A tentoni nel buio di Paolo Polvani/Mi sorprende la sera / lo scalpellio delle cicale (note di lettura a Tacimento orizzontale, di Mariapia L. Crisafulli, Macabor editore 2025)

Il primo dato che mi colpisce ad una lettura iniziale di Tacimento orizzontale è il tentativo di torsione della lingua, una propensione alla manipolazione ricorrendo a termini situati in bilico tra il dentro e il fuori del vocabolario, come appunto tacimento, riportato nei dizionari senza nascondere qualche legittima perplessità, evidenziata da una piccola croce a fianco della parola per indicare che si tratta di lemma desueto, arcaico, non di uso corrente; ma accanto a questa, ancora in bilico, ecco comparire un uso nuovo delle parole, per esempio miraggia, o riparolamento, che potrebbe essere un bellissimo neologismo, oppure microbonda. Un mio amico che vive in Grecia da molti anni mi raccontava che nella lingua greca non è raro imbattersi in neologismi, perché spesso i greci inventano parole nuove, contribuendo così ad un rinnovamento costante della lingua.
Da noi si registra un fenomeno meno immaginativo, si incamerano e fanno proprie parole appartenenti ad altre lingue; sicuramente si tratta di un fenomeno comune e diffuso, anche molte parole italiane sono state assorbite da lingue diverse, per esempio le parole della musica, le parole della cucina. Probabilmente una lingua assorbe parole da altre lingue grazie alla potenza che in quel momento storico la cultura dell’altro paese è capace di dispiegare, e grazie alla capacità di assorbimento di cui l’altra lingua dispone.
Leggendo la prefazione firmata da Annamaria Curci, scopro che non sono il solo ad aver percepito questa forza intrinseca al linguaggio di Mariapia Crisafulli. Scrive infatti la prefatrice:
“Da ogni singolo verso così come dall’insieme dei componimenti proviene infatti un’energia tanto più intensa quanto essa è inattesa, inattesa almeno a uno sguardo superficiale. Eppure l’invito ad approfondire lo sguardo, a predisporre l’ascolto alla polifonia dei significati diversi e dispiegati da ciascun lemma e dalla sua disposizione nel testo, dal suo combinarsi con gli altri, giunge, chiaro come la sfida perenne della poesia nel suo diritto di “dire cose oscure” (penso a Ingeborg Bachmann nella poesia omonima, pubblicata nella raccolta Die gestundete Zeit, “Il tempo prorogato”, 1953) fin dal titolo scelto dall’autrice. “Tacimento” rende infatti il verbo tacere con un sostantivo, fa riferimento a una condizione, alla quale, in più, viene accostato l’aggettivo orizzontale”.
Penso che la poesia attivi un campo energetico che autorizza a intuire un oltre, un oltre che lascia scorgere un indistinto panorama in cui muoversi con grande libertà individuale, ognuno è legittimato ad avventurarsi in quell’oltre col proprio bagaglio personale, verso una propria destinazione.
Non sempre, nei poeti giovani, è riscontrabile una buona dose di consapevolezza nei confronti di quella che è la materia prima della poesia, cioè le parole. Qui invece non manca un sottofondo continuo di riflessione sul potere delle parole,
Abbi il coraggio
di non dire
siamo a ridosso
della voragine
le parole hanno perso
potere.
E tuttavia “con le parole hai costruito navi, fabbricato telescopi”, ma “per quanto urlante questo tempo è tacimento orizzontale”.

foto di Robert Doisneau
I temi sono quelli di una giovane donna appena gettata nell’incandescenza della realtà: la propria collocazione nel mondo, perché “ho fuoco che mi scorre”; e la fame di vita, che ricorre in molti versi: “La tua pelle / è un’impronta / che dispiega la vita”; e la paura, che arriva dalle vibrazioni dell’esistenza: “abbiamo fame / e abbiamo terrore”.
Sprazzi intensi di lirismo, con lo scalpellio delle cicale e quel brusio incessante di sottofondo, che setaccia il silenzio. Il fuoco della memoria: tornare alla casa del gelsomino, quando i giorni svolazzavano “come figli migratori”.
Molto bella anche la postfazione, firmata da Amal Bouchareb, in cui, tra le altre cose, si legge: “Questa raccolta ha una voce giovane, ma consapevole, risonante, elegante nella sua vulnerabilità. La scelta di non gridare ma sussurrare con urgenza è molto generazione Z: è la scelta di chi ha visto il rumore saturare tutto e preferisce l’ascolto, l’intimità, la cura come forme di resistenza”.
Tutta la raccolta non si discosta da una buona eleganza formale, ma è soprattutto nella sezione finale, La casa della nonna, che riesce a coniugare perfettamente semplicità espressiva, profondità sentimentale e memoria, come in questa bellissima sequenza:
Mi porto dentro il viatico delle vite
e delle morti che qui ancora respirano
senza scostarsi dal loro presente

foto di Robert Doisneau
Telemachie
Per un consiglio non vorrei
interrogare gli astri il mare
il buco nero che mi avvolge
senza assorbirmi mai
Con le parole
hai costruito navi
fabbricato telescopi
Il buco nero era radice
l’inchiostro dentro ogni marea
E adesso io non so parlare
io qui in ascolto
io qui in apnea
In dialogo con Il complesso di Telemaco (2013), saggio di Massimo Recalcati
° ° ° ° °
Di parole
ne ho poche da salvare
Per quanto urlante
questo tempo
è un tacimento
orizzontale
° ° ° ° °
Abbi il coraggio
di non dire
siamo a ridosso
della voragine
le parole hanno perso
potere
Ma la pelle
La tua pelle
è un’impronta
che dispiega la vita
° ° ° ° °
Mi sorprende la sera
lo scalpellio delle cicale
l’inarrestabile dire
del mondo
che setaccia il silenzio
° ° ° ° °
Alle parole giuste preferire
quelle esatte
Sto attraversando
una frase
che mi fa fare versi
Com’è dolce questo dire
da cerebro fuggiasco
vorticare
impunemente
in altra voce
° ° ° ° °
Trovarti stasera
è stato tornare
alla casa del gelsomino
I ricordi si accalcano / carezze antiche
dall’immutato calore
L’azzurro nei tuoi occhi
veleggia dove il tempo non è più
un orizzonte da traversare
Le stagioni predilette,
Settimia, sono una sola:
sei tu seduta sulla soglia
a ricamare gli anni
mentre i giorni svolazzavano
come figli migratori
ora ombre dentro ai muri
Ma torneranno
Insieme torneremo
con l’estate
alla casa del gelsomino
Ancora avvinti
benedetti dal tuo canto
A Settimia,
ai suoi 105 anni di vita, storie e dolcezza
° ° ° ° °
Vorrei scriverti
le labbra
percorrerle e affondarle
come la penna
sopra un foglio
La poesia di certo
tornerebbe ad abitarmi
dentro la bocca tua
° ° ° ° °
L’Alter
Ti lascio i miei volti
rubati in stazione
Tutto l’umano che conosco
e possiedo
sta lì
Se impari ad amarmi
è perché ami loro
Se imparo ad amarti
è perché ho amato in loro
la trascuratezza
che il mondo riserva
nel rincorrere
i treni
in quelle mattine
uguali alle sere
Hai mai visto qualcuno dormire
su un treno?
E il chiacchiericcio
dei suoi pensieri,
il peso dei sogni interrotti
dalle sveglie, nelle fermate…?
Questo ho scoperto nei volti
dispersi e ammassati
tra le banchine e i sottopassi
in cui usuro le cicche
E questo ti lascio
mentre mi stringi
nella corsa dei giorni
° ° ° ° °

Mariapia L. Crisafulli (Messina, 1996) ha conseguito la laurea in Storia, politica e relazioni internazionali all’Università di Catania. Attualmente vive a Bologna, dove sta perfezionando gli studi in Scienze storiche e orientalistiche. Si occupa di lettera-tura e critica, collaborando a diverse iniziative editoriali. Ha all’attivo varie pubblicazioni; tra queste, per Macabor Editore: le raccolte poetiche Come un’Odissea (2019), opera seconda classificata al Premio Casinò di Sanremo A. Semeria, La vita là fuori (2021), opera finalista al premio Laurea in Poesia, indetto dall’Università Pontificia Salesiana; la curatela di racconti Tu sarai la mia speranza (2022) e la raccolta di saggi Bravi maestri. Dissertazioni su Pasolini, Marcuse e Calandrone (2024). Suoi testi e contributi sono stati ospitati su riviste letterarie, antologie, monografie, quotidiani e blog. Scrive per la rivista online NonSoloCinema e collabora con il bimestrale di poesia Il sarto di Ulm.




















11/03/2026 alle 12:01
riuscire ancora a scrivere… dei treni… delle parole, saperle perdere per cercarle