
Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Davide Cipolli
L’osteopata
Inquieta vertebra, rotta ma, soprattutto, ragazza.
Che anche io sono in espansione per te, sai?
Rilassati e fai un bel respiro, stenditi e lascia che io ti sussurri
la via per il completo esaurimento.
Quello, delle tue potenzialità. Quelle, del tuo corpo.
Se mi ripeto è perché non lo so neanche io, dove ti fa male.
Sospetto, però, che un dolce conto alla rovescia
possa esserti di beneficio.
E a quel punto, all’uno, allo zero se preferisci,
presterò fede al mio dubbio giuramento:
annusarti le ossa e baciarti con i miei vestiti le cartilagini.
Per un’immediata, fredda ripresa.
Ti sembrerà meccanico, il mio slancio pediatrico,
ma questo è tutto ciò che so fare:
rispondere a un suono che io stesso ho provocato.
Ora dimmi, leggera: non stai già un po’ meglio?
*
La maggior parte del mondo
Con la maggior parte del mondo
Io non ho contatti
Con la minor parte di quella maggior parte
Io non ho contatto
Se mi sforzo, se mi sterzo
Se, volendo, io mi stendo
Riesco a sentire un mignolo
Che di quella parte è estremità
Se lo prendo, e verso di me lo piego
Posso sentire la loro dolcezza
Che anche loro non mi conoscono
Ma stanno bene così.
*
Viola
Ho chiuso a chiave.
Ci sei anche tu, ci ho chiusi dentro.
Ora non ci resta che aspettare.
Se solo tu uscissi un attimo,
potresti dare le mandate.
Davide Cipolli è nato a Montevarchi, in provincial di Arezzo, il 14 Novembre 2002. Attualmente è iscritto alla facoltà di Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi di Milano. Scrive privatamente da molti anni e in molte forme: soggetti, sceneggiature, racconti brevi e piccoli componimenti poetici. Il suo approccio è concentrato nel dare cornici essenziali e ironiche a situazioni di vita quotidiana, tra Milano e la provincia. Autodefinizioni è la sua prima raccolta.
Queste tre poesie di Davide Cipolli sono contenute in un file misterioso, una silloge intitolata “Autodefinizioni”, giuntami una decina di giorni fa, senza alcuna indicazione di accompagnamento, nella mail in cui attuo normalmente il mio disbrigo letterario. Nella mail l’autore non si presentava, anzi, per la verità nemmeno salutava, saltando a piè pari i convenevoli di rito e andando dritto alla questione: la proposta di lettura dei nudi testi, proprio come piace a me. Mi hanno colpita in particolar modo i tre componimenti che qui propongo, per la potenza tagliente dell’evocazione emozionale che viene ottenuta tramite un uso peculiare dell’io; pronome di prima persona singolare il quale, seppure non possa qui configurarsi come pienamente antilirico, purtuttavia non detiene del lirismo classico l’impronta melensa del dramma personale, anzi: sembra quasi di avere a che fare con l’analisi della condizione post-esistenzialista proposta da un perspicace hikikomori ultracontemporaneo (salvando la distinzione tra l’auctor e la persona ficta), che declina la propria situazione poeticamente oltre ogni misura edulcorata di parvenza. Ogni riga trasuda solitudine, dolore, male di vivere che il caldo di questi giorni certamente amplifica; ma la natura tensiva dei versi è palpabile e si abbarbica alla nostra percezione momentanea del reale, scardinandola puntualmente dalla base e gettandoci nel confine monadico del più nero isolamento. Dopo la lettura di questi pochi versi, siamo spacciati in duplice senso: non abbiamo più finestre, solo porte blindate a proteggerci, e il desiderio di saperne di più della poesia di questo giovane autore manifestatosi in silenzio e quasi in punta di piedi, ineluttabilmente, si accresce, nella consapevolezza che possa certamente avere ancora molto altro da dire.



















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