Un paese per morire da soli

(note di lettura di Luigi Paraboschi a Una pistola al luna park, di Monica Messa, RP edizioni)

 

Non so se molti lettori diano peso agli esergo dei libri che iniziano, però devo riconoscere che io li leggo sempre con attenzione e passione perché sono come il biglietto da visita dell’autore  e quello di questo libro dal titolo molto disinvolto dice “ Sicché si viaggia immobili,/ come case cantoniere “. 

Quindi è un viaggio quello che l’autrice ci propone, durante il quale tocca diversi porti rappresentati dai capitoli e le case cantoniere siamo anche noi, oltre a lei, che siamo fermi sui bordi delle strade e cerchiamo di decifrare i vari aspetti di storie vissute con un taglio di scrittura molto acuto, ricco di folgorazioni da vera poetessa di livello alto.

Il primo che incontriamo è  Samir, figura soffusa, all’inizio tratteggiata con pennellate veloci e sintetiche con le quali prendiamo contatto con un giovane immigrato che esercita la professione di cameriere in qualche ristorante o trattoria. Capiamo che la sua nazionalità è araba da un aggettivo “ bustrofedico “ che designa coloro che scrivendo partono da destra e procedono verso la sinistra e sono quelli di cultura araba, quindi noi deduciamo  che  egli è un immigrato, forse da un paese medio orientale, che “ porta kebab a domicilio “ ( i corsivi li userò sempre quando riporterò  gli originali dal testo ) .

Leggiamo in questi 4 versi :

Il suo dolore puzza/ lo senti da lontano/puzza di levante e di randagio/ di mancanza e di lattine vuote. 

Il personaggio viene fuori passo dopo passo, l’autrice è molto abile a non cadere nel finto umanesimo che fa impietosire. Ci guida verso l’atto decisivo, l’incontro con la violenza casuale di un incontro ai margini delle città, e vediamo che Samir –  ai margini della stazione – ha bevuto vino, e si imbatte nel mezzo di una rissa in cui :

“ un  pugno diretto/ un coltello mancino/ cade la sigaretta-

Samir sorride, non capisce ha sangue tra le dita Solo ricordi/ come fiorisce in fretta/ una ferita // 

E’ molto veloce la rappresentazione della storia che l’autrice fa con abilità e molta professionalità, e  intendo questo termine come  capacità di fuggire la retorica e la prolissità descrittiva.

foto di Mario Cattaneo

Il secondo capitolo, se così lo possiamo chiamare, si intitola

                            la bambina di rame e di miele

La storia è una di quelle frequenti che si riscontrano quotidianamente sui quotidiani : la violenza fra le mura domestiche.

In questo caso l’orco, come di solito viene definito sui giornali, è il padre che le dice : “ pensa alle cose belle “ / diceva mentre la penetrava “

e successivamente la poesia conclude con un’altra immagine terrificante se si riflette sul futuro di questa creatura: “ papà ti vuole bene “.

 Anche questa poesia è scritta come un pittore avrebbe dipinto una miniatura.

Ha un taglio cinematografico. Si apre con una voce che entra in campo e si conclude con la stessa voce che declama un legame ipocrita e falso. Non c’è molto di più, solo l’essenziale, questo è il segreto di Messa, autrice scarna, capace di restringere le cose e gli avvenimenti dentro una sorta di quadro magico che seduce il lettore.

Lei stessa,  parlando di sé ( penso ) scrive questi versi  a pagina 25 :

Ho perso l’anima/ questa mattina./Stava in una buca / poco profonda. Non si è mossa/ Tagliente/ lo sguardo e la spada/ l’ho lasciata lì/ senza radici //

 Poche parole, staffilate auto inflitte, precise : Ho perso  l’anima può simboleggiare un tradimento delle proprie convinzioni. La buca poco profonda  può essere una cosa di poca importanza, ad esempio un bugia  raccontata a qualcuno. Lo sguardo tagliente e la spada potrebbero indicare il rimorso provato e la mancanza di radici è il disappunto avvertendo che con il suo comportamento ha offeso l’anima,  intesa nel senso più ampio di interiorità.

Da pagina 28 riporto pochi versi che mi fanno pensare ad un quadro di De Vlamink perché riproduce la stessa descrizione:

Mia madre dorme./ Ripetevo le tabelline ogni pomeriggio,/ le sue mani insaponate, voli di bucato dalla finestra “

 Il riferimento al quadro sta in modo particolare negli ultimi versi quelli in cui si parla di panni stesi sul filo ad asciugare.

foto di Mario Cattaneo, Luna park

In questa stessa poesia troviamo il ritratto di una famiglia, delle sue abitudini, il ricordo dei film anni 50 lacrimosi e finto commoventi, anni che bisogna aver vissuto per conoscerne perfettamente la struttura. Anni che l’autrice sa mettere sulla carta con sintesi, precisione e, non dimentichiamo, con grande senso della poesia quando chiude il lavoro così :” la notte ora cresce concava/ sulle sue ginocchia girasoli “”

Proseguo nella lettura di poesie sparse in altri capitoli e faccio una selezione di alcune.

A pag. 41 trovo questa che segue in cui privilegio l’ultimo verso che  opera  una riflessione molto acuta e sintetica  e una disamina  profonda attorno alla carnalità di noi esseri viventi e capaci di passioni:

“ Il corpo chiede aiuto, il corpo canta./

Fra lenzuola fresche di bucato/ attende il sonno, la deriva.//

Il corpo puzza, prude, invecchia, pesa/Sente il corpo, talvolta nutre, cieco/ trema – il è il teatro/ dove ridono i sensi //                                                    

 Bice   è una lunga poesia che da corpo a  un personaggio femminile seguendo la falsariga di una canzone di Fred Buscaglione, “ Guarda  che luna “. Bice è certamente una ragazza  che sogna, che ha “ momenti che non racconta a nessuno “ , che fa incontri, soffre di qualche nostalgia, pensa ai libri che ha letto e a quelli che non leggerà, che ha      “una felicità inceppata/ come una pistola al luna park – Dieci colpi . Cento lire/ era il prezzo della libertà//-

Ma la stagione dei sogni giovanili sembra terminare  con il sapore amaro di questi versi :

“Il crepuscolo è caduto/ irrimediabilmente/su tutte le cose/ e in questa nuova estate/ si rintanano le lucciole “.

 Proseguo nel mio esame  e trascrivo  per intero anche questa poesia a pag. 60:

Amo i luoghi che non amo/ Le mense e i tavolini in laminato/ i bagni tutti bianchi/con le salviette di carta riciclata./  I luoghi che non amo/a cui non devo nulla/  Non devo essere felice/in questi luoghi./ non devo divertirmi/ non devo piangere/ nemmeno pregare./ Posso annullarmi/ scomparire a me stessa e agli altri/ diventare trasparente, un fantasma./ Non c’è dolore in questi luoghi/ non ci sono ricordi/ solo  la tenda di una doccia/ su cui scivola acqua saponata// 

foto di Mario Cattaneo

Se è vero che quando si scrivono poesie si finisce sempre col parlare di sé,  riconoscere che in questa non c’è l’amarezza che è in Bice, letta prima, ma un’amarezza  un stanchezza psicologica  che sembra molto personale che nasce dalla banalità dei luoghi e di tanti oggetti che portano lentamente all’alienazione come succede a  certi personaggi dei film di Antonioni ( penso a Deserto Rosso particolarmente )- E’ la solitudine che trasuda da certe stanze di pensioni marine a 3 stelle, dagli  armadietti  negli  spogliatoi delle fabbriche. Tutti luoghi  che non si possono definire brutti, ma semplicemente noiosi dentro i quali a volte si  trascorre tanta parte della vita.

La stanchezza del vivere appare ancora meglio in questa fotografia di un rapporto di coppia a pag. 61  nel quale i sessi non riescono più a essere compartecipi dello stesso vivere : 

“ nel sonnocalorecorpo/ di questa trincea nella notte/ mezzadri della doppia piazza/ che ci concede  riposo/ s‘incoccia una gamba/ un abbraccio, un arto/ un filo di espiro,/ una parola sussurrata.//

Ti allontani, mi avvicino/ una risacca di cotone e di pelle/ spumiglia di sale negli occhi/ E  nella resa dei sensi al bisogno/ si scuce e ricuce il nuovo giorno” 

Vorrei evidenziare alcune sottigliezze linguistiche contenute in questi versi :

il sonnocalorecorpo non è un errore di battitura bensì una folgorazione visiva della mal fusione tra due esseri che dormono nello stessa trincea come  in luogo di battaglia nel quale ci si arrende ai sensi per il bisogno fisico di sesso, e in questo modo la vita prosegue con un nuovo giorno.

Nelle pagine successive si parla del momento in cui  si muore e “si lascia una lista a metà “ e si usa un pacco di pasta/ aperto e riposto/ senza sapere/ che stavi per mangiarla/ per l’ultima volta // …… e tutto è la pena di una carezza incompiuta. 

Il ricordo di chi è scomparso talvolta si affaccia violento anche quando si  è al supermercato :………..” aprile è vicino e pure l’ospedale/ dove abbiamo lasciato i tuoi polmoni// Il dolore si fa sentire nuovo/Crudo e gentile/ come una sega sullo sterno // 

La raccolta si avvia alla fine e trovo un ultima poesia che penso sia dedicata al papà, ove si dice con molta pacatezza : ( e continuo a incontrarti,/ alla guida di una piccola utilitaria blu/ mentre attraverso la strada/ in coda al supermercato sotto casa/ a scuola con nipotini non tuoi// Continuo a incontrarti./ i tuoi occhi in una mia fotografia/ abbronzato , le camicie stirate e morbide/ le tue dita lunghe// Credo faccia parte del pacchetto/ Io continuo a incontrarti./ Chissà se sei da qualche parte // 

Chiudo la mia  ricerca sul lavoro di Messa con questa poesia che  mi permette una postilla culturale  riferita a un altro poeta che amo molto :

Messa scrive così :

“ nel mio paese c’è un binario/e un passaggio a livello fra i ciliegi/ Vengono dalla città/ e dai paesi limitrofi/ a suicidarsi / Perché un paese ci vuole/ un paese per morire da soli // 

Queste parole mi riportano quanto scrisse Cesare Pavese :

 

                               Un paese ci vuole/

                     non fosse che per andarsene

Mi fermo qui, tralascio le poesie finali  che credo rappresentino un ricordo dei versi del papà a sua volta autore di poesia.

La figura di Monica Messa è un incontro molto importante per chiunque ami la poesia ; la sua è una scrittura modernissima, veloce, amara, piena di solitudini e che  invita alla meditazione  sulla nostra condizione di esseri umani  che solo attraverso la parola poetica possono trovare conforto.

Luigi Paraboschi

19.1.26