Sfiorarsi è eterna metamorfosi

di Mariachiara Grillo

Nona Edizioni, Locorotondo-Milano, 2025

note critiche di Carlo Di Legge

Un libro di poesia insolitamente denso e popolato di componimenti nelle sue circa 160 pagine di versi, questo di Mariachiara Grillo, napoletana, testo già tra i segnalati al premio di poesia “Mario Luzi”: se ha da dire in poesia, sta facendolo per tempo e con una certa decisione che, come è in una delle tante anime del libro, contrasta fin dall’esergo con l’esitazione. È tale la doppia componente, credo, nel Ταρσεΐ, Ίρις tratto dall’ “Iliade”, dove Iris messaggera divina, della quale l’arcobaleno curvo tra cielo e terra veniva considerato immagine-manifestazione, viene incoraggiata a non temere per la temibile missione affidatale.V’è sempre esitazione anche nel pubblicare un libro, è esporsi al mondo e alla società; peraltro di questi tempi questa componente sembra spesso far luogo a una certa presunzione, se si deve considerare il gran numero di libri che vengono pubblicati.Partendo da un assunto da me condiviso, cioè che un testo di poesia non va spiegato e non ci si deve nemmeno provare, trovo peraltro interessante, oltre che individuare almeno qualche costante nella mente-scrittura dell’autrice, anche cercare cosa governa l’architettura del testo, suddiviso in tre parti: 

  1. Arco (10-66)
  2. Arciere (67-99)
  3. Freccia (100-167).

 

Si tratta delle componenti attraverso cui l’intenzione perviene a centrare il bersaglio che sembra il quarto mancante; in realtà esso è presente.

Se nella prima parte “arco” dev’esservi, come parte essenziale dell’azione, vedrei una dichiarazione di poetica a p. 46: si tratta appunto di “liberare le idee/dalla staccionata delle forme… I nomi che diamo alle cose?/Insaziabili chimere”. Un arco che si libra sul caos dove un nome vale un altro, purché il contesto, talora di apparente assurdità, trovi una sua singolare coerenza. Tendere l’arco con la dovuta maestrìa, anche questo è fare poesia.

Della seconda parte, “Arciere”, ipotizzo che tale agente sia il “noi” (come “noi tutti”?), che tante volte compare. Quasi un afflato mistico e psichico, uno studio d’umanità con tratti metafisici salienti: “I bambini non temono la morte… per il mistero che li abita/e non li tormenta./Non li tormenta perché sanno/di non averlo ancora dimenticato” (80) e, a p. 91, “… neanche la Fortuna/conosce un modo/ per disinnescare il Destino”.

Nella terza parte, “Freccia”, rilevo il comparire di un “tu” in tutti i testi (meno due: ma in uno di essi comunque il “tu” c’è senza equivoco, e sembra essere un “lui”), che tuttavia può essere problematico tanto pensare come l’altro, quanto il non farlo: si tratta infatti di un gioco speculare in cui quel continuo “altro” non è facile distinguerlo dal continuo sé stesso e la freccia dunque, per così dire, va come viene.  Comunque “freccia” è vettore orientato a bersaglio, parola che compare a p. 110: “Io so aspettare/la notte…/tirando al bersaglio, con una mela in testa”: dal che si dedurrebbe che il bersaglio è anche o infine il sé (stessi?). È presente poi a p. 124, dove le parole “arciere” e “arco” sembrano esser dette per superarle e resta che comunque, nonostante tutto, l’arciere diverse volte “ha scoccato le sue frecce”; una freccia orientata è anche ciò che raggiunge, diretta a trovare “la prova che questo è amore” (135).

 

Ma non si tratta di analizzare le singole parti per concludere cosa rappresenti questa componente o quell’altra. Credo piuttosto che l’arco nella visione di Mariachiara Grillo si fonda con la freccia e che entrambi siano l’arciere, e viceversa, in modo che l’uno non possa fare a meno degli altri. Il bersaglio non viene menzionato ma nella visione zen (p. e. per come viene resa da E. Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco), sembra apparire qualcosa di affine –  arciere e bersaglio non sono più oggetti diversi ma s’identificano.

Fin qui ho solo inventato (cioè trovato, ci ho provato) una motivazione alla scansione in parti. Ripeto che scorrendoli, i testi, non mi sembra di vedere differenze che giustifichino una divisione precisa e una scelta determinata delle loro inclusioni in questa o quella parte. A mio avviso potrebbe trattarsi soltanto di dare respiro e sosta al lettore (e nell’indice alla fine non v’è traccia della tripartizione), i versi si presentano piuttosto omogenei in costanti. Mi sono domandato dove tali costanti si potrebbero riscontrare.

 

Una indicazione può consistere nei requisiti formali del libro: si tratta di un’opera pensata e realizzata costantemente in verso libero, in cui tuttavia si possono rintracciare musicalità e ritmo.

 

Il ritmo del verso sembra pensato per la lettura, ovvero scritto come ascoltando:

 

Perciò son certa:

è questa la terra fertile

che stavo cercando.

 

Quel pungiglione

era il pistillo

da dove nasce

il cuore della fenice.   (12)

 

Le pause, dettate in questo caso dalla fine della linea, ma presenti altrove anche in corso di verso, vengono “sentite” scrivendo, come se si leggesse. La dimensione di oralità della poesia sembra prevalga. Ma vediamo. Molto icastici e musicali, i quattro versi

 

Una rondine

mi ha donato il suo volo,

aveva il petto trafitto

dal suolo (56):

 

è la poesia secca che ha illustri precedenti, il verso che non avresti pensato ma che una volta letto non ammette replica, come anche “Parole che stridono/come graffi sul dorso/di un lago ghiacciato,/che levigo/con il mio sguardo/di cartavetro” (61): oppure

foto di Paolo Zanardi

Ci lega l’inchiostro che hai rubato,

la poesia che non ho mai scritto,

rimasta incisa sulla mia spalla,

dalla quale i tuoi sogni hanno succhiato

il sapore del pianto.

Ci lega la fede

che coltivo nella ferita,

l’aratro dei pensieri

che ti passo tra le dita. (132)

 

Forte, l’impatto delle immagini (i versi a p. 63: “Micce”; oppure “… d’inverno, le mie labbra/si rompevano/a partire dal centro,/come un lago/che non ha ghiacciato bene,/su cui una volpe/muove primi passi”  (41). Luoghi non esenti da ironia basata sul gioco di parola:

 

A volte parlo con un cane cieco

che sa tutto dei morti…

e ho conversazioni brillanti

con lampadine spente.   (16),

 

o anche

 

Il mio respiro

è in grado di riportare

indietro gli aquiloni ai bambini;

combatte il senso di colpa dei venti. (18)

 

Si profila uno spirito impetuoso, intenso: quello di una “… bambina/che non è mai riuscita a scrivere/senza sporcarsi  (25), che dice “Lascia che il cielo stordisca/il tuo cuore e lo faccia cadere/come un frutto/dal ramo di un albero” (152). Spirito che, dopo l’esitazione in esergo, si mostra:

 

Mi sento salva

negli eccessi,

nella macchia,

nelle frasi fuori posto.

Balbetto per sembrarvi timida…   (26)

 

Spirito forte (come i testi alle pp. 153-4 e 155-6) ma anche delicato:

 

Tutte le volte

in cui tuo padre

non ti ha baciato la fronte,

hanno reso più duro

il suolo dei sogni.

… Anima di carne,

ma senza un corpo  (21),

 

con usi da prendere alla lettera, consapevoli, dell’immagine, argomentando in consecutio, a proprio agio, nell’assurdo rispetto al senso comune:

 

Al centro di un’esistenza

fatta di solo cielo,

piantarono un fiore rosso

nell’azzurro dei tuoi giorni.

Per questo, adesso, se sanguini,

sanguini tramonti   (43);

 

e si veda anche a p. 84, gli ultimi otto versi,  “scende la sera… di stelle”).

 

Dunque spirito visionario (“Vuoi risvegliare gli stormi/di balene bianche che vegliano nei cieli” (137) e talvolta pànico: “Porgo il mio sguardo/verso la cima dell’albero./I suoi rami/sono le radici del cielo…   (78; e si veda anche il senso pànico presente alle pp. 97-8).

 

Quale “logica”, per concludere questa parte, sembra presiedere alla poesia? La poesia non mostra una logica? No, i versi degni di tal nome ne mostrano sempre una – e l’autrice lo dice a chiare lettere, per cui leggo:

 

Come prima cosa da fare,

voglio parlare con le,

tutta la notte,

finché i lampioni non si spengono.

 

Quindi, provare a decifrare

le parole che cantano gli uccelli,

al mattino.

 

Insieme, sono sicura

Che sfuggiremmo a ogni logica,

e qualcosa riusciremmo a capirci.

 

(…) Tranquillli e coscienti,

poi, potremmo vivere,

come ultima cosa da fare. (“Logiche”, p. 159)

 

Ovvero, senza entrare nel merito delle immagini, si possono fare insieme cose che sembrano sensate e altre che non lo sembrano, ma, siccome siamo in poesia, “qualcosa riusciremmo a capirci” ed è affermazione ben fondata. Il “primum vivere” viene capovolto, perché vivere “risulta “ultima cosa da fare”. Ci pensi chi vuole.

 

Un’altra, compatibile indicazione mi pare la offra il prefatore Ahmed Alavi Abul Hassen, che indica i versi da cui anche il titolo sfiorarsi è eterna metamorfosi (per inciso, a mio avviso di “metamorfosi” dice appunto il testo conclusivo “Figlia”, a p. 167). Dunque è scritto, nella poesia “sfiorarsi…”, “Non è detto che la farfalla sbocci proprio/nel costato in cui ha tessuto il suo bozzolo.”

“In cui” indica il luogo in cui il bozzolo ha custodito la farfalla: allora si leggerebbe che altro è il dove “sono” nell’adesso i sentimenti che preparano, altro il dove, l’altro tempo, in cui il questo dell’adesso non sarà più ma sarà altro, e quindi, per definizione, lo sbocciare e il fiorire saranno in un altrove, e saranno, essi stessi, altro e altrove. Ma cosa prepara e determina, in una maniera spesso invisibile, imponderabile, il fiorire del fiore a risultare così e così? Secondo Alavi, e credo anche secondo l’autrice, è il legame tra esseri umani, quello “sfiorarsi” “come evento alchemico, capace di innescare una mutazione profonda, spesso irreversibile” (7-8).

Una maniera molto diversa da quell’altro luogo, molto usato, per cui “la vita è un destino fatto di incontri”; ma quest’ultima espressione forse si riconduce a quella, ai versi, come un forse più pragmatico modo di dire, se s’intende che gli incontri in questione non sono incontri qualunque, non lasciano il tempo che trovano, sono quelli che cambiano la vita.

Alavi mette in evidenza il legame “alchemico”, e questo offre un punto di vista sull’universo dell’autrice, ma anche della poesia, perché per quanto ne sappiamo la reazione alchemica, pensata in un tempo anteriore alle scoperte della chimica, trasforma la natura delle sostanze che vengono in contatto ma la sua natura spesso non è quella dei “chimismi” (immagine che pure si usa, oggi, per dire di relazioni tra umani).

Il legame umano, quando incide, è contatto che trasforma la natura degli enti che vengono in relazione, rendendoli diversi, basta sfiorarsi. Secondo la psicologia analitica di Carl Gustav Jung, che ha dedicato una serie di lavori alla relazione tra “psicologia e alchimia”, la nascita, lo sbocciare e il completarsi del “Sé” psichico sono resi in immagine, nella storia dello spirito di ogni tempo, dalle formulazioni come “mysterium coniunctionis”, “enantiodromia”, “trasformazione” e così via, presenti in certa chiave nel suo pensiero.

Cos’è in particolare che si congiunge, nella visione di Jung? La figura è quella degli opposti a formare il simbolo, una componente del Sé psichico. Non è certo il caso di addentrarsi da quella parte alquanto ermetica del contesto junghiano, ma per dire del modo di procedere dei testi di questo libro, si potrebbe affermare che qui si ritrova non solo il sentire la coniunctio oppositorum:

 

Sono attratta da ciò che corrisponde,

fino ad opporsi (33),

 

Abbiamo bisogno di un azzurro nuovo,

un azzurro che mescoli

abisso e vetta (83),

 

… l’infinito.

Punto in cui

foce e sorgente

coincidono (90).

 

Ma di quale forma dell’opposizione si tratta? In ogni poesia ben costruita c’è l’arte del dire. Dunque l’ossimoro, certo, dal punto di vista delle figure usate: “Io non devo dimenticare/la delicatezza violenta/della voce tua” (108). L’opposizione logico-retorica è molto usata, come si trova p. e. in “Amami quando ho paura/della possibilità che il mio essere sia finito (…) /Amami quando ho paura/della possibiità che il mio essere sia eterno” (161). Giochi di ingenio, luoghi come a p. 73: “Il tempo cura,/ma non esiste alcuna cura per il tempo”.

 

Ma soprattutto mi sembra di ravvisare, tra l’altro, una frequenza singolare in tali ricorrenze, che è quella del paradosso. Ecco, mi sembra paradossale il passaggio:

 

… le tue parole

… Quando cresceranno,

saranno donne

coraggiose,

e bellissime.

Ma non so

se vorranno ancora rivederti. (30)

 

così alla successiva pagina (31), in un testo di una certa crudezza, il verso finale:

 

violentemente,

senza preavviso,

ti strapperò le erbacce.

Ti ascolterò urlare

per la perdita

dell’inutile necessario;

 

e a p. 92,

 

…anche se saranno le tue mani

non saranno più le stesse.

Forse sarà necessario

dimenticare il tuo volto

per poterlo riconoscere di nuovo.

Chissà quante volte

lo abbiamo già fatto.

 

Si potrebbe commentare anche solo il primo testo, parafrasando: è paradossale che le tue parole, nel momento in cui ti appartengono, siano suscettibili di non essere più tue: esse forse sùbito non vorranno riconoscerti. Dunque sono tue eppure non lo sono; non lo sono più, ma restano tue. È l’effetto di spiazzamento della poesia che deriva da usi antichi della lingua.

Così nel testo a p. 49, basato sul gioco: se tu spogli il poeta (cioè “io”), e ne indossi gli indumenti, “… così solo potrai mostrarmi/il tuo corpo nudo”: ovvero, se di poesia si è vestiti, si è nudi, e se si è nudi in poesia, questa è tuttavia la veste indossata.

Paradossale l’intero testo a p. 127, articolato su due punti, ovvero tra l’inizio “Devo confessarti/ che, quando ti conobbi, ti odiavo./Anche se, in realtà, /non c’è motivo/per cui io debba confessartelo” e la parte finale, che dice, dello stesso tempo, l’esatto opposto: ”Devo confessarti/che, quando ti conobbi,/ti amavo./Anche se, in realtà, non c’è motivo/per cui io debba confessartelo.” Nel momento stesso in cui ti amavo, ti odiavo; ma se ti odiavo, anche ti amavo. Così sembrerebbe nei versi alle pp. 109-10, sebbene al termine sia offerta una specie di soluzione che consiste nella differenza tra “aspettare” (“più a lungo”) e “attendere” (“meglio”): “Paradossalmente/tu sai aspettare più a lungo di me,/e io ti so attendere meglio”. “Paradossalmente”, appunto; ma ciò non toglie nulla alla complessità del testo e tentare di interpretarlo vorrebbe dire fallire il bersaglio e togliere efficacia perché va ascoltato, soprattutto.

Si potrebbero dunque indicare, in ipotesi, la novità e la forza delle immagini e il venire in evidenza dei tipi di opposizione usati, logici e retorici, spontanei ed efficaci come la freccia ben diretta, con frequenti ardite provocazioni.

Questo vale solo come una proposta di attraversamento, il libro va letto.