A tentoni nel buio di Paolo Polvani |L’ estremo autunno si veste di festa (note di lettura a Multiverso, di Carlo Di Legge, puntoacapo editrice 2018)

Multiverso rappresenta la prova provata che la poesia, quando è buona, e in questo caso mi viene da dire ottima, non invecchia, non scade, probabilmente migliora. Carlo Di Legge ha coltivato e praticato interessi filosofici, ed è quanto si percepisce fin dalla lettura della nota introduttiva: “Queste parole, un tratto di strada”; non tutti hanno il dono della chiarezza, quella bellissima dote di farsi capire al volo: “Non so l’essere: ma l’apparire del mondo è multiverso. Voglio dire che infinite e mutevoli descrizioni ne sono possibili, e descrivo, come te, come tutti, cioè a mio modo”.
Ecco una poesia che regala la sensazione di percorrere strade larghe, ariose, e tuttavia testimoni di tanta vita. A suggerire tale sentimento contribuisce il respiro del verso, spesso ampio, di ambizione narrativa: “Quale solitudine oggi sopporta. Quale assenza”. E anche quel senso di mistero che spesso accompagna i versi, l’atmosfera di rimandi a brevi ma profonde epifanie incastonate nel corpo del testo:
Essere qui, nel punto dei passaggi,
è vedere te stesso, e gli uomini,
come nuvole sospinte e scompigliate
dal vento.
Ulteriore suggerimento proviene da un orizzonte che sottintende viaggi e frequentazioni ampie, interessi multiformi, una ricerca e una fame, un percorso che coniuga pacatezza, postura meditativa, e insieme apertura, estrema vivacità intellettuale, per esempio in Notizie da Amsterdam: “Anche lei, come tanti della sua gente, è uscita in fumo / dalla fabbrica di morti, lontano da qui”.
Insieme a certi incipit folgoranti e indimenticabili: “Il pomeriggio è profondo e impraticabile, / ricco di fascino e spaventoso”.
Infine dall’atteggiamento di chi è abituato a non offrire certezze né risposte, piuttosto seminare il dubbio, affilare la lama dello spirito critico:
Delle parole
diffida e dei concetti:
l’uomo che spieghi l’apparire non è nato.
Ma per quanto abbia
cercato,
ha solo antiche domande,
e strane risposte.
(Verso Elea, settembre 2009)
Infine una bella conferma, oltre che sorpresa, è trovare una sorta di certificazione all’ariosità delle strade percorse nei versi conclusivi del libro:
Libertà. Verità
di nessuno,
di grandi strade silenziose e sporche.
Altra notazione interessante mi sembra sia costituita dalla musicalità interna ai testi. Carlo Di Legge ha pubblicato nel 2011(quindi prima dell’uscita di Multiverso, che porta la data del 2018), un libro a carattere letterario-epistolare sull’esperienza del tango: “Sentire il tango argentino”. L’argomento da sempre ha affascinato scrittori e intellettuali, Borges ha dedicato un ciclo di conferenze al tango argentino, poi raccolte in un libro edito da Adelphi, nella cui prefazione si legge:
“Il tango, è stato scritto, è «un pensiero triste che si balla». Ma la malinconia del tango, la sua natura di scena drammatica, di lamento amoroso, di ballo lento, languido e voluttuoso, sono legate al periodo in cui si afferma nelle capitali europee (a Parigi, anzitutto) e viene universalmente accettato”.
Anche Paolo Conte si è spesso servito del ritmo di milonghe e tanghi nelle sue composizioni. Dunque una raffinatezza letteraria.
La musica che viene dai testi richiama appunto il tango, con slanci e ritrattazioni, avanzate e improvvise ritirate, scarti improvvisi di lato e gesti gonfi di sensualità:
Dunque, cos’ero? Intanto,
quel che non ero,
un vuoto che a sua volta guarda l’altro…

foto di Horacio Coppola
Dal libro di Carlo Di Legge, Sentire il tango argentino, mi piace rubare questo passaggio; “Quella sera io sentii e vidi il tango argentino: era comunicazione nella coppia portata all’intesa estrema, esibizione e coinvolgimento degli altri al limite dell’entusiasmo, trasmissione evidente del sentimento, somma conoscenza del proprio corpo quando viene interrogato, esercitato e sollecitato dalla musica..).
In questa raccolta campeggia la solennità del dolore, una resa, un abbandono consapevole alle vicende della vita, una consapevolezza che regala una splendida luce ai versi: “Tu sei sotto l’erba, e ovunque, in ogni tempo”.
La poesia si concede attraverso successivi svelamenti, rivelazioni che incrociano l’energia creativa dell’autore con la capacità ricettiva, la disposizione all’accoglienza del lettore. Per questo motivo la poesia non assurgerà mai a fenomeno di massa, perché richiede la pazienza dell’ascolto, la predisposizione a lasciarsi attraversare dalle parole. Sebbene probabilmente in un futuro liberato dalla tirannia del tempo dedicato al lavoro, sarà inevitabile un accostamento alla poesia come forma di meditazione, come esercizio di conoscenza di sé e del mondo.
Accade già nelle grandi sinfonie, solo il direttore d’orchestra e gli orchestrali conoscono ogni passaggio, ogni singolo dettaglio, ogni sfumatura, mentre spetta all’ascoltatore scoprire ad ogni ascolto un particolare finora sfuggito, un paesaggio nuovo. Così i nostri pensieri sono un’immensa città, e sono “L’albero frondoso che sappia proteggerci”.

Foto di Horacio Coppola, Buenos Aires 1936
Cos’ero
Dunque cos’ero? Intanto,
quel che non ero,
un vuoto che a sua volta guarda l’altro,
ma dalla prospettiva dell’assenza.
Quindi, ancor meglio, nulla,
paradosso dell’essere che sono,
come se, pur essendoci, non fossi:
un nulla traversato
da lampi secchi e silenziosi, nei viaggi
in auto e in treno, nei trasferimenti
di sentimenti.
° ° ° ° °
Eppure, ovunque
Rose e lavande stanno fiorendo. Ti sarebbero piaciute.
Da qualche mese, il mondo è più vicino.
Forse nella prova
apprendiamo il valore del vivere.
Ma è stata una strana settimana, questa.
Mi sono sentito teso, senza motivo: forse la primavera,
o presagi di cose che non so?
La prima figlia ha trovato casa nella città vecchia,
dalla terrazza si vede come dai tuoi balconi,
in più le montagne della costiera ma non il mare.
La seconda cresce, forse un po’ viziata,
con i suoi grandi occhi neri e immense emozioni.
Per ironia della sorte, mi sembra che nei giorni della tua fine
abbiamo ritrovato vicinanze.
Giochi del destino e della nostra pochezza.
La tua viva voce non è più,
ti parlo meglio scrivendo parole che non puoi leggere.
Eppure, nella notte fonda, ti sento ben chiara
che mi chiami per nome,
come si aprisse una strada perduta per sempre
risalendo in un brivido dall’immateriale al suono.
E così vado passeggiando per casa, inquieto,
pur sapendo di non dover temere
qualche remota regione della mia mente.
Credo che mi chiami perché vuoi vivere,
essermi vicina e sentirmi ancora;
per ammonirmi, con un po’ di gelosia, o guidarmi,
oppure anche perché laggiù dove siete
non vengo a trovarvi, e i fiori saranno appassiti.
Ora che tutto è compiuto, nulla finisce.
Proseguono l’amore e i pomeriggi torridi
e le sere di tramontana nella terra sepolta dal tempo.
Esili circostanze di sabbia continuano, come tracce.
Affido alle foto ciò che la memoria fallisce.
Tu sei sotto l’erba, e ovunque, in ogni tempo.
° ° ° ° °
Le parole che non vengono dette
L’estremo autunno si veste di festa
e d’una tesa malinconia,
come se qualcosa dovesse nascere.
I giorni vengono e vanno,
noi non diciamo parole senza rimedio.
Non è per viltà
che ogni pensiero si muove nell’aria e subito dilegua:
ma è perché, lo vedi, ogni furia tra noi si colora
di compassione.
Puoi esserne certa: quando quelle parole verranno dette,
sarà tardi, eppure sembreranno premature, per sempre.
Quelle parole pensate tante volte
verrebbero d’improvviso,
improvvise come notte che nessun imbrunire addolcisca.
E, sebbene sappiamo tutte le ragioni, sarebbe senza motivo.
Ma, quando le parole saranno dette,
arderanno,
come ceppi nell’inverno che giunge,
e resterà calore a lungo.
° ° ° ° °
Hai detto che verrai la sera
Hai detto che verrai la sera
dove sto adesso,
nel quartiere sotto la collina
da questa parte del torrente.
Così ho lasciato i ricordi poco lontano,
oltre il ponte.
Mi chiudo
in questa vecchia fortezza di tufo,
che vibra e parla come fosse viva,
imbarca sole dalle feritoie
e suoni di pioggia dal tetto.
Tu sei come la luce
che assedia le mura da tre lati
e guizza tra le cose:
se ti cerco, t’allontani,
e, quando m’incammino per andare,
ti presenti, e m’incanti.
Forse per questo dici che verrai la sera:
non adesso ma la sera,
quando il crepuscolo smorza i colori.
Apro sul balcone.
Si precipita il vento, rotolando.
Non rispondo all’invito.
Libertà può essere
in ogni grado
dell’incertezza.
Se verrà sera, come dici,
sarai la mia sera.
I ricordi dormono
sull’altra sponda,
il torrente
scorre.

Carlo Di Legge è nato a Salerno. Ha pubblicato saggi di filosofia. La rivista Secondo tempo (Marcus Edizioni, Napoli) pubblica suoi scritti brevi di filosofia; altri, con poesie, sono al suo sito www.carlodilegge.it. Di poesia, ha pubblicato la plaquette Momenti d’amore (Angri, 2002) e i libri Il candore e il vento (Napoli, 2008) e Multiverso (Alessandria, 2018). On web, la maggior parte delle poesie fino al 2018 sono sul sito www.orientexpress.na.it; diverse poesie e recensioni sono state pubblicate su antologie, riviste e siti italiani e internazionali, anche on line, come Atelier, Levania, Frequenze poetiche, Poetarum silva, Versante ripido, Forma-Fluens International Literary Magazine e altri. Sull’esperienza del tango ha pubblicato il libro Sentire il tango argentino (Napoli, 2011).




















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