nel buio di Paolo Polvani/  Presto si esaurirà la festa (note di lettura a Tanto vale chiamarle apocalissi, di Vito Davoli, Tabula fati editore, 2025)

 

 

Il primo aspetto che mi colpisce in questo libro di Vito Davoli è il sottotitolo, che recita: Esercizi di Realismo Terminale. Soprattutto mi intriga il termine esercizi, che sembrerebbe messo lì come una dichiarazione d’intenti, sembrerebbe suggerire: è un avvicinamento, un tentativo e non una vera e propria adesione al movimento. Una diplomatica presa di distanza, una vicinanza ma con beneficio d’inventario. A mio personalissimo parere si tratta di una mossa positiva, essendo molto sospettoso nei confronti di ogni forma di adesione, di appartenenza; è anche un gesto di umiltà, come a dire mi esercito, ci provo.

 

In poesia circoscrivere il perimetro della propria poetica a un movimento si pone in possibile antitesi con le infinite altre forme di espressione. Ma quella parola “esercizi” mette in salvo e certifica le buonissime intenzioni di sperimentare una modalità espressiva senza porre alcun limite.

 

Non conosco bene il movimento del Realismo Terminale fondato da Guido Oldani, ho provato a cercare un minimo di informazioni, e mi sono imbattuto in un interessante articolo firmato da Stefania Segatori dal titolo “Pandemie, glossari, visioni: il Realismo terminale e la poesia di Giuseppe Langella”, da cui estrapolo il seguente brano:

 “La poetica realista terminale è eticamente edificata; intrisa di impegno civile, essa richiama lo sguardo del lettore alla sua umanità, gli sbatte addosso il fatto di cronaca per capire il peso umano e sociale di ciò che accade.

Si tratta di una nuova modalità espressiva, che conduce la poesia (e le arti tutte) a superare il lirismo individualistico e il ripiegamento sul proprio vissuto per una più ampia riflessione sui comuni destini dell’umanità, inevitabilmente intrecciati in un mondo costantemente connesso e interconnesso”. 

Dunque impegno civile e superamento della poetica legata alle circumnavigazioni del proprio ombelico, e sguardo aperto su orizzonti vasti. Forse è ancora abbastanza vaga come spiegazione, ci sono tanti autori che traggono ispirazione per la loro produzione poetica da questi capisaldi.

Sempre all’interno dello stesso articolo trovo un illuminante “Manifesto breve del Realismo Terminale” firmato dallo stesso Guido Oldani, da Giuseppe Langella e Elena Salibra:

“L’invasione degli oggetti ha contribuito in maniera determinante a produrre l’estinzione dell’umanesimo. Ha generato dei mutamenti antropologici di portata epocale, alterando pesantemente le modalità di percezione del mondo, in quanto ogni nostra esperienza passa attraverso gli oggetti, è essenzialmente contatto con gli oggetti”.

Dunque recuperare lo spirito dell’umano e liberarci dai vincoli degli oggetti, che si accatastano sempre più nelle megalopoli contemporanee, progetto indubbiamente lodevole.

foto di Paolo Zanardi

 

In questo libro di Vito Davoli a mio parere coesiste un doppio sistema di sguardo, come se ci trovassimo all’interno di un asse cartesiano. Inoltre va subito annotato che il libro è bilingue, i versi sono in spagnolo e in italiano, e l’impaginazione autorizza a ritenere che siano nati prima nella versione spagnola, e anche questo aspetto contribuisce a rafforzare l’idea di una doppia lettura.

Trovo interessanti i titoli dei singoli componimenti, come fossero estrapolati da quell’accatastamento cui si accennava prima, quel coacervo di iperproduzione caratteristico dei nostri tempi, quell’eccesso di merci, di spunti, di proposte caro alla società dello spettacolo, quella società in cui gli oggetti sono diventati i veri dominatori della nostra vita: I formicai, Svitol, Il Carosello, Lo shopping, Il lunapark, tutti titoli che attengono a una concezione orizzontale della vita, come anche Il pallone da basket, La padella, richiamano uno sguardo che attraversa le cose, le nomina non come possibile inventario, ma come possibilità di rivalsa: “etico ed anestetico ogni verso / contrae lo stomaco..”; inoltre è percepibile lo sforzo di restituire al verso una corposità popolare, un’ambizione a liberarsi dalla lingua fasulla del poetichese, in favore di un approccio pratico, concreto:

il lungomare pare un bordo di padella

crepita e sfrigola col bottino del sole

Tutto il libro è ricco di questi barbagli, di queste lingue luminose che accendono il verso, offrono corpo e calore alla poesia:

anche lo stormo dei gabbiani

somiglia a una catasta liquida di esuli

che s’allontanano dal mare.

Contemporaneamente la componente verticale delle coordinate si presenta nel verso: “porte di luce aperte all’assoluto”. Per ben sei volte c’imbattiamo nella parola Dio, in quattro con la maiuscola, in una con la minuscola, e nella poesia Colloqui non viene nominato Dio ma l’interlocutore viene definito fin dall’inizio: “visto che sei nei cieli / continua a stare lì”. Questi versi ricordano il rovescio positivo della bestemmia, sono in definitiva una forma di preghiera e mi ricordano una frase contenuta in uno dei Tropici di Henry Miller, non ricordo se del Cancro o del Capricorno: “Se dio esistesse andrei da lui e gli sputerei in faccia”, che, al di là della provocazione di superficie, contengono un cospicuo afflato religioso. Ma direi che tutto il libro è giocato nell’ alternanza delle coordinate, anche la poesia Solleone: “come pomodori essiccati al solleone / conservo i tuoi baci”, si presenta in forma di preghiera, una preghiera tutta terrena ma anche tutta spirituale.

Nella postfazione Gianni Antonio Palumbo scrive: “Incanto e disincanto coesistono nella poesia di Davoli; la vocazione a scrutare il mondo con sguardo vergine è quella del puer aeternus, e di fatto lo scrittore non di rado si paragona, con ludica amaritudine, a un fanciullo: – io vivo nell’incanto dell’evento / qualcosa di speciale porta ognuno –“

Dunque uno sguardo indubbiamente pulito, intriso di onestà e di sincerità, e tuttavia non esente da sprazzi di sarcasmo, più che di ironia:

peccato che sia Dio a restare muto

accatastato in un tempio di latta

insieme a altre sardine dell’Olimpo.

 

 

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Parma, foto di Paolo Zanardi

 

            SOLLEONE

 

come pomodori essiccati al solleone

conservo i tuoi baci

i seni tuoi acerbi e generosi

il tuo corpo di mandorle e orzata

 

in ogni vento fresco dell’autunno nuovo

in ogni prima pioggia di rosolio

in ogni estate che saluto a viso basso

in ogni giglio angelico

 

in ogni grigio addio

mascherato con la stretta di mano

che rassomiglia a una catena arrugginita

con gli anelli malandati cotti al sole

 

 

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IL BUIO

 

quei lunghi viali oscuri nella notte

con i lampioni in fila solitari come fiori

sulle lapidi ai cimiteri abbandonati dai ricordi

come corsie notturne peggiorate dal dolore

dipinte come gabbie dai pastelli dell’ignavia

si percorrono a caso e un po’ per sbaglio:

 

pare ci sia ancora chi fa fatica

in quel silenzio che costringe

a stare faccia a faccia con se stessi.

 

e il buio tristemente si fa specchio:

o si attraversa o ci si volta indietro

per restare comunque o pietra o sale.

 

 

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IL VERBO

 

questo destino cinico ci burla

come una falsa offerta a prezzo rigonfiato.

 

sapere – e quanto è vero! –

che in principio era il Verbo

e dopo dover credere

che il Verbo si fa carne

 

ma in fondo è la parola che genera:

poesia è creazione e questo è un fatto certo!

 

peccato che sia Dio a restare muto

accatastato in un tempio di latta

insieme ad altre sardine dell’Olimpo.

 

 

°     °     °     °     °

 

 

SULLA CIMA

 

impiccàti come palle di natale luccicanti

      al nostro tempo

presto si esaurirà la festa

ci bastano anche solo un paio di lucine accanto

giusto il tempo di riflettere qualcosa

una qualunque cosa che ci faccia brillare

       pur sapendo

di non poter mai essere la stella luminosa

       sulla cima

dopotutto pure quella andrà in cantina.

 

 

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INSIEME

 

c’è chi dice che insieme valiamo di più

e gridando fra loro c’è chi pensa

a banconote accatastate in un caveau.

 

 

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COLLOQUI

 

visto che sei nei cieli

continua a stare lì

sarà di certo comodo quel posto

se non ti schiodano neanche le cannonate,

             quelle vere.

cosa ti serve, preghiere o ecatombe?

sei sordo o cosa? muto sono certo.

 

“sì signora, è certo un bravo ragazzo

ma non si impegna e può fare di più”

molto di più: penso all’onnipotenza

ma mi accontenterei anche di poco,

briciole e avanzi e gridiamo al miracolo.

contento?

 

adesso tutti a tavola: è ora di mangiare.

o almeno di provarci.

stringiamoci un pochino pure qui.

 

 

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Vito Davoli (Bari, 1973), poeta e critico letterario, saggista e traduttore. Laureato in lettere classiche, ha collaborato e collabora con diverse riviste e pubblicazioni nazionali e internazionali. Lavora come autore, sceneggiatore e artista grafico in ambito cinematografico. Già insegnante nelle scuole superiori, corrispondente per Liberazione (Roma) e Barisera (Bari), redattore della Vallisa e curatore della collana Inediti rari e Diversi (fondata e diretta da Dario Bellezza fino alla sua morte per l’editore romano Pellicano), è oggi fondatore e presidente dell’APS Verso Levante, proprietaria della testata letteraria semestrale La Calce & il Dado di cui è vicedirettore e membro del comitato scientifico; è fondatore del blog e dell’omonimo aperiodico cartaceo Pubblicazioni Letterarie e dirige la collana di poesia Polveri da lui fondata per l’editore teatino Tabula fati. La sua ultima pubblicazione in Italia, Carne e sangue, alla sua quarta ristampa, ha ricevuto consensi sia di pubblico che di critica e i suoi testi sono stati tradotti e pubblicati in spagnolo, inglese, francese, portoghese, serbo, arabo e rumeno.