
Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Luca Crastolla
davvero se transumiamo di ritorno
in ritorno, a bordo delle guantiere di scirocco
fra costati aperti nella Murgia in cave
più in là l’asfalto ancora stupisce
gli antropologi dell’alta stagione (sebbene
l’anello di Nardò): locuste. Locuste noi pure
che ci aggiriamo per l’aria appesa. Madre icona
di sterpi, cisterne interrate e trappeti arruolati
nella pietra di Davide, alla fionda del genio
a basso impatto, larga l’impronta, ma Honolulu
e le Maldive, l’indifferenziata fra gli ossari, i campi
da golf a ridosso dei megaliti in soglia messapica
e per tutta la screpolatura un soprassuolo di cocci
impietriti contro le sale slot, il packaging: il baluardo
il grido ingolato di un nome ai passanti
*
solo le cicale muovono l’aria
sulle sassicaie infocate, sui profili
obesi ingigantiti dall’afa. Le caldaie
di calce premono e non c’è ordine
di giustizia se dalle tempie gronda
una litania di sale, le carni appese
a un repertorio di gesti, le nuche in disarmo
blese. Madonne di gesso lacrimano mosche
tra gli ottoni delle fanfare e le incudini
della controra. Un gallo prossimo al congedo
del canto, non dista da un ipermercato di frescura
promozionale, dagli ampi parcheggi, dalle
ampie aie cimiteriali impennano i laterocementi
*
la memoria è questo corpo rituale
mezzo pane sotto la calce, una mollica al caolino
Le reincarnazioni erano tutte nel fiato
poca cosa l’estensione: il capo tuo
d’accusa che qui bastasse vorticare il sangue
liberarlo per gironi, in ginniche occasioni
per vicoli e antri di malaffare, di lesa grazia
dozzinale ebbrezza. Si aggirava a rovescio
per un tenero sterno di terra sconfinata
fra nidi di levante e nostre nenie di lento
ponente, lenti segnalibri, un sale di scirocco
addormentato lungo funi tese fra campanule
si svestiva l’elicriso della croce sua di tufo, la ferita
le trafitture, il patrimonio. Aghi e ditali di premura
custodisco in timpani subacquei, merletti di pazienza
arance sfilate al ramo la domenica dopo la parola
del Signore, le rotondità del gesto, l’odorosa
familiarità che ricuciva i brefotrofi con la madre
della madre che m’invitavo a immaginare
morbida nella ruga sua sino a farsi solco
Luca Crastolla nasce nel 1974 a Fasano dove risiede. Laureato in Scienze dell’educazione, attualmente coordina una struttura residenziale psichiatrica. Nel 2018, per Controluna Edizioni Poesie, pubblica la sua prima silloge dal titolo L’ignoranza della polvere. Una sua composizione inedita, intitolata Trittico da un cammino lucano, l’anno successivo è accompagnata da una nota di lettura del poeta Alfonso Guida. Nel 2022 pubblica, per l’editore Gattogrigio, la plaquette Le sorti dell’incanto. Dall’opera è stata ricavata una performance di teatro poesia con la regia di Cristina Bevilacqua e Anthony Rosa. Nello stesso anno dieci suoi inediti compaiono ne I cieli della preistoria – antologia della nuovissima poesia pugliese a cura di Antonio Bux per Marco Saya Edizioni. Nel 2023 tre suoi testi sono stati inseriti nella sezione antologica del numero doppio 88/89 della rivista letteraria Aperiodico ad apparizione aleatoria de Il foglio del clandestino edizioni. Nello stesso anno tre suoi inediti compaiono nell’antologia di poeti italiani Riflessi a cura di Patrizia Baglione. Nel 2024, per Delta 3 Edizioni, nella collana Plenilunio diretta da Emanuela Sica, compare nell’antologia poetica con illustrazioni di Gelinda Vitale Proteggi – immagini e utopie per le anime pezzentelle. Nella stessa collana pubblica quest’anno la sua terza silloge: L’indole del tarlo. Diversi suoi testi sono, infine, comparsi su riviste online, Inverso , Avamposto e Atelier, nonché sulla rivista greca Extirion con traduzione a cura del poeta Sotirios Pastakas. Per Les Flâneurs Edizioni, nel 2026 ha curato una antologia di poetesse palestinesi, La rosa di Gaza.
Nelle poesie di Luca Crastolla che qui presentiamo, tratte da L’indole del tarlo (Delta3 edizioni 2025), il paesaggio è un corpo in metamorfosi, un organismo che ingloba storia, antropologia, residui materiali e memoria rituale. La lingua procede per stratificazioni geologiche, come se ogni verso fosse un deposito di ere sovrapposte: cave, trappeti, ossari, laterocementi, cisterne interrate descrivono un Sud anticontemplativo che resiste alla disfatta transeunte delle cose, opponendo la propria materia alla deriva turistica e all’omologazione del presente. L’io lirico è quasi sempre decentrato, ridotto a traccia, a movimento d’aria tra locuste, cicale, fanfare, calce e scirocco, come fosse un reperto tra gli altri. Da qui la forza degli enjambement, che evitano il semplice scarto metrico assurgendo piuttosto a fratture epistemiche: il senso si spezza ricomponendosi puntualmente ogni volta per il tramite di dispositivi linguistici giustappositivi. In questo sistematico atlante della memoria emerge la forma di un corpo rituale, un archivio incarnato di gesti, odori, oggetti minimi come arance, aghi, ditali, merletti, nel florilegio lessicale mai fine a se stesso di cui Crastolla si mostra capace. Attraverso un neobarocco lessicale mai ostentato il poeta rende evidente l’intenzione di realizzare una sorta di liturgia del frammento, nel tentativo di ricucire genealogie interrotte attraverso la materia stessa del linguaggio. Il lessico è, infatti, tecnico e arcaico insieme, oscillante tra antropologia e devozione popolare, tra sacralità e tassonomia del detrito. Crastolla costruisce così una vera e propria cartografia del margine, dove il paesaggio diventa un dispositivo critico che rende possibile reinscrivere il corpo (individuale e collettivo, ovvero archetipico) dentro una storia circolare, dentro un cortocircuito che da vizioso si rende poeticamente virtuoso e fecondo.



















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